Amazzoni e draghi alleati contro il cancro

Ci sono alcune donne, le “amazzoni rosa”, che solcano le acque a bordo di canoe con la testa di drago… pagaiando, pagaiando, sono giunte all’approdo tanto sperato… Sembra l’incipit di una favola, vero? In realtà non è così, non è affatto una favola, però c’è una storia da raccontare e ha pure un lieto fine!

Luisella Nicosia, Presidente di Pink Amazons
Luisella Nicosia, Presidente di Pink Amazons

Le amazzoni rosa sono le donne dell’associazione Pink Amazons fondata dall’avvocato Luisella Nicosia: tutte operate di cancro al seno.
La canoa con la prua a testa di drago è il Dragon Boat, una tipica imbarcazione delle regate cinesi, che è stata usata da un medico canadese dello sport, Donald McKenzie, per contrastare la formazione del linfedema agli arti superiori nelle donne operate di cancro al seno. Il medico ebbe l’intuizione che un’attività fisica ripetitiva come il pagaiare potesse contrastare la formazione di linfedema così frequente nelle donne che hanno subito un intervento al seno.
McKenzie allestì uno studio e la sua intuizione fu confermata, da allora, era il 1996, diversi gruppi di donne praticano questa attività, partecipando a regate che hanno assunto una risonanza internazionale.

Regata Dragon Boat
Regata Dragon Boat

In Italia, fra i diversi equipaggi dei Dragon Boat, ci sono anche loro: le Pink Amazons, che organizzano eventi e incontri non solo per far conoscere questo sport, ma soprattutto per diffondere la cultura della prevenzione in ambito oncologico.

Il 15 maggio scorso le Pink Amazons sono state ospitate dall’Associazione Nazionale Carabinieri, sezione di Milano Porta Magenta; all’incontro hanno partecipato medici e psicologi che hanno illustrato alcuni protocolli per attuare una diagnosi precoce del cancro al seno e per affrontare il disagio psicologico che deriva dalla malattia.

Gli approcci diagnostici
Il primo modo per controllare la salute del seno è l’autopalpazione: è stato questo il punto su cui si è soffermata la dottoressa Giuliana Belli, specialista in chirurgia generale, che ha poi illustrato i diversi iter diagnostici per escludere o accertare la presenza di un cancro. Dai dati raccolti emerge che nel 60% dei casi è la donna stessa a scoprire i noduli al seno.

Autopalpazione
La corretta autopalpazione del seno.

Da questa prima fase prendono poi l’avvio diversi percorsi diagnostici: un primo livello di accertamento consiste nell’eseguire un’ecografia e una mammografia; queste due metodiche sono complementari e sono anche gli strumenti che consentono la diagnosi precoce se effettuati come prevenzione. Accertamenti di secondo livello prevedono invece la risonanza magnetica e la Pet. Viene poi eseguito il dosaggio ematico del marcatore tumorale, il CA15.3, che continua a essere monitorato anche dopo gli interventi chirurgici e le eventuali terapie. Sempre più spesso vengono anche eseguite indagini per individuare le mutazioni genetiche delle donne che si ammalano, questo sta aiutando a comprendere, in parte, come prevedere il rischio di sviluppare il cancro.

Il dialogo corpo-mente
Durante l’incontro è stato evidenziato come vi sia spesso un riverbero corporeo di un disagio psicologico che può dare origine alla patologia. Ovviamente non è possibile, né è corretto, fare un’equazione disagio-malattia, perché le modalità con cui ciascuna persona si ammala sono intimamente note solo al singolo individuo e non sempre è possibile portarle alla luce. Tuttavia, ripercorrendo le tappe della propria esistenza non è raro che si riscontrino eventi traumatici che possono aver causato la malattia.
Va detto altresì, come è emerso dal dibattito, che il tipo di approccio e di reazione del paziente alla diagnosi si rivela sempre il fattore determinante per il decorso della malattia. Ciò dimostra quindi che le “direzioni” psicosomatiche o somatopsichiche sono strettamente connesse alle informazioni biochimiche, ai feedback e ai contro feedback ormonali, che viaggiano in quella complessa rete, o network, chiamata psiconeuroendocrinoimmunologica (abbreviata in Pnei), che mette in relazione la mente, il sistema endocrino, quello immunologico e molto altro.
È interessante considerare che, quotidianamente, nel nostro organismo alcune cellule alterano il loro percorso di replicazione e danno origine a cellule tumorali, che però, il più delle volte, vengono neutralizzate senza alcuna conseguenza. Può accadere, invece, che i sistemi di autoregolazione vadano fuori uso e, in quei casi, le cellule continuano a replicarsi in modo anomalo e si sviluppa il cancro.

Lasciar andare il trauma
Non si può sapere con esattezza qual è il trauma che ha portato al cancro, né se questa sia in realtà la causa della malattia; ciò che è certo, invece, è che dal momento della scoperta del cancro e per tutto il decorso della malattia e delle terapie, al grande trauma della comunicazione della diagnosi si susseguono ansie e paure che possono modificare, attraverso meccanismi ormonali, l’azione dei neurotrasmettitori creando un’alterazione dei percorsi neuronali e la “cristallizzazione” del trauma in zone ben precise del cervello. In questi casi l’intervento di un terapeuta esperto può aiutare a rielaborare il vissuto.
È a questo proposito che il dottor Luca Giacci, medico e psicoterapeuta, e la dottoressa Maddalena Canella, psicologa e psicoterapeuta, hanno illustrato l’EMDR, un metodo che, mettendo in comunicazione i due emisferi cerebrali, consente di ristabilire un dialogo fra la parte cognitiva e quella emotiva.
Il metodo venne ideato e strutturato da Francine Shapiro, negli anni ’80 del 1900; EMDR è un acronimo che in italiano si può tradurre in “desensibilizzazione e rielaborazione attraverso movimenti oculari”.
Grazie a questo metodo la parte del cervello che possiede il ricordo emotivo viene messa in relazione con quella che possiede la parola e così, attraverso alcune sedute, pian piano, il trauma fluisce e torna al passato, il ricordo si sfuma e non è più invasivo nel presente.

Il terapeuta durante la seduta di EMDR sollecita la paziente a seguire con lo sguardo le dita.
Il terapeuta durante la seduta di EMDR sollecita la paziente a seguire con lo sguardo le sue dita.

Dall’incontro è risultato evidente è che l’approccio alla malattia oncologica non può che essere multidisciplinare: l’essere umano è un sistema complesso non riducibile alla somma delle sue parti. Finalmente, anche la medicina “ufficiale” sta acquisendo questa visione olistica propria delle medicine non convenzionali.
Ancora non si tiene in sufficiente conto la parte spirituale dell’individuo, che non ha a che fare con l’appartenenza a una religione piuttosto che a un’altra; ma è quella parte sottile che guida le nostre esistenze e che ha anch’essa un ruolo sia nel modo in cui ci si ammala sia in quello con cui si guarisce.