Olismo strong?

medico-pazienteL’orientamento alle medicine complementari – che grazie a un approccio olistico accolgono la persona nella sua interezza – sembra aver fatto il suo tempo. E non solo perché alcune volte le medicine complementari sono state snaturate al punto da essere praticate come la biomedicina, rispondendo a un sintomo con un rimedio in modo meccanicistico; piuttosto perché i pazienti si sono stancati di aspettare, sono affascinati dall’approccio dolce, ma poi vogliono l’effetto strong!

Le medicine complementari hanno talvolta sostituito quella biomedicina praticata con poca attenzione al paziente e molta di più al sintomo; quella medicina che si concentra sull’organo da curare e perde di vista la persona.

Adesso però le cose stanno cambiando, siamo passati all’approccio olistico 2.0 (come direbbe qualcuno): il paziente, che prediligeva l’accoglienza globale, sembra essersi convertito al paradigma della biomedicina e quindi, dopo un paio di sedute di agopuntura, una visita e mezza dall’omeopata, e decine di ore trascorse a navigare in internet cercando di capire dove il suo medico ha sbagliato, abbandona il suo curante e va a cercare altro.

E i medici, quelli che nelle cure dolci ci hanno creduto, restano lì, attoniti e demotivati, davanti ai pazienti-meteora che spariscono nel nulla, senza neppure dire: “ehi, doc, guarda che la tua cura non funziona!”.

Magari prima di abbandonare il terapeuta lo hanno sfinito con messaggi di posta elettronica in cui pretendevano una cura “in differita”; oppure, per fare prima, gli hanno inviato dei messaggi in WhatsApp allegando le foto dei loro esantemi, con una didascalia risentita del tipo: “è ancora così!”

E mentre i pazienti delle cure dolci compiono un dietrofront, i medici “non olistici” si scontrano con i limiti della biomedicina e il loro approccio cambia: cercano di uscire dal paradigma positivista e integrano con altre discipline la loro pratica quotidiana.

In questo quadro è il paziente che non è più paziente; sembra che non si dia il tempo di guarire e che non abbia voglia di stabilire col curante quell’alleanza terapeutica che fa più miracoli di qualsiasi rimedio o farmaco.

Prima di puntare il dito sui medici che applicano una “medicina difensiva”, forse converrebbe dare un’occhiata anche ai pazienti, che seppur in parte giustificati dal loro star male, non riservano al curante il rispetto, in quanto persona, che pretendono.