Tsunami: come riemergere dall’onda

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di Nicla Vozzella

Quando lo tsunami sconvolse il Sud Est asiatico, nel dicembre del 2004, si cominciò a parlare più diffusamente di “disturbo post traumatico da stress, o PTSD (Post Traumatic Stress Disorder)”: una sindrome multifattoriale che si instaura dopo un trauma.  Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cecilia Bellini, psicologa e psicoterapeuta di Milano.

Come si definisce il trauma
“Per spiegare cos’è il PTSD è necessario partire dalla definizione di trauma” – premette la psicologa – “Per la psichiatria è un insieme di eventi estremi che implica un’esperienza personale diretta di un fatto che può comportare rischio di morte o di lesione grave all’integrità fisica, propria o anche di un altra persona. La psicologia ne dà una definizione più ampia e fa riferimento a un’esperienza di particolare gravità che compromette il senso di stabilità e l’abilità fisica o psichica di una persona”. Il trauma è vissuto in modo differente a seconda che coinvolga direttamente il soggetto, come succede nelle aggressioni, nelle violenze o nei gravi incidenti, o che lo coinvolge solo in qualità di testimone diretto e persino indiretto; infatti, si può rimanere traumatizzati anche solo venendo a conoscenza di un fatto. “Nel caso del maremoto che sconvolse l’Indonesia è probabile che siano state presenti tutte e tre le varianti” afferma la psicologa. In relazione agli eventi traumatici è importante ricordare che si possono avere conseguenze traumatiche in senso allargato anche in caso di separazioni o divorzi, di perdita del posto di lavoro e di condizioni di vita precarie e non vanno sottovalutati neppure altri fenomeni come il mobbing (violenza psicologica sul posto di lavoro). Il mobbing può causare un PTSD, in persone che hanno già un problema di inadeguatezza e di disistima, riattivando e amplificando questi sentimenti.

Quando il mondo non è più come prima
“Dopo un evento come lo tsunami, ma lo stesso può dirsi dopo ciò che è successo l’11 settembre, il mondo non è più come prima: né quello esterno perché c’è la sensazione di non essere più al sicuro da nessuna parte, né quello interno perché ci si trova in situazioni che non sono mai state ipotizzate come possibili nella nostra mente; infatti, la mente rimane sconvolta da ciò che non sta dentro di lei come immaginabile” dice la psicologa. La gravità delle conseguenze dipende da vari fattori e a volte non è direttamente correlata con la gravità della situazione. Ma eventi inimmaginabili minano nel profondo la sicurezza delle persone. Lo tsunami nel nostro secolo non si era mai verificato e per questo era inimmaginabile per questo anche solo chi ascoltava i telegiornali si sentiva a disagio perché, per esempio, non poteva visualizzare quanti fossero quasi 300.000 morti. Poteva provare a immaginare le vittime come gli abitanti di una città, ma la mente mantiene comunque una certa reticenza di fronte a un pensiero di questo tipo. I superstiti hanno visto persone squartate, sentitole urla, e hanno ricordi riferibili a tutti i cinque sensi essendosi trovati in balìa delle onde, avendo ingoiato acqua e fango, essendo stati vicino a cadaveri in decomposizione,essendosi sentiti sporchi, bagnati, e avendo provato dolore. Nessun senso è rimasto escluso da questa esperienza.

La prima manifestazione è lo stress
Subito dopo l’evento traumatico è normale osservare reazioni da stress che si protraggono per qualche giorno. Possono manifestarsi brividi, accelerazione del battito cardiaco, iperventilazione, pianto, sensazione di testa vuota, sudorazione abbondante, etc. “L’importante è ricordare ai superstiti che sono tutti segni di stress e non di debolezza” – raccomanda la psicologa – “Le reazioni psichiche sono le più varie: negazione o dissociazione, sensazione di incredulità, comportamento da automa, difficoltà a ricordare i dettagli dell’evento, difficoltà nel comprendere il significato di quanto accaduto, ‘arousal emotivo’ (cioè la sensazione di esaltazione per essere sopravvissuto) e anche ‘iper-arousal’, preoccupazione per l’evento senza riuscire a pensare ad altro, cambiamento nelle pulsioni sessuali, senso di stordimento, diarrea oppure stitichezza, mal di stomaco, aumento della pressione, etc”. L’impatto emotivo colpisce generalmente entro un paio di giorni e può durare per qualche altro giorno. L’intensità delle reazioni tende a crescere e a calare nel tempo con un picco nelle prime due settimane, poi subentra generalmente un graduale affievolimento. “Bisogna fare in modo che le vittime si adattino alla nuova condizione attraverso strategie di coping” –spiega la psicologa – “occorre cioè affrontare il problema, ripercorrere l’esperienza ed elaborarla sino ad arrivare all’accettazione: ‘l’incidente è accaduto, ne sono stato parte, questa è la realtà. Posso uscirne rafforzato e imparare a conviverci’. Subire un evento critico è come superare uno steccato. Il concetto di fondo è ‘siamo vulnerabili e dobbiamo imparare a convivere con questa consapevolezza’. La vulnerabilità può essere usata in modo produttivo per noi stessi. ‘Ciò che non distrugge, rafforza’” – afferma la psicologa –“Bisogna parlarne e affrontare la rabbia e il senso di colpa, comprendere d’aver agito nel miglior modo possibile tenendo conto delle percezioni che avevamo. Se si è agito correttamente, meglio; altrimenti si può imparare la lezione”.

Ciascuno reagisce in base alla propria storia
“Un’esperienza traumatica segna tutti”, afferma Cecilia Bellini, “Non esiste un’unica reazione all’evento traumatico, la modalità di risposta è sempre soggettiva. E non è solo in relazione al tipo di esperienza e dell’intensità con cui si manifesta, ma dipende anche dalle variabili psicologiche delle persone. Fra queste bisogna considerare il livello di autostima del soggetto, la presenza di eventuali disturbi psicopatologici, la reattività psicosomatica, le disfunzioni relazionali e i precedenti traumi dell’attaccamento. Infine, molto dipende anche dallo stato di salute delle persone al momento del trauma; va da sé che una precedente esperienza traumatica dà una maggiore vulnerabilità. E sempre a seconda delle caratteristiche psicologiche della persona l’evento può essere elaborato con maggiore o minore facilità”, spiega la psicologa.

La reazione al trauma avviene in più fasi
Il disturbo post traumatico da stress si instaura quando dopo uno stress acuto non viene attuato un recupero sia autonomamente da parte del soggetto sia con l’aiuto di esperti. Il fenomeno si delinea attraverso un succedersi di fasi.
All’inizio, nella fase acuta, si sconvolge l’equilibrio chimico dei neurotrasmettitori e quindi si hanno manifestazioni dettate dal prevalere di un neurotrasmettitore rispetto all’altro.
Dopo circa un mese dall’esperienza traumatica possono comparire alcuni disturbi, come pensieri intrusivi, ricordi o immagini che arrivano involontariamente e compaiano soprattutto nei momenti di rilassamento, spesso prima di addormentarsi. È facile che si manifestino, infatti, disturbi del sonno con risvegli frequenti e incubi o sogni sull’evento. Può capitare che questi pensieri compaiano in associazione con altri stimoli con i quali non hanno nulla a che vedere; questo succede perché alcune situazioni vengono riassociate in modo non adeguato al fatto vissuto, provocando uno stato di malessere generale e una forte ansia. E la sensazione emotiva riverbera nel corpo manifestandosi con mal di stomaco, nausea, spossatezza, etc. Può subentrare la disperazione, la difficoltà ad accettare le situazioni del presente unite all’incapacità di pensare al futuro. Ci può essere un forte senso di colpa per essere sopravvissuti quando altri sono morti. Questo stato produce la tipica domanda “Cosa avrei potuto fare io per evitare quello che è successo?” e può subentrare l’idea di non aver fatto abbastanza.“Del resto, gli eventi che minano la sicurezza e il sentirsi protetti, generano una sensazione di precarietà rispetto al futuro e spesso causano irritazione nei confronti degli altri oppure indifferenza verso cose o persone che prima del trauma erano importanti. Viene ridefinito il significato della vita. Si vuole capire perché è successo. Inoltre, poiché vita e morte perdono la loro distanza, si produce un senso di estrema vulnerabilità” spiega la dottoressa Bellini. Oltre un mese dopo, se il disagio permane è frequente che si instauri il PTSD.

Debriefing: il recupero della normalità
Subito dopo l’evento traumatico è opportuno cercare di recuperare il prima possibile una dimensione di tranquillità e di sicurezza,perché è all’insicurezza che il trauma si aggancia e rimane ancorato in modo indelebile. “Per questo il primo intervento è proprio quello di recuperare una‘base sicura’ nella quale tornare a vivere con normalità. Dopodiché, si può iniziare un percorso di recupero a carattere strettamente individuale”, spiegala psicologa.
La prima fase di recupero dei superstiti a una catastrofe, che sia di origine naturale come il maremoto o umana come un’esplosione, è il debriefing che serve a smaltire le emozioni e a recuperare le funzioni fisiologiche normali. Il debriefing dovrebbe essere attuato entro 24 ore o al massimo entro tre settimane, anche per valutare la necessità di un follow up. “Ciascuno racconterà ciò che è stato importante per sé” – dice la psicologa – “In gruppo verranno‘smaltite le emozioni’ e recuperato un ‘luogo sicuro’. In disastri di elevata portata può essere necessario anche molto tempo. In disastri meno estesi si può riuscire a mettere i sopravvissuti in sicurezza in un tempo minore. Nel caso dell’Indonesia, anche a distanza di una settimana, non è stato possibile recuperare la normalità e trovare un luogo sicuro. Le persone non hanno potuto sentirsi protette, pulite e ben alimentate. Bisogna tener conto che tanto più lunga è l’esposizione al trauma tanto più probabile è che poi si instauri una patologia. Si può ipotizzare, quindi, che in Indonesia la quasi totalità delle persone coinvolte avrà delle conseguenze importanti. Per eventi meno complessi, di solito, il 30-50% dei superstiti può sviluppare un PTSD”, avverte Cecilia Bellini.

Come la memoria immagazzina i traumi
“Le immagini dell’evento vengono fissate nella memoria sia in modo consapevole sia rimosso” – precisa la psicologa – “I ricordi continuano a produrre degli effetti anche quando si crede d’aver accettato ciò che è successo. Possiamo, per esempio, aver elaborato il lutto per la perdita di una persona cara nel disastro, ma dentro di noi qualcosa si è incrinato e alcune situazioni possono far riaccedere la mente al trauma”.“Ci sono varie modalità di ricordo degli eventi traumatici. Le immagini possono essere disomogenee” – spiega Bellini – “Se nel ricordare un evento positivo è possibile rivedere ogni dettaglio e, ripercorrendo la storia trarne una sensazione di armonia, quando abbiamo un ricordo traumatico le emozioni sono fortemente disomogenee fra di loro. Alcune immagini vengono completamente annullate, altre sono estremamente ridondanti. Quando i corpi sono carichi di emozioni, queste diventano intrusive e ripetitive e anche dopo anni riverberano sensazioni viscerali o sensoriali che non si riescono a smaltire. Alcuni ricordi invece vengono dissociati rendendoli vuoti emotivamente oppure si possono creare degli stati dell’io dissociati dalla consapevolezza”. Secondo la psicologa, i ricordi traumatici possono modificare le dinamiche relazionali,soprattutto quelle relative alla sicurezza: ecco che si instaura un senso di abbandono che, per esempio, si può aggravare se nel soggetto c’è già un problema nell’attaccamento. Infatti le persone che hanno tali disturbi rimangono più segnate: subiscono il trauma provando un senso di abbandono e di rifiuto. Spesso in questi soggetti si sviluppano comportamenti estremamente aggressivi. Inoltre è frequente che continuino a presentarsi frammenti intrusivi di ricordi che emergono in modo distorto perché c’è difficoltà nella costruzione del ricordo e, soprattutto, nel recupero verbale.

Le reazioni a seconda dell’età
In tutte le situazioni fortemente traumatizzanti, si è potuto osservare un modo differente di reagire all’evento in base all’età. “L’adulto tende a reagire maggiormente come se ci fosse un loop (cerchio) nel cervello che non riesce a trovare un legame fra la parte emotiva e quella razionale” – spiega la dottoressa Bellini. La diversità la si coglie, per esempio, nel modo di raccontare il disastro di un adulto e di un bambino. L’adulto ripete continuamente il fatto mentre il bambino lo cancella. “Sia gli adulti che i bambini soffrono gravemente per un trauma” – aggiunge la psicologa – “ma i bambini in genere faticano a verbalizzare le emozioni e quindi tendono ad esprimersi in modo sintomatico (rabbia, tristezza o disturbi fisici di vario genere). Gli adulti tendono a rivivere i fatti per le immagini che gli sono rimaste impresse, i bambini tendono a ricostruire sulla” base delle sensazioni e delle spiegazioni che si sono dati o oppure a dissociare l’evento. Davanti a un’esperienza così devastante come una catastrofe naturale, gli adulti provano paura, senso di colpa per esser sopravvissuti, impotenza; subiscono delle variazioni del ritmo cardiaco, del ritmo sonno-veglia, cadono in depressione,possono provare un profondo senso di disperazione e hanno pensieri frequenti e ridondanti legati all’evento.
“Come strategia di riadattamento è essenziale potere condividere con altri le proprie paure” – dice Cecilia Bellini – “elaborare il senso di colpa per essersi salvati, smettere di preoccuparsi per ciò che non è possibile controllare. È fondamentale nutrirsi anche se la fame non viene sentita. Bisogna imparare ad accettare le proprie emozioni, accoglierle ed elaborarle, offrire il proprio supporto a chi ne ha bisogno, condividere il proprio disagio con altri ed incoraggiare gli altri a fare lo stesso”. È importante conoscere le differenze fra le reazioni degli adulti e bambini, ma anche degli adolescenti per impostare bene le strategie di adattamento e per scegliere l’intervento di recupero migliore.

Le reazioni dei bambini
Quando i più piccoli sono esposti a gravi eventi traumatici che hanno a che fare con la morte, si possono osservare stati d’ansia, rabbia,senso di colpa. “I bambini hanno bisogno di risposte da parte delle persone che si occupano di loro altrimenti costruiscono con la fantasia delle ipotesi negative che non hanno nessuna corrispondenza con la realtà” avverte la psicologa. Infatti, il bambino non è ancora capace di interpretare la realtà come l’adulto e quindi ne costruisce una tutta sua in base a ciò che ha visto ead un suo mondo fantastico. La dottoressa Bellini spiega: “In genere i bambini fanno fatica a verbalizzare le emozioni, perciò le esprimono con l’irrequietezza, i disturbi del sonno, il mal di testa, la sonnolenza e i pianti improvvisi. È necessario dare loro messaggi chiari su quello che è successo. Hanno bisogno che gli adulti rispondano alle loro domande e, lentamente, hanno bisogno di ricostruire ciò che è successo in modo da poterlo reintegrare, sia pure come un fatto terribile che è accaduto e non doveva accadere; devono sapere che ora si trovano in una situazione di sicurezza e di protezione governata dagli adulti che si prendono cura di loro”, raccomanda la psicologa. Ciascun bambino elabora a modo suo ciò che ha vissuto perché, come succede per gli adulti, ciascuno viene impressionato maggiormente da alcune immagini rispetto alle altre. “Anche la reazione alle immagini ha a che fare con il vissuto del soggetto, con il proprio mondo interno” – ricorda la psicologa –“Dunque ci saranno elementi comuni e altri variabili che sono assolutamente individuali”. Fra le reazioni dei bambini al disastro si evidenziano: pianto e depressione, incubi notturni, paura d’essere lasciati soli, regressione a comportamenti precedenti, enuresi, perdita di interesse per la scuola, cambiamento del ritmo sonno-veglia e del comportamento alimentare, paura del buio, interruzione della routine giornaliera con conseguente senso di ansia,paura d’esser ucciso o isolato dal resto della famiglia, rifiuto di tornare a scuola, difficoltà di concentrazione e problemi comportamentali, preoccupazione per la sicurezza di sé e degli altri, cambiamenti d’umore, aumento di mal di testa e di stomaco, riproduzione dell’evento attraverso il gioco, aumento della sensibilità verso suoni o rumori, frasi e domande sulla morte.

Strategie di coping sui bambini
Per aiutare i piccoli ad adattarsi dopo il trauma, l’adulto deve esser in grado di chiedere al bambino se è al corrente di che cosa è successo:è necessario aiutarlo a fare chiarezza sull’avvenimento. “Il piccolo deveessere sollecitato a fare domande” – dice Cecilia Bellini – “in questo modo sipuò capire quali sono i suoi livelli di stress. Per esempio, si può domandareal bambino qual è stata la cosa più dolorosa, per rassicurarlo sul fatto chenon è da solo. Inoltre, i bambini possono immaginare che la distanza fisica fraloro e l’evento sia minore di quanto non sia in realtà. Questa riflessione èvalida, quindi, non solo per i bambini che hanno vissuto l’evento ma anche perquelli che lo hanno visto in televisione” – puntualizza la psicologa – “Unbambino, per esempio, potrebbe pensare che il maremoto possa venire anche inriviera e quindi spaventarsi alla sola vista delle onde o della bassa marea. Inogni caso il bambino deve essere informato correttamente, perché una precisa informazioneaiuta a comprendere la realtà: per esempio, la ragazzina inglese che ha avutol’onore delle cronache per aver saputo riconoscere un’onda anomala ed essereriuscita a mettere in guardia gli adulti. Questo è avvenuto grazieall’insegnante che le aveva spiegato come si manifesta lo tsunami. È importanteinsegnare ai bambini a capire gli eventi piuttosto che spaventarsi, diinsegnare a chiedere e a confrontarsi sempre con l’adulto”. D’altro canto,l’adulto non deve sentirsi obbligato a rispondere immediatamente ad una domandacomplessa come “Cos’è uno tsunami?” potrà spiegare al bambino che la domanda èlegittima ma che la spiegazione arriverà non appena l’adulto si sarà informato.Infine, il bambino non dovrebbe guardare la tv da solo ma sempre con l’aiuto diun genitore che gli spieghi ciò che vede; dovrebbe anche essere protetto daimmagini violente, e va ricordato che la reazione dell’adulto influenza semprequella del bambino. E quando l’adulto non sa come fare, non deve esitare achiedere l’aiuto di un professionista.

Le reazioni degli adolescenti
“Anche gli adolescenti hanno bisogno di essere rassicurati dall’adulto”, dice la psicoterapeuta. Le reazioni dei ragazzi davanti a uno spavento possono essere di ansia, preoccupazione e paura per la sicurezza di sé e degli altri; si registrano cambiamenti di comportamento, difficoltà di concentrazione, cambiamenti delle performance scolastiche, irritabilità,assenteismo, aumento dei disturbi somatici quali mal di testa e mal di stomaco,disagio nel provare alcuni sentimenti, in particolare quelli associati al senso di tristezza; ci sono aumento delle discussioni su dettagli macabri, mancanza di fiducia degli altri, pensieri sulla morte, cambiamenti del ritmo sonno-veglia, comportamenti provocatori, aumento di uso e abuso di sostanze.

Strategie di coping per gli adolescentiÈ fondamentale che gli adulti stiano vicini anche agli adolescenti: anche se non hanno vissuto direttamente il fatto, non andranno comunque lasciati soli quando guardano la tv o leggono il giornale; bisogna parlare con loro, aiutarli a esprimere i loro sentimenti e provare a condividerli. “Bisogna far sapere all’adolescente che è al sicuro in famiglia e che non è troppo grande per avere paura e per cercare l’appoggio della famiglia di fronte al disagio” – raccomanda la psicologa. Infatti, anche se l’adolescente è per definizione in una fase di contestazione dell’autorità familiare, quando è in difficoltà cerca l’adulto, la sua rassicurazione, il suo appoggio. Inoltre il ragazzo, proprio a causa del delicato momento che sta vivendo, esprime le proprie emozioni in modo molto violento, con rabbia ma,nonostante questo atteggiamento, la rassicurazione dell’adulto gli è indispensabile. La rabbia del ragazzo è diretta alle figure adulte di riferimento perché è come se venissero incolpati di non essere stati capaci di salvaguardare la sua sicurezza, anche di fronte a un evento imprevedibile come un maremoto o una guerra. Il compito dell’adulto, che è ancora il riferimento profondo dell’adolescente, è rassicurare il ragazzo rispetto alla propria vulnerabilità e farlo sentire di nuovo protetto.

Le difficoltà degli operatori
Gli operatori, medici e psicologi, ma anche membri della protezione civile, possono diventare a loro volta vittime del PTSD a causa delle lunghe ore di duro lavoro in condizioni precarie. “Il desiderio di aiutare il più possibile gli altri può portare a non essere soddisfatti di ciò che si è fatto. Può determinarsi un senso di frustrazione e di rabbia per cuigli stessi operatori hanno bisogno di sostegno”, spiega Cecilia Bellini.Infatti, nella protezione civile, per esempio, se una parte di lavoro vienededicata all’aiuto delle vittime, è sempre prevista una pausa durante la qualegli operatori rielaborano fra loro il lavoro svolto, proprio per allontanare isentimenti di rabbia e di dolore.

Un percorso importante
Paura, dolore, rabbia e altre emozioni si affollano nel corpo e nella mente di chi è scampato a un evento devastante come il maremoto. Il segno rimane ma imparare a convivere con la propria vulnerabilità, accogliere le emozioni ed elaborarle in modo che non possano nuocere è un percorso che ciascuno può affrontare. È importante recuperare la sicurezza, autonomamente o chiedendo aiuto. Ognuno possiede la capacità di superare esperienze drammatiche e dolorose.

Uno stress anche a livello biochimico
Il trauma causa delle alterazioni neurobiologiche a breve e a lungo termine. Viene alterato l’equilibrio dei sistemi neurotrasmettitoriali del cervello. In particolare, ci sono alterazioni del sistema adrenergico (o di attivazione), quindi si produce uno stato di allerta permanente. Inoltre, l’aumento della frequenza cardiaca e delle catecolamine in circolo causa ansia, rabbia e depressione. Le alterazioni sono anche a carico del sistema serotoninenergico (o dell’evitamento). Il forte dolore viene compensato con un rilascio di endorfine che determinano un’analgesia spontanea. Successivamente si verifica un’interferenza della dopamina che causa problemi alla memoria e all’attenzione. Persino il metabolismo tiroideo ne viene coinvolto, insomma: è un vero e proprio dissesto biochimico che necessita, nell’immediato, di un trattamento farmacologico che ristabilisca l’equilibrio. Questo passaggio è indispensabile per poter affrontare poi la psicoterapia.

Fasi del debriefing
È una tecnica usata dal 1983; è stata ideata per “persone normali in presenza di eventi anomali” e si articola in più fasi. Tutte si svolgono in discussione libera e coinvolgono il gruppo. Il debreefing è quell’azione destinata a tutti dopo l’evento traumatico per cercare di normalizzare la situazione. Nelle prime 24/72 ore c’è una situazione di shock, è quindi necessario ristabilire la sopravvivenza, la protezione e sicurezza. La prima fase del debreefing consiste nella presentazione del metodo. Dopo si passa alla discussione del fatto. Quindi c’è il momento del pensiero in cui ciascuno esterna le riflessioni su ciò che ha pensato e quali reazioni ha avuto. Infine si passa alla fase dei sintomi, nella quale avviene il loro riconoscimento. Non è dimostrato che il debreefing prevenga i disturbi post traumatici da stress; però può esser un aiuto per comprendere cosa è successo e favorire l’integrazione successiva, poiché il debreefing favorisce la coesione,si è dimostrato utile, per esempio, nel prevenire l’abuso di alcolici dopo un trauma. Bisogna ristabilire i legami fra parenti e amici e ricollegare le vittime alla comunità. Può anche esser utile tenere un diario e raccontare ciò che succede. “Un trauma è sempre un colpo all’autostima” – avverte la dottoressa Bellini – “il ragionamento è: sono bravo se non succede nulla, se succede qualcosa sono cattivo o è colpa mia. L’importante è ancorare il prima possibile il superstite nel presente: ora sono salvo! Sono al sicuro nel presente, anche se non posso controllare il futuro, posso controllare il presente”. Le tecniche di elaborazione dell’evento traumatico L’indicazione è quella di affrontare questi traumi con persone che si occupano di psicotraumatologia. Viene valutata dall’operatore l’importanza del trauma in base ad una scala degli impatti che assegna un punteggio ad ogni emozione.
Le tecniche possono andare da quelle di rilassamento allo psicodramma, fino alla ristrutturazione cognitiva dell’evento. Quelle di desensibilizzazione sono di tipo ipnotico o l’Emdr (Eye Movement Desensitization and Reprocessing). Quest’ultima tecnica è molto indicata nel recupero dei soggetti con PTSD mette in comunicazione l’emisfero destro nel quale sono contenute le immagini e le emozioni con l’emisfero sinistro che grazie alla parola consente la verbalizzazione e un’elaborazione del trauma.

Info: www.psicotraumatologia.comwww.emdr.com