Il tabù della nostra morte

bacio-della-morte[1]In queste settimane i media violano un tabù: parlano della morte! Abbiamo notizie dei caduti negli innumerevoli focolai di guerra che bruciano sul pianeta; teniamo il conto dei morti ammazzati nei quartieri malfamati delle nostre città; seguiamo con apprensione la vicenda di Piergiorgio Welby che dal suo letto chiede l’eutanasia.

Eppure, la violazione del tabù, a mio avviso, è solo apparente perché parlare come lo si sta facendo del morire serve solo ad allontanare la morte da noi. Infatti, le vittime della guerra sono laggiù in Paesi lontani; gli omicidi avvengono nei quartieri dove vivono gli altri; ci occupiamo della sorte di Welby per non pensare alla nostra fine.

Riuscire a collocare fuori da noi, lontano dalla nostra vita, la morte ci rassicura. Perché, diciamocelo: l’idea di morire ci terrorizza! Come tutte le cose ignote che non possiamo controllare il pensiero della fine della vita ci inquieta e ci spaventa.

Sappiamo che venire al mondo è un’esperienza dolorosa e quindi possiamo dedurne che andarsene da questo mondo sarà altrettanto difficile, ma non riusciamo a immaginare come sarà.

Il grande cruccio rispetto alla morte è che non possiamo pensarla, prevederla, programmarla, dobbiamo soltanto subirla. Poiché la paura di morire è forse l’unico “valore” universale, di fronte a esso gli uomini si alleano.
Si parla della morte altrui perché così possiamo collocare l’avvenimento fuori da noi, la morte è lì: nell’articolo di giornale, nel servizio in televisione, nel web. Deve stare fuori ciò che non può stare dentro. Così, ci illudiamo, di poterne avere il controllo.

Parlare di morte, dunque, per lo meno così come sta accadendo, non è violare il tabù, quanto piuttosto esorcizzare il timore di infrangerlo. Del resto anche Freud diceva che l’uomo è incapace di pensarsi mortale. E anche quando immagina la propria morte e i propri cari che lo piangono, si vede come spettatore e non come “attore”. Quando pensiamo alla “nostra” morte la collochiamo sempre al di fuori della “nostra” vita.

Ma se questo comportamento umano è quasi automatico, è importante sapere che rischiamo di perdere un’opportunità: la possibilità di stare vicino a chi amiamo e sta morendo. Perché anche quando ci preoccupiamo per gli altri lo facciamo mantenendo una “distanza di sicurezza”.

Siamo sinceramente affranti per i caduti della guerra che si combatte laggiù; siamo davvero tristi per le vittime dei quartieri malfamati che sono lontani da dove abitiamo; ci impegnamo sul serio affinché Welby possa trovare pace e, intanto, teniamo a bada le nostre paure, i nostri fantasmi.

Quando poi accade che una persona a noi cara sia in fin di vita, facciamo fatica a dargli la possibilità di parlare di ciò che accade, perché questo ci porta a pensare a quando anche noi non ci saremo più.

Allontaniamo i moribondi dalle loro case perché sono anche le nostre. Lasciamo che si muoia solo negli ospedali perché lì c’è qualcuno che può controllare la situazione, al posto nostro: quello è in un luogo asettico, senza storia e senza ricordi. Ma anche nel territorio apparentemente neutrale dell’ospedale, dal timore di morire non c’è scampo. Eppure, lo stesso, si tenta la fuga: infatti, come dimostrano molte ricerche, i medici e gli infermieri spesso tendono a disertare le stanze dei moribondi.

Gli operatori possono controllare la malattia finché esiste una speranza di sopravvivenza, ma poi subentra il rifiuto per il limite di una medicina che si pensava invincibile.

Il problema più grave che causano queste dinamiche, è che non permettono a chi sta morendo di esprimere liberamente la propria disperazione. Spesso preferiamo mantenere persino il moribondo all’oscuro rispetto al proprio destino; e quand’anche egli intuisce il suo futuro siamo disposti, per difendere le nostre paure, a mentire dicendogli di non preoccuparsi, perché presto si rimetterà. Così prendiamo tempo, almeno per noi e… pazienza se non ce n’è più per lui.

Posticipiamo il momento in cui saremo costretti a guardarci dentro e non potremo fare a meno di vedere tutto il nostro terrore e avremo voglia solo di piangere. Non potremo fare altro, dunque, che disperarci al capezzale di chi sta morendo perché con la sua morte veniamo in contatto anche con la nostra.

Queste dinamiche mi fanno tornare alla mente le parole che Lev Toltsoj fa dire al suo personaggio, Ivan Il’ic:

“Il principale tormento di Ivan Il’ic era la menzogna, quella menzogna adottata chissà perché da tutti, che egli fosse soltanto malato, ma che non stesse morendo, e che dovesse solamente stare tranquillo e curarsi. E allora ne sarebbe sortito qualcosa di molto buono. Ma egli sapeva che per quanto si prodigassero, non ne sarebbe sortito un bel niente, ad eccezione di sofferenze ancor più dolorose e la morte.
Questa menzogna lo tormentava, come lo tormentava il fatto che non volessero ammettere ciò che tutti sapevano e che anche egli sapeva, e pretendessero di mentire su di lui, sulla sua terribile situazione e di costringere lui stesso a prendere parte a quella menzogna. La menzogna, quella menzogna che lo coinvolgeva alla vigilia della sua morte, una menzogna diffusa allo scopo di svilire quel terribile atto solenne […] Ivan Il’ic in certi momenti, dopo lunghe sofferenze, anche se si sarebbe vergognato di confessarlo, avrebbe voluto che lo considerassero come un bambino malato, che qualcuno avesse compassione di lui, avrebbe voluto che lo accarezzassero, lo baciassero, piangessero su di lui come si accarezzano e si consolano i bambini. Questa menzogna che lo circondava e che era anche dentro di lui, avvelenò più di ogni altra cosa gli ultimi giorni della vita di Ivan Il’ic”.

Io penso che se violare il tabù della morte non è nelle possibilità umane, potremmo almeno cogliere l’opportunità di acquisire una certa familiarità con il morire. Una familiarità che presupponga la consapevolezza dell’impotenza e la sua accettazione. Del resto l’attualità ce lo ha dimostrato: neppure un’iniezione letale può dare la morte nei tempi previsti e lo stesso Welby chiede una sedazione per non essere presente al dolore del suo morire.

Non credo che una legge sull’eutanasia o contro l’accanimento terapeutico o anche la compilazione di un testamento biologico possano aiutarci a esorcizzare il tabù della morte. Forse, possiamo solo accoglierlo, registrane l’ineluttabilità e nel frattempo provare a stare davvero vicino a quanti ci stanno lasciando accarezzandoli e piangendo con loro.

 

p.s. 21.12.2006. Apprendo ora che Piergiorgio Welby è morto… chissà se è stato accarezzato abbastanza…