Sul suicidio… per empatia

suicidio per empatiaChi conosce il ritmo dello svolgersi dei cicli dell’Umanità dice che siamo nel kali yuga, una fase in cui prevale l’autodistruzione degli esseri e la perdita della possibilità di conoscere e portare a termine il proprio scopo esistenziale; chi invece lavora nelle relazioni d’aiuto dice che vi è una crescita esponenziale di sofferenza dovuta da una parte alla perdita di senso dell’esistenza e dall’altra alle condizioni innaturali in cui viviamo, con un dispendio di serotonina difficile da compensare, che porta alla depressione e può indurre al suicidio.
Da qualunque punto si voglia guardare la realtà sembra che questo mare di sofferenza umana venga, in parte, arginato con l’uso di psicofarmaci.

Cosa sappiamo davvero
Ma cosa sappiamo delle motivazioni che portano a togliersi la vita? I trattati di psichiatria individuano le cause fisiologiche, che determinano le depressioni e altre patologie che possono condurre al suicidio. Si parla di una componente genetica – una sorta di “tristezza” ereditata – e di cause epigenetiche – ovvero condizioni ambientali che favoriscono l’esprimersi dei disturbi che conducono all’autodistruzione.
Ci sono molti studi e tanta letteratura in merito che hanno un grande valore. Forse, però, sono ancora poco esplorate alcune cause che possono portare un essere umano a chiudere anticipatamente la propria esperienza terrena.

Il dolore circostante
Esistono individui particolarmente sensibili che assorbono come delle spugne non solo lo stato d’animo degli altri ma anche le vibrazioni della natura e degli animali. Sono persone che non parlano volentieri del loro sentire ma che lo provano in modo molto intenso e lo fanno proprio anche se in realtà non gli appartiene.
Per questi soggetti il fatto che vi sia una guerra a migliaia di chilometri di distanza o fuori dalla porta della propria casa fa poca differenza. La penetrabilità del dolore per loro è altissima e se non sono adeguatamente capaci di schermarsi possono finire col sentire quella sofferenza come propria e possono scegliere di suicidarsi per eliminare quella “morsa al cuore”.

La capacità di schermarsi
Ciascun essere umano è dotato – anche se non sempre ne ha la consapevolezza – della capacità di schermarsi nei confronti delle emozioni o delle vibrazioni provenienti dell’ambiente. Vi è poi in ogni individuo una specie di “filtro” dell’empatia che consente di condividere l’altrui stato d’animo in base alla prossimità e alla necessità biologica; un esempio è l’empatia della madre per il proprio figlio, che la sintonizza sui bisogni del piccolo; oppure di chi manifesta empatia nei confronti della tragedia accaduta a un concittadino e che contemporaneamente riesce a essere quasi indifferenti allo sterminio di intere popolazioni lontane.
È come se ci fosse uno scudo, un filtro tarato sulla “prossimità” che impedisce di soffrire ogni volta che accade un evento doloroso a qualcuno.

Quando lo scudo ha una breccia
Capita che alcune persone –  durante l’infanzia o nella vita perinatale – vivano delle esperienze traumatiche che creano una specie di breccia nello scudo di protezione che posseggono; questa breccia diventa una via di accesso per percepire in modo amplificato le emozioni circostanti, soprattutto quelle che creano sofferenza perché entrano in risonanza con la sofferenza che è stata vissuta nel passato.
Spesso le persone con queste caratteristiche si dedicano all’aiuto del prossimo: le si trova fra i terapeuti, soprattutto quelli che si occupano della sofferenza interiore più che della sofferenza fisica; oppure sono individui che dedicano la propria vita alle missioni umanitarie o che abbracciano profondamente una fede religiosa o l’assistenza spirituale.
Il possedere quella “breccia” le rende capaci di stare con la sofferenza dell’altro e di aiutare – il più delle volte – in modo efficace ed empatico.

Le fasi di un processo
Le persone che possiedono questa particolare sensibilità, però, attraversano diverse fasi nella loro esistenza prima di manifestare in modo efficace il loro potenziale di “guaritori” del corpo e dello spirito.
Come ogni esperienza che riguarda l’essere umano non si può generalizzare, tuttavia non è infrequente che nella prima parte della loro esistenza ci sia il bisogno di concentrarsi sulla propria sofferenza per imparare a conoscerla e a contenerla. Nella parte iniziale del processo di consapevolezza queste persone hanno bisogno di familiarizzare con il proprio trauma e di conoscerne tutti i riverberi psichici, fisici e comportamentali. In una fase successiva hanno bisogno di imparare a distinguere fra ciò che riguarda il proprio vissuto emotivo e quello altrui. Infine, se sono usciti indenni da questa specie di “percorso iniziatico”, è molto probabile che possano diventare dei buoni terapeuti o degli organizzatori di missioni umanitarie o anche – più semplicemente – che siano capaci di creare gruppi di lavoro in cui ci si senta autenticamente accolti e quindi autenticamente “parte”.

Il rischio del percorso
In questa sorta di percorso inziatico è insito un rischio grandissimo: il perdersi, cioè confondere fra il proprio e l’altrui star male tanto da desiderare di porre fine alla propria vita per l’eccessiva sofferenza percepita. Questo accade soprattutto se non vi è una ragione ultima, un scopo alto a cui agganciarsi per dare un senso al dolore, superare la crisi e trasformarsi.
È importante quindi che nelle varie fasi del percorso, che porta questi individui alla piena consapevolezza, vi siano delle figure che sappiano accompagnare le diverse trasformazioni – anche quelle spirituali – senza l’ansia di porre un’etichetta a quello star male; per esempio, evitando di definirli semplicemente dei “depressi”. Classificare prematuramente e in modo inadeguato il loro stato d’animo può impedirne per sempre l’evoluzione che invece potrebbe condurle a manifestare il pieno potenziale.

Come distinguere i casi
Quindi tutte le persone depresse sono in balìa di una trasformazione interiore? Si potrebbe anche azzardare una risposta affermativa; infatti, ciascun momento evolutivo può essere fatto corrispondere a una “morte interiore” che è da vedersi come un punto di non ritorno. Per pochi altri – meno di quanti si creda – si tratta di uno squilibrio neurofisiologico che necessita cure farmacologiche adeguate. Tuttavia non è facile distinguere perché spesso le linee guida non contemplano una visione esistenziale del malessere. Ciò che può essere d’aiuto è chiedere alla persona se riesce a individuare i motivi della propria sofferenza. Senza indugiare su alcuni temi particolari, quindi senza suggerire in parte delle risposte, è possibile aiutarla a esplorare il proprio disagio e a trovare il modo per risolverlo. Non bisogna mai dimenticare infatti che ciascun individuo possiede dentro di sé sia le ragioni dello star male, sia quelle dello star bene; ciascuno ha la saggezza adeguata per “autoguarirsi” solo che ha dimenticato come fare. Il modo più corretto di approcciarsi – quando non vi sia una situazione di emergenza ovviamente – è di esercitare l’arte della maieutica accompagnando la persona dentro di sé per cercare quelle risorse che possiede ma anche non ha ancora attivato.
In generale, la distinzione fra i diversi casi è lasciata alla competenza del terapeuta. È un tipo di responsabilità che solo lui può valutare con la massima onestà, intellettuale e di cuore, se è in grado di assumersi.

Il bisogno del transpersonale
Si potrebbe dire che ogni tentativo di autodistruzione può rappresentare quella che lo psichiatra Stanislav Grof ha definito una “emergenza spirituale”: uno stato di profondo smarrimento che evidenzia la mancanza di una adeguata componente transpersonale che dia un senso propria vita, al dolore proprio e a quello percepito nel mondo. In ogni essere c’è la consapevolezza – anche se a volte viene negata o rifiutata – di far parte di una Entità a cui tutto afferisce. Sia che si scelga di seguire una religione sia che si rifiuti qualunque appartenenza, qualcosa nell’intimo dell’uomo anela a una ricerca di senso. Una ricerca che se non approda a una esperienza sufficientemente coinvolgente e autentica può trasformarsi in una estenuante ricerca che, sfiniti e stremati, si può decidere di concludere rinunciando alla vita stessa.
Quel senso di perdita, di disconnessione, di solitudine che sono generati da una ricerca di senso che va oltre il personale, che trascende l’esistenza terrena e che approda a un transpersonale che possa dare un senso alla vita.
Le fasi di profonda tristezza connotate da un desiderio di autodistruzione causato dalla mancanza di qualcosa di trascendente rispetto all’esistenza terrena possono essere definite “risvegli spirituali”, che attraverso una crisi interiore conducono al riconoscimento di una Causa Ultima della propria vita e del proprio compito esistenziale.

I possibili interventi
Qual è il modo più adeguato per aiutare queste persone nella trasformazione? Non esistono ricette valide in ogni caso, ciascun individuo è un mondo a sé e, pur condividendo una modalità evolutiva con altri soggetti, ogni caso deve essere approcciato come unico.
Un metodo più che un approccio, che può funziona in molti casi, è aiutare questi individui a disidentificarsi dal proprio star male: cioè fornirgli gli strumenti per “guardarsi da fuori” e per comprendere che possono ridimensionare la realtà con cui si confrontano sino al punto in cui smetta di gravare, così pesantemente, sulla propria anima. Ma questo ridimensionamento deve avvenire solo dopo che vi sia stata una totale accoglienza del malessere, altrimenti può avere il sapore di un rifiuto o di un non riconoscimento del proprio star male.
Ciascun orientamento della psicologia ha i propri metodi per aiutare la persona a compiere questa “presa di distanza” dal vissuto disturbante. La Psicosintesi, per esempio, fondata dallo psichiatra Roberto Assagioli, ha fatto della disidentificazione un vero e proprio strumento terapeutico.
L’uso dei farmaci in alcuni casi si rende necessario per stabilizzare temporaneamente l’individuo sino a quando non è in grado di osservare se stesso con un’adeguata neutralità. È importante però non abusare dei farmaci che, se prematuramente prescritti, possono impedire per sempre alla persona di ritrovare il proprio centro. Fornire per un breve periodo un supporto farmacologico accompagnato da un adeguato supporto psicologico può essere un modo per tamponare una situazione ed evitare che precipiti. Ma questa soluzione per alcuni soggetti non è indicata perché può anestetizzare e mortificare a tal punto il proprio nucleo vitale da impedirne la piena espressione che permette il raggiungimento di quello scopo esistenziale a cui ciascun essere vivente anela.

Un aiuto dall’antropologia
Di fronte ai limiti che incontra la biomedicina e di fronte a una psicologia molto medicalizzata, che si distanzia da quella psicologia umanistica – inclusa in una più ampia psicologia transpersonale – può essere d’aiuto l’antropologia che “riporta all’umano” ciò che gli è proprio.
È ben noto agli antropologi che i “percorsi iniziatici” costituiscono una sorta di rito di passaggio che l’individuo ha bisogno di compiere per giungere alla piena e autentica espressione di sé e del proprio potenziale interiore.
Chi ha qualche nozione di antropologia sa, per esempio, che per diventare “sciamani” (guaritori e guide spirituali al tempo stesso) occorre un rito di passaggio che – seppur diverso a seconda delle tribù in cui viene praticato – ha alcune caratteristiche comuni: l’individuo deve venirsi a trovare fra la vita e la morte, in bilico fra due mondi, e deve imparare a governarsi e a governarli entrambi. È l’approdo a una dimensione “autenticamente” umana in equilibrio fra le forze del cielo e quelle della terra.
Durante questi percorsi iniziatici egli impara anche come proteggersi dalla sofferenza propria e da quella altrui così da diventare un efficace guaritore.
Nell’epoca contemporanea, qui in Occidente, è quasi scomparsa ogni traccia di questi riti, ne sono rimasti solo labili residui in certe pseudotradizioni; quindi le persone o si affidano alle Tradizioni autentiche che ancora permangono in alcuni ambiti religiosi, oppure sono destinate e manifestare quel disorientamento totale di fronte alla sofferenza altrui e propria che può condurle al trattamento farmacologico e psichiatrico permanente, negando per sempre la possibilità di adempiere al proprio scopo esistenziale. Sostituire ai riti una certa forma di medicalizzazione, oltre a non dare spazio all’espressione interiore, può indurre un abuso di sostanze – dall’alcool alle droghe – capaci di anestetizzare, così come fa spesso il farmaco, quel malessere del vivere che se adeguatamente canalizzato può invece trasformarsi in una spinta per evolvere.

Cosa fare 
Gli strumenti a disposizione per aiutare chi soffre sono un po’ come lance spuntate che non riescono – seppur con la buona volontà di chi li usa – ad aiutare davvero le persone a esprimere le proprie potenzialità. Aumentano così i suicidi di chi non riesce a dare un senso, o a canalizzare diversamente la propria e l’altrui sofferenza.
Se si ha notizia di una persona che manifesta il desiderio di togliersi la vita – nell’emergenza – la prima cosa da fare è chiamare il Pronto Intervento che allerterà le Forze dell’Ordine che sono le uniche, in caso di pericolo reale, ad avere l’autorizzazione per forzare l’accesso al luogo in cui il soggetto si trova. Occorre però una particolare delicatezza nell’intervento per evitare che la persona si spaventi; infatti, l’irruzione di chi interviene per aiutare potrebbe spingerla a togliersi davvero la vita, mentre il “progetto” di tale gesto potrebbe essere stato solo una disperata richiesta d’aiuto.
Una volta che la persona è al sicuro, che si è certi che non abbia ingerito sostanze o che in qualche modo non abbia attuato un tentativo di suicidarsi, ma che lo abbia solo annunciato nel gesto estremo di trovare un aiuto, può risultare efficace “stare” con lei mantenendo una qualità di presenza autentica ed empatica. Si può “stare” in modo autentico con l’altro anche senza dir nulla; magari mantenendo un contatto visivo, a volte limitandosi ad appoggiare una mano sulla spalla per instaurare un contatto più prossimo (verificando che il gesto sia gradito). Può anche essere utile respirare insieme alla persona, accordandosi col suo respiro e invitandola a respiri sempre più profondi che l’aiutino a recuperare la calma. Essere capaci di stare con l’altro senza lasciarsi prendere dall’ansia del dire o del fare è già un primo passo importante per fare sentire la persona accolta e legittimata nel proprio star male.

Cosa non dire
Tra le migliaia di frasi che possono essere pronunciate in situazioni di emergenza, non si può essere certi di quali verranno recepite come “convincenti” e ad effetto positivo. È possibile però prevedere quali frasi sono di sicuro effetto negativo perché inducono la persona a credere di non essere stata riconosciuta nella propria sofferenza e si può correre il rischio che “alzi il tiro”, che “aumenti la posta in gioco” e che quindi si metta in un pericolo maggiore.
È importante invece che si senta compresa, legittimata nella propria sofferenza che viene vissuta come unica. Dire per esempio, “non sei il/la solo/a a star male” oppure “c’è gente malata che sta peggio di te” sortisce il sicuro effetto di fare sentire alla persona che il proprio malessere è minimizzato o peggio paragonato e sminuito rispetto a quello di altri.
Chi sperimenta una sofferenza tale da pensare di togliersi la vita ha bisogno di sentire che la propria sofferenza può essere accolta, che è unica, immensa, ma può trovare un luogo dove essere accettata e legittimata. Ha bisogno di sentirsi un essere umano unico e speciale – come in realtà ciascuno avrebbe il diritto di sentirsi – e il suo star male deve essere “preso in carico” senza giudizi né paragoni.
Spesso le Forze dell’Ordine o anche gli equipaggi delle ambulanze indugiano sulla minaccia di suicidarsi con frasi del tipo “le sembra questo il modo di risolvere i problemi?”.
Ora, va da sé che se la persona avesse intravisto un altro modo non sarebbe giunta a quella conclusione; inoltre se ci si trova ad avere a che fare con chi sta male perché empatizza con la sofferenza universale, è evidente che non ha un problema specifico da risolvere – come la mancanza di lavoro o la morte di un proprio caro, per esempio – ma sta sperimentando una sofferenza a cui vuole solamente porre fine. Suicidarsi può sembrare l’unico modo per smettere di soffrire. Vietati assolutamente gli atteggiamenti di sfida, del tipo: “continui a dire che ti ammazzi ma poi non lo fai mai!” è una modalità di sicuro effetto per trasformare il disagio in tragedia!

Accogliere la colpa e la vergogna
Quando è necessario ricorrere al Pronto Intervento bisogna essere consapevoli che lo stato d’animo di chi è in difficoltà – dopo uno spavento iniziale (perché chi vuole morire ha paura di compiere questo gesto, non dimentichiamolo!) – è principalmente la vergogna di sé causata dal mostrare la propria fragilità; inoltre può esserci un forte senso si colpa per aver causato il trambusto di un intervento d’emergenza e per aver messo in apprensione le persone che lo hanno richiesto e che si sono allarmate.
Occorre quindi essere pronti ad accogliere questi stati d’animo aiutando la persona a legittimarli e poi a disidentificarsi anche da quelli aiutandola a sentire che non c’è vergogna nello star male né colpa nell’aver – anche in modo inconsapevole – chiesto aiuto.
Da evitare quindi – fra i comportamenti da tenere – il rimprovero per “la paura che ci hai fatto prendere” magari facendo leva sullo stato di salute di qualche famigliare che può “morire per lo spavento”.
Se la vergogna è spesso provata da chi tenta di togliersi la vita, occorre dire che c’è anche un’altra forma di vergogna/pudore che è il parlare della morte da parte di chi la soccorre. La morte è parte della vita e se qualcuno ha pensato di morire, da qualche parte, nel suo intimo, c’è una grande volontà di vivere anche se in modo diverso dal tipo di vita sperimentato sino a quel momento.
Quando la fase di emergenza sarà passata è utile che il soggetto possa esplorare, con un aiuto adeguato, i significati profondi che attribuisce al vivere e al morire che in realtà sono due aspetti così interconnessi da essere inscindibili l’uno dall’altro.

Le emozioni “parassita”
Quando si ha a che fare con vissuti emotivi così intensi bisogna considerare l’aspetto dell’autenticità delle emozioni che vengono manifestate. In Analisi Transazionale, fondata dallo psicologo Eric Berne, vengono chiamate “emozioni parassita” quelle emozioni che l’individuo si concede di esprimere in sostituzione di altre emozioni che invece crede di non poter manifestare. La tristezza e la depressione spesso sono il paravento di una potentissima rabbia o di una grande frustrazione che non vengono accolte e legittimate. Dare spazio a queste emozioni autentiche permette anche di ridurne la potenza.
Può anche essere vero il contrario; nel caso in cui, per esempio, la persona si dimostri arrabbiata può anche darsi che non si conceda di essere profondamente triste o di avere una grande paura.
Ogni individuo è un mondo a sé, per questo non si può generalizzare e offrire una modalità di intervento e di relazione che vada bene per tutti. È importante però comprendere – anche se non è possibile esplorarle tutte – che vi sono diverse dinamiche che stanno alla base del volersi suicidare.
Porsi il problema, farsi delle domande, comprendere che non tutti “funzionano” allo stesso modo è già un primo passo per aiutarle.

Se il processo è trasformativo
È importante che una persona venga “sorvegliata” se sta affrontando un periodo di profondo sconforto in cui magari sceglie di isolarsi, anche meditando di compiere gesti autodistruttivi; ma è importante che questa sorveglianza non sia invasiva né lesiva della sua privacy cosa che mortificherebbe ancora di più quella parte di sé che sta cercando di manifestarsi e che può essere molto spaventata. Sono quindi da evitare comportamenti di controllo che possono assumere un carattere persecutorio amplificando la vergogna per come si è e il senso di colpa e di inadeguatezza. Si può chiedere di mandare ogni tanto un messaggino per fare sapere che è tutto ok, ma senza imporlo e senza telefonare violando il bozzolo in cui l’individuo si è protetto per compiere la propria metamorfosi. Fare sapere che si è disponibili per condividere anche un momento di silenzio; offrire il proprio aiuto per sbrigare piccole commissioni quotidiane che in alcuni momenti possono costituire un carico che sembra insopportabile; chiedere se si ha voglia di uscire per una passeggiata senza far sentire l’obbligo di farlo; evitando di dire “tirati su” limitandosi a un “ti comprendo” possono essere piccole strategie utili per sostenere chi si trova a vivere un processo trasformativo.
Quando questo riesce a compiersi bisogna essere pronti ad accogliere la trasformazione, senza relegare il soggetto in una precedente immagine di sé o ricordandogli come era prima. Ciò che l’individuo era in passato è rimasto nel bozzolo, bisogna essere pronti ad ammirare le nuove ali di farfalla che quasi sempre spuntano se si è capaci di essere pazienti, se si legittimano tutto gli stati d’animo spesso contrapposti, se si è capaci di una autentica vicinanza empatica e rispettosa.
Le persone che hanno attraversato questo genere di trasformazioni spesso si riconoscono fra loro e sono capaci di darsi reciproco aiuto: non è infatti insolito veder emergere da queste crisi profonde dei terapeuti compassionevoli o persone autenticamente illuminate dalla fede che sono riusciti a trasformare la loro “breccia” nell’anima in uno spiraglio da cui passa una luce che può aiutare il prossimo.