Counselor in reparto?

di Nicla Vozzella

La relazione medico-paziente è qualcosa di molto delicato, talvolta complicato per entrambi. Il counselor può essere un interprete dei linguaggi e un ponte fra i reciproci vissuti.

Il counselor in équipe

La presenza di un counselor in reparto può essere una grande risorsa per facilitare la relazione medico-paziente. Da un lato il medico cerca di proteggersi, di non farsi coinvolgere perché di pazienti ne ha tanti e non potrebbe reggere il carico emotivo; restano dei temi non esplicitati per evitare anche le reazioni emotive dei pazienti.
Molte parole non vengono dette sia perché si crede che il paziente non possa comprenderle, sia perché si teme che non possa affrontarle.
Dall’altro lato c’è il paziente, con il suo modo unico e personale di vivere la malattia, con una comprensibile ambivalenza tra il voler sapere e il continuare a ignorare per mantenere viva la speranza. E con un sacrosanto bisogno di sentirsi accolto, compreso e ascoltato.
Il counselor può diventare un “ponte” per aiutare il medico a gestire i propri vissuti e a “stare in scia” con ciò che il paziente man mano vuole sapere; può inoltre aiutare quest’ultimo a gestire le emozioni che scaturiscono dalla conoscenza della propria situazione clinica.
Il counselor può contenere sia i vissuti del medico sia quelli del paziente, evitando che l’uno si schermi eccessivamente e l’altro non si senta accolto né compreso, così che possa trovare uno spazio per dire come si sente e che cosa vuole per sé.

Il counselor in oncologia

L’ambito oncologico  è forse il settore dove le difficoltà di comunicazione si moltiplicano, perché la parola “cancro” evoca la morte.
Morte, una parola difficile da pronunciare sostituita spesso con “fine vita”, senza pensare che la “morte” può essere vista come una tappa, mentre il “fine vita” suona come una meta che non lascia spazio alla speranza. Il medico raramente la nomina, il paziente ci prova ma spesso viene zittito per evitare che “l’elefante piombi nella stanza” e che non si possa più far finta di non vedere il problema; quindi, essere costretti ad affrontare il tema.
Il counselor può aiutare tutti – medico, paziente e familiari – a dire quella parola che tanto spaventa, perché il poter nominare le cose allenta la tensione e la comunicazione scorre più fluida. Insieme ad essa scorrono le emozioni e il counselor può essere un argine che accoglie quel fluire evitando che straripi.

Cambiare le metafore

Per facilitare la comunicazione bisognerebbe innanzitutto trovare un punto d’incontro e non di scontro fra medico, paziente e malattia. Le metafore della guerra non aiutano: “la lotta contro il cancro”, “le armi a disposizione della medicina” non fanno altro che amplificare questa contrapposizione e rendere faticosa la comunicazione.
La vita, per stare in equilibrio, ha bisogno di inclusioni non di contrapposizioni.
Quando la morte si avvicina e la “terapia” non è più efficace resta sempre lo spazio per la cura. Una cura che diventa “accompagnare”.
Il counselor di reparto può trovarsi ad accompagnare il malato alla morte se i familiari non ci sono. Fra i suoi compiti c’è l’aiutare il medico ad alleviare lo stress evitando che si trasformarmi in burnout. Il counselor può anche aiutare i familiari a “lasciar andare”, ponendo le basi per una fisiologica elaborazione del lutto.

Un’utopia o un ostacolo?

Auspicare che ci sia un counselor in ogni reparto è un’utopia: mancano le risorse, la professione non è regolamenta, ci sono già gli psicologi, e così via, tante sono le argomentazioni che non consento ai progetti di attuarsi. Talvolta una figura in più in equipe, senza averne chiare le potenzialità, può essere percepita come un ostacolo. Bisogna però ricordare che quella del counselor non è una professione sanitaria ma “umanistica”, quindi non è in conflitto con altre professioni; l’esperienza delle poche isole felici dove il counselor fa parte dell’equipe ha dimostrato che questa figura può diventare una risorsa per tutti.

Ce n’è davvero bisogno?

Sia per la poca conoscenza delle applicazioni del counseling, sia per una oggettiva difficoltà a investire risorse si tende a ritenere superfluo l’inserimento di un counselor in reparto.
Le argomentazioni a favore sarebbero tante, ma forse può bastare mettersi in ascolto di due punti di vista raccolti nell’ambito di una ricerca-azione svoltasi in un hospice oncologico.
A parlare sono un familiare che ha subito una perdita e un medico.

Il familiare dice: «La prognosi è mancata, anche alle domande dirette i medici sono stati vaghi: non hanno mai parlato in modo preciso. Si sono poi riferiti a secondarismi, lesioni, senza usare mai il termine metastasi; così ci è mancata quella preparazione che avremmo potuto avere».

Il medico spiega: «Con i pazienti cerco di dire e non dire, di dare solo le informazioni per spiegare il motivo per cui li sottopongo a una terapia. Cerco di non usare la parola metastasi ma lesioni, oppure dico che la malattia ora è localizzata in un’altra sede. Non uso mai il termine metastasi, uso lesioni, cellule malate. La parola metastasi ha un significato per tutti che spaventa, capiscono che non c’è più niente da fare».

Queste parole sono la prova che vi sono due mondi paralleli, che non riescono a incontrarsi per facilitare la comprensione dei bisogni reciproci… un “ponte” come il counselor sarebbe proprio necessario.