Accogli l’adolescente che è in te

Veniamo stimolati da corsi, seminari, persino filmati (condivisi sui social) il cui invito è: “accogli il bambino che è in te”. È importante prendere contatto con quella fonte inesauribile di energia vitale, che ha in sé tutte le potenzialità per trasformarsi in ciò che desidera. Se ne è scritto anche in questo Magazine di quanto sia fondamentale integrare il “bambino interiore” negli adulti che siamo; questa integrazione ci consente di avere un accesso continuo e fluido a quella parte di noi che possiede le “energie rinnovabili”.
Nel percorso evolutivo umano, dopo l’infanzia viene l’adolescenza e quindi, se abbiamo imparato ad accogliere il nostro bambino interiore possiamo provare a familiarizzare anche con l’adolescente che è in noi.

Com’è questo adolescente?
Proviamo a immaginare come può essere questo adolescente misterioso che vive nelle pieghe della nostra anima: proviamo a comprendere come la nostra parte adulta può occuparsi di lui così come ha imparato a occuparsi del bambino…
Meglio dirlo subito: l’adolescente che ci abita è spesso un ribelle, spesso è antipatico, risponde in modo sgarbato e può darci sui nervi! Tuttavia, per sviluppare una certa empatia verso di lui, possiamo provare a immaginare come si sente: sa di non essere adulto anche se a volte vorrebbe esserlo, sa di non esser un bambino anche se a volte vorrebbe esserlo. Si sente diviso, separato fra parti opposte che non riescono a dialogare fra loro. Può esserci rabbia, tanta rabbia, un’emozione che l’adulto spesso nega; spesso c’è ancora un gran bisogno di tenerezza, tanta tenerezza, come quella di cui ha bisogno il bambino. Può esserci tanta tristezza sia per una parte di sé che se ne va sia perché questa parte non viene ascoltata.
In adolescenza poi, è fortissimo il tema dell’esplorazione dei confini: sino a dove questa parte adolescente di noi si può spingere? È utile stabilire dei confini per crescere? Cosa c’è oltre i confini? Proviamo a pensare agli adolescenti reali, a quali problemi si trovano ad affrontare per crescere e per avere accesso al mondo degli adulti: gli viene detto che bisogna imparare a fare il proprio “dovere”; che bisogna cominciare a essere “responsabili”; che bisogna imparare a “direzionare” il proprio futuro. Tutti questi “compiti” non vengono richiesti al bambino, a meno che il genitore non sia profondamente inconsapevole circa il proprio ruolo; quindi non vengono neppure richiesti al proprio bambino interiore a meno di non volerlo trasformare in un adulto… tutti questi compiti vengono invece richiesti all’adolescente, quindi anche al nostro adolescente interiore.

I bisogni profondi
Pressato dalle richieste l’adolescente non ha modo di ascoltare i propri bisogni, che sono molto complessi e al tempo stesso molto semplici da soddisfare: rimandano a quel bisogno universale di amore e accoglienza. Ciò che rende difficile individuare i bisogni è il fatto che spesso siano in contrasto fra loro perché risentono del periodo adolescenziale in cui l’ambivalenza è protagonista. Innanzitutto c’è quindi il bisogno di legittimare la “compresenza degli opposti”: il bisogno di sentirsi accolti quando “ci si sente in un modo” ma anche quando “ci si sente al contrario”.
Nel bambino l’ambivalenza è come se fosse “esteriorizzata” perché riguarda la relazione con l’adulto, mentre in adolescenza riguarda la relazione con se stessi. Si provano emozioni e pensieri contrastanti che agitano l’essere in profondità. Si crea un disagio che riguarda il sentirsi e al tempo stesso il non sentirsi in relazione con se stessi.
Familiarizzando con questo mondo interiore, che ogni tanto riemerge nell’età adulta, si può facilitare l’accoglienza della parte adolescente di noi. Si può imparare ad accettarsi e amarsi nella propria unica indissolubile molteplicità.

Il tema della caducità
Il bambino, quello interiore così come quello reale ha una percezione onnipotente, raramente fa davvero i conti con la caducità altrui o con la propria; invece l’adolescente non solo comincia ad avere consapevolezza del proprio essere mortale, ma vuole addirittura sperimentare qual è il confine presso cui si contatta la propria “caducità”; da qui derivano i “comportamenti” a rischio. L’adolescente è ancora più esploratore del bambino perché ha delle competenze diverse, più raffinate ma non ancora consolidate, che possono condurlo in territori sconosciuti e proprio per questo di grande fascino. Vuole esplorare e vuole vedere l’effetto che fa: vuole confrontarsi con la paura per mettere alla prova il proprio coraggio. L’adolescente è un grande artista capace di porre continuamente a confronto, più spesso in conflitto, opposti che sembrano inconciliabili.
Il tema della propria finitezza quindi può diventare un leitmotive in adolescenza, proprio perché serve a dimostrare l’altra polarità: la propria “infinitezza”. La morte serve per dimostrare la vita! Questo è un tema con cui nell’età adulta si perde il contatto, anzi, la morte viene spesso negata o evitata come se non facesse parte della vita. Per il bambino la morte può essere accolta in modo naturale se aiutato in modo adeguato dagli adulti; ma per l’adolescente la morte è strepitosa, lo attira e lo spaventa, lo chiama dalla soglia.
Recuperare il proprio adolescente interiore può significare anche fare i conti con la morte, guardarla per ciò che rappresenta per noi, esplorarne i confini senza più mettersi a rischio come si faceva da adolescenti ma mantenendo quella “familiarità” che permette di includerla nella vita.

La fatica di accogliere
Perché l’accettazione di questa parte di noi, di questo archetipo potremmo dire, è spesso difficile? Perché ci destabilizza profondamente: se con un bambino si può far fatica, con un adolescente la fatica si moltiplica. Per accogliere la nostra parte “non ancora matura”, fragile, bisognosa, come accade con l’accettazione del bambino interiore mettiamo in gioco la tenerezza e il desiderio di accudimento; ma la parte adolescente ci mette a confronto con un’ambivalenza così amplificata che ci disorienta… L’adolescente non dice che vuole essere coccolato come quando era piccolo, non dice che ha paura di diventare grande. E noi cresciamo senza dircelo. Cresciamo senza ascoltare quel bisogno che “è ancora” e al tempo stesso “non è più”. Una certa ambivalenza la possiamo sperimentare in ogni fase dell’esistenza, ma in adolescenza si amplifica perché questo periodo della vita è denso di opposti che si confrontano e si scontrano nel tentativo di armonizzarsi.

Trovare una sintesi
La ricetta “perfetta” per accogliere l’adolescente che è in noi non esiste e nessuno può mostrarci la via; ciò che si può provare a fare è accogliere – così come si è imparato a fare con il nostro bambino interiore – tutte le parti in conflitto. Nessuna di loro è buona o cattiva a priori, nessuna è giusta o sbagliata, tutte hanno pari diritti!
La sintesi che si può provare a cercare è più che altro una direzione, non una strada precisa; è un orientamento, è il porsi verso se stessi in profonda accoglienza. È la legittimazione di quelle parti che ci abitano e che di primo acchito detestiamo, perché pretendono, perché “forzano”, perché ci fanno provare dolore. Ma ciò accade solo se non vengono ascoltate, perché se vengono accolte si crea per loro uno “spazio” e non hanno più bisogni di farci star male per richiamare la nostra attenzione.
È importante ricordare che dietro a una parte di noi che talvolta prende il sopravvento c’è un bisogno, un bisogno rimasto inascoltato. Rispondendo con amore incondizionato a quel bisogno non si sbaglia, per quanto possa essere complessa la situazione porsi amorevolmente verso noi stessi ci orienta nella direzione di rispondere a quel bisogno.
Qualcuno potrebbe dire che se sappiamo accogliere il bambino interiore non è poi necessario accogliere l’adolescente… può darsi di sì e può darsi di no. Siamo abitati da diverse entità con differenti età e forse tenerne conto aiuta.

Giustificarsi non è amarsi
Una precisazione: dirsi “sono fatto/a così mi devo accettare” non è esercitare l’amore incondizionato. Questa affermazione presenta il rischio di scivolare nella giustificazione di sé che è ben distante dall’amore per sé. Intanto quella parolina “devo” potrebbe mettere sull’avviso che stiamo attuando una forzatura e dove c’è forzatura non c’è amore incondizionato. Inoltre spesso, non siamo così, ma siamo “stati fatti così” ed è il “disfarsi” da come si è fatti e il “rifarsi” che aiuta a trasformarsi e a evolvere.  Chi ci ha “fatti così” sono stati i bisogni inascoltati, se impariamo ad ascoltarli possiamo cominciare a soddisfarli e a trasformarci. Infine se quell’accettarsi presuppone il tollerare una parte di sé riconoscendola comunque come non adeguata, in realtà non la stiamo amando, ma solo sopportando. La consideriamo un male necessario e questo atteggiamento non porta verso una sintesi perché permane la “separazione” fra ciò che io sono e ciò che voglio essere.
Il “voler essere” passa dal “poter essere” che si manifesta quando si abbandona il “dover essere”.
Il voler essere risponde a un’esigenza del Sé, del nostro nucleo più profondo che sa qual è il nostro scopo esistenziale. Il “dover essere” risponde a un bisogno altrui e l’adolescente che è in noi è stanco di sentirsi dire come “deve essere”. È così stanco e affaticato e arrabbiato e triste e frustrato per questo “dovere” che non riesce a mettersi in contatto con il proprio “potere” per realizzare il proprio “volere”.

Il potere personale
Quello del potere personale è un tema che l’adolescente esplora e “misura” spesso mettendosi in conflitto con chi lo limita. “Gli adolescenti sono prepotenti!” dicono alcuni. Okay, giochiamo con le parole: sono pre-potenti, quindi non sono ancora potenti, e non lo saranno finché da quella pre-potenza non si passerà alla potenza. La potenza della piena realizzazione di sé passa dalla sintesi, da quella sintesi degli opposti, o per meglio dire delle polarità, che popolano ciascuno di noi. Polarità che ci fanno sentire insicuri, incoerenti, fragili. Polarità che il nostro bambino interiore non ha perché è solo “piccolo” mentre l’adolescente è grande e piccolo insieme e ha ancora i bisogni di un bambino – fino a un certo punto – e ha già i bisogni di un adulto – fino a un certo punto. Questa compresenza di bisogni opposti genera il conflitto. Un conflitto che se accolto e legittimato può preludere a una sintesi, quella sintesi che tutti stiamo cercando anche se non sempre ne siamo consapevoli. Una sintesi che può avvenire solo dentro di noi e alla quale tutto il modo fuori – quando questa è avvenuta – si può accordare per accompagnarci a quella meta che abbiamo dentro, che fatichiamo a raggiungere perché abbiamo dimenticato la strada.