Sano è ciò che “ci” corrisponde!

 

botero

I social, il web, le riviste non fanno altro che suggerirci metodi per dimagrire, per tonificare qua, asciugare là, tanto che abbiamo perso di vista ciò che davvero desideriamo; abbiamo trasformato i suggerimenti dei media in nostri desideri; abbiamo sovrapposto immagini patinate a ciò che siamo nati per essere e che – in cuor nostro – vorremmo davvero essere; pullulano gli incontri, i seminari, le fiere di settore che ci insegnano le regole della corretta alimentazione: carboidrati solo al mattino, proteine a go go, aumentare la quota di grassi, bandire questo e quest’altro dalla dieta, no al glutine, via il latte.
Non mancano i suggerimenti sull’attività fisica che  – così come accade per le indicazioni dietetiche – spesso si contraddicono  fra loro: vai in palestra e fai aerobica, vai in palestra ma fai lavorare i muscoli in anaerobiosi, fai un po’ di aerobiosi e un po’ di anaerobiosi, usa i pesi ma non correre, corri un po’ tutti i giorni, cammina almeno mezz’ora al giorno, la camminata da sola non basta… e si potrebbe continuare sino alla nausea, perché è quella che subentra – scatenata da una fortissima ansia – dopo aver ascoltato i consigli di tutti.
Ferma restando la correttezza del pensiero di Ippocrate per il quale il cibo doveva essere la più importante medicina – intendendo con ciò l’abitudine a una dieta variata e morigerata – la società contemporanea è andata un po’ oltre: ha fatto del cibo un vero e proprio farmaco e come tale lo usa… indiscriminatamente, medicalizzando le persone che avrebbero solo bisogno di reimparare ad ascoltare i veri bisogni del proprio corpo invece di essere subissate da schemi dietetici ansiogeni.
Il cibo a volte finisce per diventare un ansiolitico, un antidepressivo, chi ne abusa per cambiare il proprio umore poi si sente in colpa perché aumenta di peso ed entra così in un circolo vizioso.
Il cibo può assumere anche una forma di punizione: sei grasso, hai sgarrato, hai sbagliato, e adesso ti mangi qualcosa che se potessi scegliere non metteresti mai nel carrello della spesa!

Le diete non funzionano
Ogni punizione – così viene vista da molti la dieta – dovrebbe avere prima o poi una fine, ma se si entra nella dinamica dell’effetto yo-yo, la fine non la si vedrà mai e per tutta la vita si faranno i conti con calorie, massa magra, massa grassa e ago della bilancia che gioca ad andare su e giù. Storie quelle che raccontano che dopo la fase hard della dieta subentra la fase di mantenimento: la dieta stessa è il mantenimento… da seguire a vita! Fine pena mai! Un ergastolo praticamente!
Ma in tutto questo, che ne è delle persone? Anche quelle che non si basano sul “fai da te” ma si rivolgono a un professionista che insegni loro i principi di una sana alimentazione, come finiscono? Prima o poi si stancano e ricadono nel “delirio alimentare”. Allora, come disse qualcuno a proposito della medicina contemporanea che manifesta il proprio limite, possiamo dire che anche i regimi alimentari mostrano il loro: tutti ne hanno senza distinzione!
E quindi, così come per la medicina il problema non sono tanto le malattie quanto le guarigioni – perché si ottengono con i più disparati approcci – lo stesso può dirsi delle diete: il problema è che funzionano tutte, per poco e poi?
La popolazione sembra seguire l’andamento delle mode: vegan sì, vegan no; e gli specialisti si confrontano a colpi di studi che vengono pubblicati la mattina e la sera possono già dirsi superati dagli ultimi pubblicati.
In tutto questo… Qual è il valore della percezione di benessere o malessere che ciascuno ha di sé, dello stare nel proprio corpo? A quella percezione bisognerebbe porre attenzione, ma bisognerebbe che quella percezione fosse “autentica” ovvero non determinata dall’aderenza o meno agli stereotipi in vigore.
La domanda quindi è: siamo ancora capaci di percepirci e di percepire il nostro stato di benessere o abbiamo sempre bisogno che ce lo traducano gli altri?

Schiacciati dai parametri digitali
Quando si entra nello studio di un dietologo o di un nutrizionista, del nostro corpo veniamo “espropriati” e viene passato al setaccio: elettrodi applicati un po’ ovunque misurano quanta acqua abbiamo nei tessuti, quanto grasso c’è nei muscoli, quali sono i rapporti fra massa magra e massa grassa, il peso e l’altezza.
Poche volte, però, ci si rende conto che tutti quei dati “digitali”, dentro o fuori range che siano, non descrivono affatto la persona che si ha difronte.
A volte poi, si usa lo stesso approccio del corpo riferendosi alla psiche: la si “parametrizza”… soggetto tendenzialmente depresso, ansioso, iracondo e così via motivando con uno squilibrio emotivo l’incapacità di stare nei “parametri” fissati e di seguire un regime alimentare.
Alla luce poi delle recenti scoperte della Pnei si deduce che gli squilibri ormonali che portano a ingrassare siano causati dallo stress che attiva meccanismi di feedback e contro feedback che modificano il metabolismo. Tutto vero e …tutto falso!
Si possono trovare cento, mille spiegazioni del non essere nel range del “paziente”, che nel frattempo è diventato tale e non è più “una persona che vuole imparare a mangiare meglio”.
Nel tentativo quindi di far rientrare la persona nei parametri digitali si dimentica che nella vita – la salute e la malattia in particolare – tutto segue la via dell’analogia. Siamo esseri analogici, non digitali! E siamo anche esseri unici, ciascuno di noi dà un significato diverso allo stare bene e allo stare male e anche se l’esterno ci impone di seguire dei modelli, qualcosa dentro di noi sa qual è il nostro “modello ideale”, qual è il nostro modo autentico di manifestarci nel mondo e – per quanto sia efficace la dieta e preparato il professionista che ce la crea su misura – manderemo sempre tutto all’aria perché rientrare nei parametri digitali non è consono alla natura autentica dell’essere umano.
Chi conosce le medicine tradizionali – vecchie di migliaia di anni – che sono nate con l’uomo sa che si fondano sull’analogia: l’alimentazione deve essere adeguata alla persona, al suo modo di essere dentro e fuori, va modificata in base alle stagioni, contano i sapori dei cibi e non le  calorie in essi contenuti. Il nostro corpo, che ci piaccia o no, segue ancora quelle regole vecchie di migliaia di anni, comprende ancora solo il linguaggio analogico… per quello digitale non è attrezzato e neppure la nostra psiche lo è.

La demonizzazione del grasso
Ciò che più sembra preoccupare la popolazione da trent’anni a queste parte (forse anche da qualche decennio in più) è il grasso, eppure, mai come in quest’epoca in cui si pone attenzione al grasso le persone… ingrassano.
Guardando le cose nell’ottica della psicosintesi – attenta alla dialettica fra polarità – si potrebbe dire che ponendo l’attenzione solo a una polarità questa si espande e mette in ombra quell’altra.
Un taoista dal canto suo direbbe forse che solo l’alternarsi dello yin e dello yang genera equilibrio e che se uno predomina senza mai cedere il passo all’altro si va verso la rovina.
In questo mondo contemporaneo da cui il grasso è bandito una buona parte della popolazione è obesa mentre l’altra soffre di anoressia o di altri disturbi alimentari. Siamo sicuri che dedicare così tanta attenzione all’alimentazione sia la strada giusta per risolvere il problema? Siamo sicuri che demonizzare il grasso, puntare al peso forma, al fitness, al giusto rapporto fra massa magra e massa grassa misurato con uno strumento digitale sia la via corretta per riportare la situazione all’equilibrio?

Le intolleranze verso un metodo
I social pullulano di articoli che rivelano “complotti” volti a farci ammalare, sostanze chimiche nei terreni destinati alla coltivazione, farmaci negli animali destinati all’alimentazione umana. Se assumessimo questi veleni in piccole dosi – la teoria dell’ormesi ce lo insegna – forse neppure ci ammaleremmo e non svilupperemmo allergie né intolleranze. Perché invece questi disturbi sono in continuo aumento?
Questi fenomeni, non ultime le malattie autoimmuni, sono prodotti da eccessi di difesa; difese che i nostri “sistemi” mettono in atto perché non ascoltati, costretti in regimi dietetici monotoni e noiosi, imbrigliati in stili di vita e ritmi di esistenze non adatti all’uomo, si è vittime di un modo di condurre l’esistenza che risponde – al solito – ai parametri digitali, a bisogni estranei all’essere umano.
Non è escluso quindi che le intolleranze e le allergie e persino le malattie autuoimmuni siano il risultato non di una genetica, ma di un’epigenetica che non sappiamo e forse non dovremmo controllare; infatti, l’errore sta nel metodo: ci concentriamo sul fuori, sull’altro da noi, mentre le soluzioni le avremmo già tutte a portata di mano. Potremmo sentirci, percepirci e autocurarci, il nostro corpo lo sa fare, o meglio, il nostro “sistema corpo mente spirito” lo sa fare, tutto il resto fa parte di una invasione esterna, determinata da una visione meccanicistica  che è destinata a distruggerci, anzi, che ci sta portando ad autodistruggerci e… con i nostri stessi anticorpi.

Il concetto di salute
A monte poi, rispetto alle diete, ci stanno tutte le strategie di prevenzione che lasciano il tempo che trovano, ma che in quel tempo trasformano le persone in malati cronici. Infatti, alcune persone cominciano a essere curate per prevenire una malattia che potrebbe anche non manifestarsi mai. Inutile anche affrancarsi all’epidemiologia: per le statistiche vale la regola di Trilussa!
Qualcuno quindi è capace di definire senza ombra di dubbio o rischio di smentita qual è il vero stato di salute di un’altra persona? Non dovrebbe essere la persona stessa a definire il suo stare bene o stare male e il medico non dovrebbe limitarsi a mantenere quello stato in cui la persona sente di stare bene, oppure aiutarla a recuperare – secondo i criteri della persona e non seguendo le linee guida – il benessere perduto?
Ci sono individui che vivono bene, che si sentono bene, anche se alcuni dei loro parametri sono “fuori range” mentre altri, che possono vantare un check-up perfetto quasi come una lettera di referenze per un nuovo lavoro, non si sentono in salute.
Un aiuto a comprendere questa visione, forse, può ancora venirci dall’antropologia che studia i fenomeni che – a causa della modificazione dei parametri degli esami clinici – creano nuove categorie di malati del tutto ignari di esserlo. Con queste premesse, siamo sicuri di sapere davvero quale alimentazione consigliare a una persona per farla stare bene, per farla sentire bene al di là dei parametri digitali?

Concentrarsi sul nucleo per creare l’involucro
I modelli che ci vengono proposti sono mappe, ma come si sa la mappa non è il territorio e la realtà che ciascuno di noi esperisce non è uguale per tutti ed è bene che sia così.
A seconda di come siamo fatti: morbidi, ruvidi, magri, grassi possiamo dire che cosa è meglio e chi è più sano? Per definire il concetto di salute abbandoniamo i dati digitali e focalizziamoci sul modello analogico e sui reali bisogni e la risposta ad essi dei singoli individui.
Siamo capaci, con queste premesse, di personalizzare davvero – ma per davvero – un regime alimentare?
E siamo in grado di dire quanto del bisogno di cambiare il proprio aspetto fisico con una dieta corrisponde a un reale bisogno del nucleo profondo che ci abita e che ha scelto di manifestarsi in una forma ben precisa?
Vero che l’armonia interiore si riflette in quella esteriore, ma allora non converrebbe lavorare sulla prima e lasciare che la seconda si manifesti liberamente una volta che lo spirito ha trovato la sua strada? Perché smontare e ricostruire il tempio di quello spirito prima di sapere quanto è adeguato a contenerlo?
Tutta la realtà è in trasformazione e noi con essa, corpo mente spirito sono indissolubilmente connessi e volere lavorare solo su un aspetto può mettere in squilibrio gli altri. Al tempo stesso se c’è uno squilibrio in un aspetto, gli altri possono pian piano risincronizzarsi e riportare il sistema all’equilibrio. Ma ci vuole pazienza, non si può aggredire il sistema, bisogna lasciargli il tempo necessario a esprimersi.

Educare al rispetto dell’unicità
La discriminazione, il non riconoscimento dell’altro, passano anche dal costringere gli individui in modelli che non sono i loro. Ciascuno  ha il diritto di essere accettato per ciò che è. Ma questo principio non è applicato!
Purtroppo, fin da piccoli abbiamo imparato a fare degli altri uno specchio: ci vediamo belli e amabili se qualcuno ci fa sentire così; beh, la vera rivoluzione di questa epoca è il sentirsi belli e degni d’amore a prescindere!
Si è belli quando c’è armonia fra dentro e fuori in qualunque forma si manifesti. Bisognerebbe educare a questo le persone, invece di educarle alle combinazioni alimentari!
Se ciascuno accettasse e legittimasse se stesso per ciò che è e se imparasse a farlo con il prossimo non ci sarebbe bisogno di educare le persone alla salute perché saprebbero riconoscerla e sceglierla – quella giusta per loro e non quella stereotipata – senza indugi. Bisognerebbe affidarsi a quella intelligenza interiore che fatichiamo a riconoscere. Il sistema che ci mantiene in vita ha una sua saggezza, e segue una propria logica che non sempre possiamo comprendere perché strettamente legata all’ontologia.
Fermiamoci al riconoscimento e all’accettazione di ciascuno per ciò che è e lasciamo che la vita sia, che si manifesti come è nel suo disegno, sia che questo sia “tondo” oppure no.