La morte e il morire: tappe del vivere

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di Nicla Vozzella

Se è vero, come dice il taoismo, che nella realtà gli estremi sono compresenti, allora affrontare il tema del morire rimanda inevitabilmente al vivere, così come la notte rimanda al giorno e il buio alla luce. Nella sua tragicità, quindi, anche la malattia terminale può diventare una grande opportunità per evolvere durante l´esistenza terrena.

Di questo parere è anche la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross, che si è occupata della morte e del morire e anche delle esperienze di pre morte; a lei si deve l’individuazione di un “modello” di cinque fasi che rappresenta le reazioni che generalmente i pazienti manifestano alla prognosi mortale. Le cinque fasi individuate da Elisabeth Kübler Ross sono la negazione, la rabbia, la negoziazione, la depressione, l’accettazione. Questo modello permette di comprendere il vissuto del paziente e ciò è utile per sostenerlo empaticamente durante la malattia. Non bisogna tuttavia immaginare che queste fasi si susseguano nell’ordine citato e neppure che si manifestino tutte e che siano riconoscibili: spesso i confini si sfumano e, per esempio, i progressi nell’accettazione si alternano a regressioni depressive o di rabbia. Ma non solo. Le fasi possono ripresentarsi più volte con differente intensità lungo il procedere della malattia.

Il modello in cinque fasi
Elaborato dalla Kübler Ross negli anni Settanta, questo modello rappresenta le dinamiche che la persona attraversa quando le viene diagnosticata una malattia mortale. Nella fase della negazione la persona è incredula di fronte a una diagnosi che assume la gravità di un verdetto. Può capitare che chieda al medico di ripetere le analisi, o che nutra dubbi sull’attendibilità delle indagini strumentali o sulle competenze del medico. Questa fase risponde a un meccanismo di difesa, che può aiutare il malato a contenere l’ansia di morte. La persona ha bisogno di tempo per riorganizzare il proprio sentire. Man mano che la malattia procede, la difesa di sé si affievolisce. Nella fase della rabbia le emozioni diventano dirompenti, prevale la paura che si trasforma in aggressività sia verso i familiari sia nei confronti del personale ospedaliero. La rabbia del credente può anche manifestarsi contro il proprio Dio, esprimendo la domanda tipica “perché proprio a me?”. In questa fase il paziente può manifestare sia un grande bisogno di aiuto, sia un completo rifiuto di qualunque tipo di sostegno; può infatti subentrare il desiderio di isolamento e di ritiro in sé. Durante la fase della negoziazione la persona, pian piano, si riapre al mondo; comincia a elaborare delle strategie personali per affrontare la situazione. La negoziazione spesso coinvolge il personale medico al quale il paziente chiede maggiori informazioni sull’esito delle terapie. La fase della negoziazione può anche riguardare il dialogo con Dio o con ministri di culto. La persona cerca di avere in cambio una speranza dal percorso terapeutico e spirituale che si trova ad affrontare. La fase della depressione è caratterizzata da un aumento della sofferenza. La persona si rende conto che non sarà possibile una guarigione. La depressione a cui va incontro il malato può essere dapprima di tipo reattivo, che nasce dalla consapevolezza della perdita dell’efficienza del proprio corpo, del proprio potere decisionale, delle relazioni affettive e sociali. A questa depressione reattiva subentra una depressione preparatoria caratterizzata da un senso di sconfitta, il malato comprende che non può più lottare e che la morte inevitabilmente si avvicina. Nella fase dell’accettazione la persona può cominciare a organizzare il “passaggio”, magari stilando il testamento o chiedendo di salutare i propri cari. Questa fase spesso è caratterizzata da fluttuazioni e regressioni: può ricomparire la rabbia, la depressione, anche se l’intensità delle emozioni risulta solitamente attenuata rispetto alle fasi precedenti. Occorre sottolineare che quest’ultima fase non sempre coincide con il momento terminale della malattia; infatti, nell’ultimissima fase le persone possono sempre ritornare alle fasi precedenti, possono allora ricomparire il rifiuto, la rabbia o la depressione diversamente sfumate fra loro.

Le opportunità evolutive
È forse difficile da accettare, ma l’esperienza del morire ha in sé la possibilità di un’evoluzione: chi lavora negli hospice, infatti, vede costantemente le persone trasformarsi durante una malattia terminale e questa trasformazione, seppure drammatica, può anche lasciare intravvedere spiragli di leggerezza. La presenza o la mancanza di una fede non sono sempre fattori discriminanti; come una persona affronta la morte in gran parte dipende dalla sua natura individuale, dalla capacità di adattamento alle diverse situazioni e dalle risorse interiori che permettono di gestire la frustrazione e l’impotenza. Senza nulla togliere alla drammaticità della malattia terminale, alla disperazione che porta con sé, non è impossibile cogliere in quest’ultima fase della vita terrena un’opportunità per evolvere interiormente. Forse, il saggio taoista, Lao Tse, aveva ragione quando affermava: “ciò che il bruco chiama la fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla”. È infatti la stessa Kübler Ross che per spiegare la morte ai bambini usa l’immagine della farfalla che lascia il bozzolo. Non solo chi muore, ma anche stando accanto al morente si può imparare qualcosa di sé, del proprio rapporto con la morte e della propria concezione del vivere. Magari, si può imparare a interpretare i momenti bui dell’esistenza, in cui ci si sente rinchiusi in un bozzolo troppo stretto, come il preludio al dischiudersi di ali di farfalla in viaggio verso la Luce.