Il bambino interiore mette a rischio la coppia

Krishnananda e Amana
Krishnananda e Amana

 

di Nicla Vozzella

Krishnananda e Amana fanno coppia nella vita e nel lavoro (il loro ultimo libro è “Uscire dalla paura” ed. Apogeo) e, grazie alla loro esperienza e alla condivisione amorevole di cui sono capaci, ci hanno reso più chiare le dinamiche di relazione e con esse anche le strategie per far sì che la coppia non scoppi.

Ciascuno di noi ha a disposizione due “stati” attraverso cui può relazionarsi con chi ama (sia esso il partner o un parente, o altro): lo stato di adulto “centrato” oppure quello di “bambino”.
Ogni volta che incontriamo una frustrazione in una relazione (sia essa di coppia, amicale o di lavoro) ci troviamo di fronte a una scelta: mettere in gioco l’adulto oppure il bambino?
Dal punto di vista energetico bisogna dire che occorre più energia e più coraggio per attuare un cambiamento nelle nostre modalità di relazione e decidere di far scendere in campo l’adulto; mentre è più semplice percorrere strade già note, seguire vecchi schemi e lasciare che a confrontarsi sia il bambino.
Eppure, se sapessimo quanto migliori potrebbero essere le nostre relazioni correndo il rischio di essere adulti, tutti sceglieremmo questa via.

Il potere della paura e l’ansia del controllo
Se le cose stanno davvero così, se alla fine si rivela più vantaggioso relazionarci da adulti, perché molto spesso scegliamo invece di metterci in gioco come bambini? Perché la paura guida le nostre scelte: temiamo di non essere amati, di essere abbandonati, non vogliamo sentirci dire di no. Il bambino non sopporta la frustrazione, il bambino pretende di essere sempre felice ma non è disposto a “lavorare” per guadagnarsi la felicità.
La paura ci spinge a cercare gratificazioni immediate e ci toglie energia per sopportare la frustrazione momentanea che può però condurci a una felicità futura.
C’è inoltre un altro fattore che aggrava la situazione: quando abbiamo paura veniamo presi dall’ansia del controllo; abbiamo l’illusione di poter controllare gli eventi e le persone in modo che non possa capitarci nulla che ci faccia soffrire. In realtà, mentre controlliamo stiamo già soffrendo ma non ne siamo consapevoli. E le persone che ci stanno vicine “percepiscono” la nostra volontà di controllo, percepiscono il restringimento dei loro spazi e allora ci allontanano.

C’è bambino e bambino
Quando ci si riferisce all’atteggiamento del bambino occorre fare una distinzione: è dannoso lo stato del bambino arrabbiato e spaventato; ma saper mantenere nel cuore l’entusiasmo e lo stupore che il bambino prova di fronte al mondo, quell’emozione che lo spinge a vivere ogni situazione come una scoperta per sé e dell’altro, è invece una grande risorsa. Questo stato positivo potrebbe essere definito quello del bambino “naturale”, animato dalla gioia e dalla spontaneità; mentre il comportamento dannoso per noi stessi e per l’altro è quello del bambino “ferito” che teme il ripresentarsi della sofferenza.
Allo stesso modo, quando si parla di adulto non si intende la persona “seriosa”; molte volte i bambini feriti sembrano più adulti degli altri proprio perché la loro ferita non consente loro di lasciarsi andare, di affidarsi alla vita e di rischiare d’essere davvero felici; quando si parla di adulto, quindi, si intende la persona che sa confrontarsi con le difficoltà della vita andando a cercare in sé le risorse per affrontarle.

Riconoscere, verbalizzare e condividere
Una relazione soddisfacente e di vera condivisione può avvenire solo se entrambi i partner (ripetiamo siano essi amanti, parenti, colleghi) si pongono in modo adulto. Di fronte alla difficoltà è importante fermarsi, andare dentro di sé, riconoscere qual è la dinamica “nota” che richiama il vecchio schema di comportamento che viene perpetrato dal bambino interiore; allora, occorre notare l’emozione che si sta vivendo ed esternarla: questo è il primo passo per la vera condivisione.
In una relazione è fondamentale dire “mi sento…” piuttosto che scaricare sull’altro la responsabilità del nostro malessere oppure chiedere all’altro di lenire il nostro dolore.
La condivisione vissuta in uno stato adulto è l’unico modo per fare sì che una relazione riesca a darci quella sensazione di pienezza che è ignota al bambino spaventato ma che è ben conosciuta all’adulto centrato.
Non dimentichiamo, infatti, che l’energia del bambino arrabbiato non è attraente per il partner mentre lo è quella dell’adulto consapevole. Bisogna in ogni caso evidenziare che la “presenza” di un bambino è dannosa per entrambi i membri della relazione; talvolta, infatti, di fronte a un partner che non si comporta da adulto si rischia di uscire dalla propria centratura per soccorrere l’altro. Perché succede? Perché anche l’altro ha reagito con il bambino e non con la parte adulta che invece dovrebbe “pretendere” di confrontarsi con un adulto. Essere adulti significa non proiettare sull’altro i nostri bisogni e non chiedere all’altro di neutralizzare la nostra frustrazione.
Ovviamente non è semplice quando ci sono in gioco le emozioni avere la lucidità per agire sempre nel modo più adeguato; però con un po’ di pratica, di allenamento e soprattutto con un amore sano e adulto verso l’altro ciò diventa possibile.

Fare i conti con la frustrazione
Il modo più facile per vivere come un adulto è riconoscere che la vita ci pone in situazioni di grande frustrazione, ma questo è proprio il momento per rendersi consapevoli di essere a un bivio, di avere davanti a noi una scelta: fermarsi, ascoltarsi e cercare dentro di sé un modo autentico per superare la difficoltà e utilizzarla come una spinta per evolvere; oppure “pestare i piedi”, arrabbiarci e soffrire davanti alla nostra impotenza.
Davanti alla frustrazione solo il bambino è impotente, perché è piccolo, ha paura, non sa come fare senza un adulto; mentre l’adulto centrato riesce sempre a trovare uno spunto per “passare oltre” in modo costruttivo, anche facendo tesoro di ciò che la difficoltà gli ha insegnato.
La sofferenza nella vita non sempre può essere evitata, ma è solo il bambino che vive l’esperienza dolorosa come fine a se stessa, l’adulto, invece la utilizza, la fa propria, la elabora e da quella trae nuova linfa per continuare il percorso i rinnovamento interiore.

Essere autentici: correre il rischio
L’autenticità è vista come un enorme rischio dal bambino ferito, che preferisce indossare una maschera o agire in modo convulso per non fermarsi e ascoltare cosa gli sta succedendo dentro. Molti bambini feriti, infatti, sono persone sempre prese dal lavoro, sono genitori e compagni super efficienti che vivono in una perenne ansia da prestazione.
Lasciarsi andare, mostrarsi per come si è, accogliere i propri limiti è un modo per amare e curare il bambino interiore. Non importa se fermarsi, prendersi una pausa per andare dentro di sé, può significare trovarsi a tu per tu con ciò che più ci spaventa: la solitudine, il senso di vuoto, il rifiuto. Sono stati dolorosi verso i quali non possiamo mettere in atto alcuna altra strategia se non l’accoglienza.
L’adulto rischia e all’inizio è difficile rischiare, anche perché talvolta, chi ci sta intorno fa fatica a comprendere il nuovo atteggiamento e, il disorientamento, fa sì che a sua volta il partner non risponda in modo adulto ma con il proprio bambino interiore che subito richiama in campo anche il nostro bambino, proprio quello del quale stavamo cercando di liberarci. Allora può capitare che ci si senta in colpa. Ma se riusciamo a resistere, se perseveriamo nella nostra centratura, facciamo non solo il nostro bene ma anche quello dell’altro che comprende l’inevitabilità di relazionarsi solo con la parte adulta. Può succedere che dal disorientamento si passi alla rottura della relazione se l’altro non ce la fa a mantenere la propria centratura. Ma questo è il rischio che si corre nel crescere: talvolta le persone, anche i parenti, si perdono per strada. È il prezzo da pagare per andare verso se stessi. C’è comunque un elemento di incoraggiamento: è molto probabile che con l’atteggiamento si sia dato all’altro lo stimolo per intraprendere la propria evoluzione, forse il ritmo non sarà lo stesso ma è possibile che ci si ritrovi quando entrambi si è cresciuti davvero. D’altra parte, solo se avremo il coraggio di perseverare nel voler essere adulti, potremo avere delle relazioni soddisfacenti e sapremo condividere con l’altro il rischio di sentirci vulnerabili e di accettare questo dato di realtà come “contropartita” della gioia consapevole, profonda e piena che potremo raggiungere quando, agendo da adulti, saremo stati capaci di superare la crisi e di andare incontro con la gioia del bambino “naturale” al nuovo che arriva.

uscire-dalla-paura