Integrare o no? Dipende

integratoriVitamine, sali minerali, antiossidanti: l’elenco dei “supporti” che possono essere impiegati per recuperare l’equilibrio psicofisico è interminabile. Controverso il fatto se siano utili oppure no. Vi sono gli “integralisti” che non vogliono integrare – si perdoni il gioco di parole – i “medicalisti” che abusano dell’integrazione così come si tende ad abusare dei farmaci; gli “altri” che hanno sviluppato propri protocolli: a volte integrano, altre no.
In realtà l’argomento andrebbe affrontato non tanto schierando fazioni contro e a favore, quanto piuttosto domandandosi: qual è la domanda di salute che pone il paziente. Se si parte da questo punto di vista può non essere così semplice dare una risposta. Anzi, si può persino giungere alla consapevolezza che una risposta valida “a priori” non esista. Destabilizzante? Certo! Ma il buon terapeuta sa modulare il proprio intervento centrandolo sul paziente. Chi impara a curare senza incasellare o catalogare chi gli si affida sviluppa la capacità di stare nel qui e ora, lavorando con “quel che c’è” tenendo a bada le proprie aspettative e, se serve, stravolgendo i propri paradigmi e schemi mentali per sintonizzarsi su quelli del paziente senza lasciarsi condizionare da ideologie e dinamiche di potere spesso presenti nell’ambito della medicina.

Cos’è la salute?
Se si vuole affrontare il problema dell’integrazione occorre partire dalla definizione di salute, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) identifica con uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”.
Partendo da questa definizione è evidente che né un integratore, né tanto meno un farmaco possono dare alla persona un benessere così totale. Tuttavia, in molti casi, sia un integratore sia un farmaco possono cambiare la percezione della persona rispetto al proprio stato di salute e, indirettamente, darle ciò che cerca.
È quindi necessario partire sempre dalla domanda di salute di cui è portatore un individuo accettandola incondizionatamente, astenendosi dal giudicarla o dal confrontarla con un ideale di salute definito scientificamente o ideologicamente.
Bisogna infatti tener presente che per millenni la salute è stata considerata un fenomeno magico-religioso: è solo con Ippocrate (IV secolo a.C.) che si comincia ad avere una medicina razionale, fondata sull’osservazione. Eppure, anche dopo il medico greco i concetti di salute e di malattia non riuscirono a essere completamente definiti secondo criteri razionali, ma continuarono a mantenere una dimensione intangibile. Con Illuminismo e Positivismo i modelli razionali – che asservono la medicina alla ragione e alla sperimentazione scientifica – vennero esasperati sino a mostrare, nell’epoca attuale, tutti i loro limiti. Il motivo principale per cui i modelli “razionali” sono andati in crisi è che le persone non sono tutte uguali: se questo è evidente dal punto di vista umanistico esistenziale, sembra non lo sia altrettanto quando ci si concentra sul corpo, eppure anche ogni corpo è diverso dall’altro!

Il bisogno di certezze
Il corpo umano è un sistema che potrebbe essere definito “autoreferenziale”, nel senso che possiede la capacità di autoregolarsi dall’interno. È questo il motivo per cui – se si vuole fare una provocazione – in medicina non dovrebbero costituire un problema le malattie quanto piuttosto le guarigioni; infatti, uno stesso disturbo può essere risolto con approcci molto diversi fra loro. Prendiamo in caso di una persona che abbia male alla schiena: sarà possibile che abbia un giovamento da un trattamento osteopatico, così come dalla somministrazione di un analgesico o di un integratore, ma anche da un’applicazione con un’acqua benedetta, oppure dalla presa di consapevolezza che il suo mal di schiena nasce da un conflitto interiore.
Che cosa ha prodotto la guarigione? Basterebbe accontentarsi del fatto che la persona non abbia più mal di schiena, magari attribuendo il fatto alla sua intrinseca capacità di guarigione che si è “riattivata” grazie a uno stimolo esterno. Si potrebbe anche dire che la semplice “presa in cura” ha prodotto il cambiamento.
Ma l’accettare questa visione è destabilizzante non solo per il terapeuta della biomedicina, ma anche per quello che si propone con un approccio non convenzionale. In fondo, ciascuno ha bisogno di capire cosa ha agito, come e perché. Per accettare di lasciare queste domande senza risposta bisognerebbe possedere la capacità di astrarsi completamente dal “discorso” nel quale si è inseriti (per usare un concetto gramsciano). Infatti, si osserva che non solo per la biomedicina una guarigione senza evidenze scientifiche è disorientante; ma lo è anche per le medicine complementari che vengono applicate in un contesto dove la loro validazione è subordinata al potere della biomedicina e quindi ai suoi metodi e di conseguenza a un approccio scientificamente dimostrabile.

Le domande perdono senso
Se si accetta che il corpo ha in sé la capacità di autoregolarsi risulta evidente che a volte ciò che occorre è solo un intervento esterno capace di riattivare – in un modo non sempre dimostrabile scientificamente – la capacità di autoguarigione. Allora, chiedersi se usare o meno un integratore ha poco senso perché ciascun corpo, abitato in modo diverso da ciascuna persona, reagirà in modo differente.
Restando nell’esempio del mal di schiena, ci saranno persone che preferiranno un analgesico o un antinfiammatorio, altre che preferiranno l’integrazione con sali minerali che attenuino le tensioni muscolari, altre si sentiranno meglio dopo un trattamento osteopatico, altre ancora preferiranno cercare di comprendere che cosa sta dicendo loro il mal di schiena. Ogni individuo farà la sua scelta sia per dare un senso al suo star male sia per guarirne. Il terapeuta sarà solo uno specchio che accompagnerà la persona nel percorso di recupero di quella salute che avrà un senso proprio per quella determinata persona, un senso che sarà permeato da quella componente magico-religiosa che, nonostante il progresso scientifico, non ha ancora abbandonato l’essere umano quando cerca di rappresentare se stesso.
E questo concetto di salute valido per il paziente talvolta, potrà non essere completamente condiviso dal terapeuta.

Se proprio si cerca una risposta…
Fatte queste considerazioni che aiutano a inquadrare da un punto di vista non convenzionale l’ambito in cui ci si muove quando si parla di salute e di malattia, è comprensibile che restare nella vaghezza delle “non risposte” sia insostenibile per chi ha la necessità di vedere validato un sistema di cura. Quindi, seppur con la consapevolezza che si sta osservando il problema da un solo e determinato punto di vista, per cercare di rispondere a chi si chiede se usare o meno gli integratori si possono illustrare due aspetti fondamentali:

– il tempo a disposizione per risolvere un problema;
– il tipo di integratori che si intende usare.

In generale, infatti, il cambiamento dello stile di vita, in particolare un’adeguata alimentazione possono risolvere molti dei problemi per cui troverebbero indicazione gli integratori. Vi sono casi, però, in cui l’integratore può rendersi necessario perché il tempo disponibile per ritrovare l’equilibrio psicofisico potrebbe portare a una cronicizzazione del problema.
Vi è poi la questione della scelta degli integratori: sono da preferire quelli che non apportano dosaggi eccessivi dell’elemento da integrare ma che puntano piuttosto sulla biodisponibilità (cioè il grado in cui una sostanza può raggiungere ed essere utilizzata da un determinato tessuto o organo a cui è destinata) e alla sinergia degli ingredienti e alla riduzione degli eccipienti con l’eliminazione di quelli allergizzanti (tipo lattosio e glutine); inoltre, quando si utilizzano integratori di origine vegetale è sempre meglio che i loro principi attivi siano presenti in fitocomplesso (insieme di sostanze di origine vegetale non riproducibili per sintesi chimica) perché estrarli dall’insieme possono non essere utilizzabili dall’organismo in quanto, spesso, nel fitocomplesso oltre all’elemento che è in carenza corpo sono presenti anche altri elementi che ne facilitano l’assimilazione.
Queste, dunque, in linea generale le indicazioni che si possono seguire per attuare un’efficace integrazione a cui, se possibile, andrebbe abbinato uno stile di vita corretto che consenta di ridurre i rischi per la salute.

Domande che restano senza risposta
Scegliere un buon integratore non è tutto, perché, quando si affronta il tema dell’integrazione sorge sempre il problema dell’individuazione della carenza. Non per tutti gli elementi che possono venire integrati esistono test diagnostici o di laboratorio che possono identificarne il deficit. Il terapeuta deve quindi affidarsi alla propria intuizione per valutare, in base allo stile di vita del paziente, se e come integrare un determinato elemento e, sempre il terapeuta, deve essere  in grado di valutare il miglior approccio calibrandolo sulla persona che ha davanti. Questo, come già detto, è sempre il primo elemento da valutare: vi sono infatti persone che accettano meglio un approccio che passa per l’integrazione piuttosto che per il cambiamento dello stile di vita, che può avvenire in un secondo momento, quando la persona avrà acquisito maggior consapevolezza rispetto al proprio livello di salute.

Resta quindi nell’ambito della relazione terapeuta-cliente la restituzione di quella salute che è andata smarrita. Chi si affida a un curante può non avere ancora la consapevolezza necessaria per affrontare in modo sufficientemente adeguato il proprio squilibrio. L’approccio del terapeuta, in qualunque ambito, dovrebbe sempre essere centrato sul cliente-paziente e soprattutto, dovrebbe essere un approccio senza giudizio, un’accettazione totale che non faccia sentire ulteriormente inadeguato chi già si trova in una situazione di disagio.

È inevitabile, quindi, che alcune domande restino senza una risposta “a priori” di tipo ideologico, perché è solo nella pratica, nella relazione interpersonale e, soprattutto, nel qui e ora che si può individuare una possibile risposta.
Non tutti i pazienti che conducono uno stile di vita incompatibile con la salute possono reggere il “rimprovero” del terapeuta; potrebbero infatti sentirsi ulteriormente inadeguati e rinunciare in partenza al percorso di cura. In questi casi le persone chiedono solo accoglienza, hanno bisogno di un luogo protetto dove portare il loro sintomo e pian piano rivestirlo di senso, comprendere che non è più funzionale e incamminarsi verso la salute. Altre persone hanno bisogno di un terapeuta che mostri loro i rischi del loro stile di vita e la strada per guarire. Altre invece necessitano di un rimedio istantaneo che dia loro l’idea di aver già cominciato un percorso di guarigione, così l’ansia causata dai sintomi si placa e poi, in un secondo tempo, si può lavorare sullo stile di vita.
Ogni persona è un mondo a sé e il terapeuta deve trovare il modo di esplorare questo mondo senza lasciarsi condizionare dalla propria visione di come quel mondo potrebbe essere migliore.