Lo stress di chi cura

Medici, infermieri, operatori socio sanitari e altre figure professionali fanno parte di quelle categorie ad alto rischio burnout. La sindrome da burnout, o più semplicemente burnout, che significa letteralmente “bruciarsi”, si manifesta quando una persona viene sottoposta per un lungo periodo a una condizione lavorativa stressante. Lo stress che può causare questa sindrome, però, è di un tipo particolare e riguarda lo stare quotidianamente a contatto con persone malate, anziane, disabili il cui livello di sofferenza è elevato. Se da un lato le capacità empatiche sono una risorsa per chi lavora con la sofferenza del prossimo, dall’altro possono mettere a rischio l’equilibrio psicofisico di chi, per mestiere e per vocazione, si occupa dei malati, degli anziani e dei disabili. Ma non solo. Il burnout può riguardare anche chi, come i familiari dei malati, è costretto, per molte ore al giorno ad occuparsi di un proprio congiunto. Non sono esenti dalla sindrome le persone che – anche se non hanno mansioni di cura né di accudimento – frequentano reparti in cui sono ricoverati pazienti con malattie inguaribili, disabili e anziani; per esempio, può capitare che il personale addetto alle pulizie del reparto si senta sottoposto a un carico emotivo difficile da sopportare e da elaborare.

Difendersi non aiuta
Venire in contatto con la sofferenza del prossimo non è facile, ma per salvaguardare il proprio equilibrio psicofisico non serve imparare a “non farsi coinvolgere”: innanzitutto perché erigere un muro per separarsi dalla persona sofferente richiede molte più energie che lasciarsi coinvolgere e, alla fine, lo stress si farebbe sentire ugualmente; inoltre perché per proteggersi si mettono in atto meccanismi di difesa che “spostano” solo il problema ma non permettono di risolverlo; infine perché, che lo si voglia e lo si creda o no, siamo tutti collegati ed è umanamente impossibile lavorare vicino a chi soffre senza sentirne il peso.
Stare con i malati, con gli anziani, con i disabili, ma anche svolgere professioni d’aiuto come accade agli psicoterapeuti per esempio, richiede un grande dispendio di energie sia fisiche sia psichiche e alimenta in questi professionisti vissuti emotivi che necessitano di uno spazio adeguato per essere accolti, osservati e trasformati affinché si possa svolgere il proprio lavoro con serenità.
L’atteggiamento più funzionale, quindi, è il concedersi quell’empatia profonda capace di aiutare il prossimo, a patto che poi si sia possa “staccare” per recuperare energie ed elaborare le emozioni che emergono. Se non viene dato spazio al recupero si può finire col non essere più in grado di svolgere in modo adeguato il proprio lavoro. La mancanza di un efficace recupero di energie e di un’adeguata elaborazione delle emozioni porta lo stress a livelli soglia che possono condurre al burnout.

Stress e burnout
Stress e burnout sono strettamente collegati. Quando il lavoro diventa troppo stressante e l’impegno emotivo esagerato la persona comincia a manifestare un atteggiamento di rifiuto verso le proprie mansioni; questo potrebbe essere un primo campanello d’allarme che dovrebbe indurre a valutare la situazione con attenzione e, se il caso, chiedere aiuto. Le manifestazioni dello stress da lavoro coinvolgono diversi aspetti: quello cognitivo (diminuisce l’autostima e il senso della propria efficienza, aumentano gli errori a causa del calo dell’attenzione, l’ambiente spesso viene percepito come ostile); quello emotivo (compare ansia, stanchezza mentale, eccessiva irritabilità, rabbia, tristezza); quello comportamentale (l’impegno diventa scostante, l’attività scarsa, aumenta la dipendenza da sigarette e da alcolici). Non è insolito che si manifestino anche problematiche relazionali sia con i familiari sia con i colleghi. Oltre a ciò, spesso si aggravano disturbi già presenti che possono riguardare l’apparato gastrointestinale (stipsi o diarree, gastriti e coliti); il sistema nervoso centrale (emicrania, cefalea); la sfera sessuale (impotenza, calo della libido); si possono avere manifestazioni esantematiche (orticarie, dermatiti, psoriasi); disturbi del sonno (insonnia o continui risvegli, ma anche alterazioni del ritmo sonno/veglia), disturbi dell’appetito, diminuzione delle difese immunitarie, cardiopatie, diabete. Questo stato coinvolge non solo i lavoratori, ma anche i volontari e le persone impegnate nell’accudimento dei propri familiari sofferenti.

Prevenzione e cura
Il burnout dà origine a un malessere che coinvolge la vita della persona in ogni suo aspetto da quello psicofisico a quello relazionale. La prevenzione consiste nell’evitare che le situazioni stressanti si protraggano. Converrebbe agire in modo sistematico nell’ambiente in cui la persona lavora, aiutandola a gestire e a dissolvere lo stress prima che superi i livelli di guardia. Dal punto di vista metodologico bisogna eliminare, a monte, ogni situazione che possa rivelarsi stressogena; per esempio garantendo ritmi di lavoro non troppo serrati e turni di riposo adeguati. Inoltre, occorre mantenere la motivazione del lavoratore non solo con il riconoscimento professionale, ma anche con un adeguato riconoscimento economico. Infine, ma non per importanza, bisogna creare uno spazio dove il lavorare possa parlare di “come si sente” esternando i vissuti e le difficoltà che incontra trovandosi a stretto contatto con persone sofferenti di patologie inguaribili o di malattie degenerative o con disabilità gravi.
La migliore prevenzione è quindi l’accoglienza del disagio (non la negazione!) e l’elaborazione dei vissuti che, se rimossi e cristallizzati, possono trasformare lo stress in burnout. L’ideale sarebbe consentire ai lavoratori di manifestare il proprio sentire in uno “spazio protetto”, in modo libero, autentico e con la certezza di non essere giudicati; per questo possono essere d’aiuto professionisti adeguatamente formati, come i counselor per esempio, in presenza dei quali il lavoratore può “rimaneggiare” le proprie emozioni e le proprie frustrazioni. In mancanza di aiuti esterni, è importante comunque che il lavoratore abbia a disposizione uno spazio e un tempo per confrontarsi con i colleghi del reparto o dell’equipe e, in una sorta di “auto-mutuo-aiuto”, esprimere i propri vissuti con autenticità senza giudizio verso di sé né verso gli altri. In questo modo la condivisione diventa un rituale che di per sé – come tutti i riti – rassicura, allenta la tensione e placa l’ansia.
La cura del burnout conclamato, invece, deve essere affidata a specialisti in grado di proporre trattamenti che possano neutralizzare gli esiti della sindrome e ripristinare la capacità psicofisica di reagire all’ambiente e alle situazioni in modo funzionale. In questi casi, uno psicoterapeuta o uno psichiatra adeguatamente formati possono aiutare molto la persona.

Il bisogno di confini
È importante che il lavoratore – che sia medico, infermiere, operatore socio sanitario o altro – abbia a disposizione uno spazio di cui usufruire periodicamente dove sia possibile rielaborare le situazioni stressanti della propria professione. Ed è importante che in questo spazio trovi degli interlocutori che possano aiutarlo a rimaneggiare alcune esperienze lavorative prima che si cristallizzino e che vadano ad alimentare uno stress che, se protratto, può degenerare in burnout. È quindi necessario che il lavoratore, che presta servizio in ambito sanitario, venga “allenato” a sviluppare l’abilità di creare un confine fra sé e il paziente, un confine che non è da confondere con una barriera rigida, con un muro, ma che va inteso come una membrana permeabile che possa far scorrere l’empatia ma che eviti il rischio di lasciarsi fagocitare e invischiare nella situazione che coinvolge il malato.
Uno spazio di “decompressione” si rivela indispensabile affinché il lavoratore si abitui ad accogliere e poi a lasciar andare ciò che il paziente gli porta con la propria sofferenza. Se il confine non è permeabile ma rigido non solo si avrà uno spreco energetico debilitante sul lungo periodo, ma verrà impedito lo svolgimento del proprio lavoro con quell’empatia di cui il malato, l’anziano o il disabile hanno bisogno.

( Per gentile concessione di “Sesta Stagione”)