Cuori Feriti

cuore ferito
di Nicla Vozzella

“L’amore è eterno finché dura”, diceva qualcuno. E basta guardarsi intorno per rendersi conto di quanto “duri” poco e di come sia difficile mantenere nel tempo una relazione di coppia. I matrimoni si sfasciano, le convivenze si susseguono senza che le persone riescano a trovare la pace in un amore stabile.

Comprendere perché ciò accade non è facile: non siamo tutti uguali e i motivi per cui le relazioni non funzionano possono essere i più diversi. Sembra esserci, però, una sorta di filo conduttore nelle storie d’amore che franano: manca il senso del “sacrificio”.

Per quanti saranno saltati sulla sedia con un moto di stizza dicendo: “eh, no, basta con ‘sta storia che ci si deve sacrificare sempre!” chiariamo subito che cosa intendiamo con il termine “sacrificio”. Certamente non stiamo parlando del fatto che le relazioni a due debbano essere il banco di prova per l’inferno, perché se così fosse allora ben vengano le separazioni. Non si sta in coppia per soffrire né per farsi del male.

Al termine sacrificio non si vuole assegnare altro significato di quello che gli è proprio, ovvero “rendere sacro” (dal latino scrificium = sacer + facere). Nel caso specifico vuol dire “rendere sacra” la relazione d’amore: in fondo, questo è il dono più prezioso che due persone possano farsi.

Sappiamo bene, però, che se il cuore è stato ferito da storie che ci hanno reso infelici, diventa difficile tornare a credere nella coppia e riscoprire la sacralità dell’amore. Resta comunque il fatto che il desiderio di unirsi è “metafisico”, cioè supremo, necessario, universale, assoluto e sta quindi in contrapposizione con ciò che è relativo, contingente, transeunte. Come dire… è difficile sottrarsi a una relazione. Nonostante ciò i single sono in continuo aumento, soprattutto i cosiddetti “sigle di ritorno”, quelli cioè che hanno sperimentato la vita a due, ma poi sono tornati a essere “uno”. Cos’è allora che non riesce a funzionare? Se c’è questa tensione metafisica all’unione perché poi vince la separazione?

Ritmi diversi: il valore della differenza
A un certo punto qualcosa nella relazione si incrina: gli equilibri si alterano e il partner, da anima gemella, diventa un estraneo o peggio un nemico. Cosa è cambiato nella relazione? Escludendo le eventualità in cui la convivenza riveli lati della personalità del partner inconciliabili con il progetto di vita a due – è il caso, purtroppo non raro, della violenza domestica, dell’abitudine all’infedeltà, dell’emergere di deviazioni psichiche gravi – la maggior parte delle volte, gli equilibri si alterano a causa della differenza fra i rispettivi ritmi di crescita. Non sempre le persone che si incontrano si trovano allo stesso livello evolutivo; e quand’anche lo fossero non è detto che con il procedere della relazione la “parità” si mantenga. Se all’inizio questa differenza può stimolare a conoscersi meglio, con il passare del tempo può cominciare a pesare. Perché? Perché stiamo male e crediamo che l’altro ci rallenti, che ci impedisca di evolvere e allora “usciamo” dalla relazione e magari proviamo a cercare qualcuno con cui tenere meglio il passo. Ma inevitabilmente il problema si ripresenterà, ricomincerà la sofferenza – che sarebbe meglio chiamare “insofferenza” – e pian piano ci convinceremo che una relazione non può durare. Eppure la vera sfida per una coppia è riuscire a trasformare le differenze in valore. Ciò che viene scambiato per un ostacolo al procedere potrebbe invece, se ben integrato nella relazione, rivelarsi un elemento cementante dell’unione. È qui che entra in gioco il “sacrificio” nel senso che gli è proprio: dare valore a tutto ciò che emerge dalla relazione – non solo a ciò che ci piace ma anche al resto – permette di trovare tante modalità nello stare insieme. Si può scoprire, infatti, che la diversità di ritmo è un preziosa risorsa per la coppia: se uno dei due marcia più velocemente e arriva prima a una certa consapevolezza può mostrarla all’altro oppure, semplicemente, godersela aspettando con amore e pazienza che l’altro lo raggiunga; mettendo anche in conto che può benissimo accadere che il partner non arrivi mai a quella stessa consapevolezza, ma ne possa raggiungere un’altra e condividerla a sua volta.

Certo, non è facile saper aspettare, ma se lo fosse la pazienza non sarebbe una virtù. Ed è proprio lo stare in coppia che permette di sviluppare questa virtù. Quando si sta da soli si accelera e si rallenta e si procede alla velocità che più ci piace. Abbiamo la convinzione di poter raggiungere ogni meta prefissata. Ma quella stessa meta di quanto sarebbe più preziosa se l’avessimo raggiunta tenendo conto anche del “passo” del partner? Aspettare l’altro, avere pazienza, lasciargli i suoi ritmi, riconoscere ciò che davvero è, e non chi vorremmo che fosse, è un bel modo per sperimentare il “sacrificio” nella relazione.

C’è infine un’altra considerazione da fare in merito alle diverse “velocità” di crescita: chi ha detto “più in fretta è meglio”? Siamo sicuri che correre, magari saltando degli step, nel nostro percorso sia corretto? Se esiste il detto “chi va piano va lontano” non potremmo scoprire che l’apparente lentezza sia in realtà il modo più consapevole di procedere nell’esistenza? Di sicuro non c’è una ricetta e, in questi ambiti, non esiste un torto e una ragione; ma una cosa è certa: se impariamo a metterci nei panni dell’altro, se impariamo davvero a condividere con il partner potremo giungere a consapevolezze che restando da soli avremmo perduto.

Stare con l’altro rimanendo se stessi
Una relazione funziona quando si accetta l’altro per ciò che è senza volerlo cambiare. Ma questo discorso deve valere anche per noi stessi: non ha senso mostrarsi all’altro fingendo e cercando di apparire come immaginiamo di potergli piacere. La coppia deve fondarsi sulla realtà, non su una finzione, perché le maschere – soprattutto quelle che indossiamo nella fase dell’innamoramento per timore di essere rifiutati e abbandonati – prima o poi cadono ed è più difficile accettare le diversità a metà del cammino; meglio sarebbe averle “messe in conto” già da subito. Se fin dall’inizio avremo individuato delle differenze avremo fondato la coppia sul dato di realtà e non su delle proiezioni. Allora, nei momenti più complicati, in cui le differenze di ritmo si faranno sentire, nel partner non vedremo una zavorra che rallenta il cammino o un aguzzino che ci incalza a correre; l’altro sarà piuttosto uno specchio che ci aiuterà a comprendere a che punto del percorso siamo arrivati, quanto ancora è distante la meta e che ci farà sentire anche autorizzarci a non raggiungerla. Se il partner ci ama, ci conosce e ci accetta per ciò che siamo davvero, amerà anche le nostre fragilità, le nostre debolezze, le nostre imperfezioni. Questa accettazione non solo dovrà essere reciproca, ma dovremo imparare a esercitarla anche nei confronti di noi stessi. Noi per primi, infatti, dovremo accettare i nostri limiti senza sentirci per questo inadeguati o non amabili. L’altro stando con noi ci dimostra di sceglierci ogni giorno, facciamo la stessa cosa con noi stessi: riconosciamoci e amiamoci per ciò che siamo e non roviniamoci la vita rincorrendo ciò che vorremmo essere. Beninteso non significa non provare a migliorare i nostri difetti o non vedere quelli del partner, significa piuttosto inserire ogni elemento, anche distonico, in un quadro d’insieme. Un quadro che dipingeremo in terra ma che per la “sacralità” di cui lo investiremo avrà un suo corrispettivo in cielo.

Ripartire dal presente
Nonostante i buoni propositi può non essere facile vivere così una relazione. Le esperienze, soprattutto quelle dolorose, lasciano un segno, sono ferite che faticano a rimarginarsi, amarezze che non vengono digerite, delusioni non elaborate. Se da un lato, un po’ di prudenza ha una valenza positiva perché invita alla riflessione, a non buttarsi a capofitto in una nuova relazione con la stessa disinvoltura con cui si cambia un paio di scarpe, dall’altro può essere fortemente penalizzante perché ci sclerotizza nel passato. Siccome abbiamo sofferto stando in coppia, all’amore non crediamo più. E quindi, per quando allettante possa essere l’idea di una relazione si finisce per pensare che assisteremo a una sua drammatica fine come è già accaduto in passato. Potremmo però cambiare il punto di vista: siccome non possiamo cambiare il passato, e non avrebbe senso tentare di farlo; possiamo assegnarli il valore che ha, ovvero quello dell’esperienza. Un’esperienza che non deve invalidare il presente ma sulla quale, invece, si può costruire ancora. Jim Morrison diceva: “Non serve strappare le pagine della vita, basta saper voltar pagina e ricominciare”.

Sebbene ciascuno di noi sappia quanto è difficile dare il tempo alle ferite di rimarginarsi, e come basti poco per tornare a vederle sanguinare, tutti noi abbiamo altresì l’esperienza di come si stia bene in coppia quando c’è armonia. Questo dobbiamo imparare a fare: guardare tutti gli aspetto dell’esperienza passata, non solo la fine. E dobbiamo anche considerare che ogni esperienza ci ha inevitabilmente cambiati, ma non solo in peggio togliendoci entusiasmo e fiducia, anche in meglio insegnandoci quali sono stati i nostri errori e a non ripeterli (ci sarà l’occasione per farne di nuovi!). Esiste sempre la possibilità di voltare pagina e di chiudere con il passato, ma non riusciremo a farlo se continueremo a proiettare “ciò che è stato” in “ciò che sarà”. Perché sta proprio qui l’inghippo: si proietta nel futuro ciò che è stato nel passato e così ci si perde il presente. Nel film d’animazione “Kung fu panda” la vecchia e saggia tartaruga ci ricorda un detto: “Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama ‘presente’”. Forse è tutto qui il segreto per far funzionare una relazione, rendere sacro il presente e comprendere che è proprio nel presente, e non nel futuro, che ci viene data l’opportunità per evolvere davvero.

Immergersi nel mare della vita
Nonostante i single, lo ripetano spesso, a loro stessi e agli altri: la solitudine raramente è una scelta, più spesso è un modo per proteggersi da altra sofferenza e da altre delusioni. Possiamo esserci costruiti delle belle corazze splendenti dietro alle quali abbiamo nascosto il cuore per impedire che venga di nuovo ferito, possiamo trasformarci in malinconici navigatori solitari pur di mantenere la nostra rotta. Se con il nostro navigare, però, avremo imparato a conoscere davvero il mare, sapremo anche che non si può non tener conto della corrente: i propositi servono per non perdere l’equilibrio, per restare al timone della propria vita, ma a volte può valere la pena – per restare nella metafora – di “imbarcare” un compagno di viaggio. Bisognerà prendere atto del fatto che il mare non è popolato solo da pirati, che vogliono salire sulle nostre imbarcazioni per rubarci il cuore, e che nel mare non ci sono solo sirene che ci confondono con il loro canto per farci smarrire. Se impariamo ad aver fiducia nella vita e se proviamo a immergerci nella sua corrente potremo evitare pirati e sirene, ma sapremo riconoscere chi può condividere la nostra stessa rotta, chi è capace di sgretolare la nostra corazza e risanare le ferite del nostro cuore. La vita è giusta: prima ci insegna (spesso purtroppo col dolore sennò non ci applichiamo durante le sue lezioni), poi ci consente di mettere a frutto ciò che abbiamo imparato. Dismettere le corazze, aprirsi all’amore, sacralizzare una nuova relazione è l’unico modo di guarire per sempre un cuore ferito e uno dei modi più belli per evolvere interiormente.

Zittire la mente, ascoltare il cuore
Chi ha un cuore ferito spesso tende a puntare sulla razionalità assegnando il governo della propria vita alla mente. Ma se siamo onesti con noi stessi possiamo ammettere che quando amore e ragione dialogano il primo mostra tutta la sua forza, la seconda invece tutta la sua fragilità. L’amore sa stare nel presente e lo accetta come un dono, la ragione corre nel futuro e ci porta a temere di ripetere il passato.

C’è una bella poesia di un autore viennese Erich Fried che sembra fatta apposta per chiudere questa riflessione sui cuori feriti, perché sembra descrivere il dialogo fra la mente e il cuore. Si intitola “È quel che è”, eccola…

È assurdo
dice la ragione.
È quel che è
dice l’amore.

È infelicità
dice il calcolo.
Non è altro che dolore
dice la paura.
È vano
dice il giudizio.
È quel che è
dice l’amore.

È ridicolo
dice l’orgoglio.
È avventato
dice la prudenza.
È impossibile
dice l’esperienza.
È quel che è
dice l’amore.