Farmaci e simboli

comunicare in medicina
di Nicla Vozzella

Comunicare nell’ambito della salute è difficile: si corre il rischio di banalizzare oppure di non informare correttamente. Quando poi si parla di farmaci il discorso si complica. A ben guardare, il rischio dell’ambivalenza in questo settore ci deriva persino dall’etimologia: la parola farmaco, infatti, viene dal greco phàrmakon, che può significare medicina ma anche veleno. Tutto dipende dall’intenzione con la quale è somministrata, ma anche dalla predisposizione con cui è assunta. Per comprendere meglio i molti significati che ruotano intorno al farmaco e, in particolare, per capire come comunicare in questo settore occorre uno sguardo multidisciplinare.

Medico e farmaco nella storia
Il medico, nel corso della storia, si è posto in modi differenti rispetto al farmaco. Agli albori della medicina, ai tempi di Ippocrate e di Galeno, il medico preparava da sé i rimedi per il paziente. Successivamente, dal ‘700, il medico illuminato ha cominciato ad avvalersi della figura dello speziale (un farmacista ante litteram) al quale è stato affidato il compito di preparare le medicine. Ma i farmaci così come noi li conosciamo cominciarono a essere diffusi solo nell’800.
Inoltre, che nel passato il farmaco è sempre stato indicato con il nome del principio attivo, sarà solo a fine Ottocento che si ricorrerà a un nome di fantasia (è del 1890, infatti, la scoperta dell’Aspirina). Sembra dunque che i corsi e ricorsi storici valgano anche nell’ambito della storia della medicina, visto che occorrerà arrivare sino alle porte del XXI secolo per tornare a indicare il medicamento con il solo nome del principio attivo. Ma in questo caso, la disposizione viene dalle leggi dello Stato che, per contenere la spesa sanitaria, sollecitano il consumo di farmaci non “griffati”; ossia di quei farmaci per i quali è scaduto il brevetto e che, quindi, devono essere commercializzati con il solo nome del principio.
Nel corso dei secoli, il medico si è affidato sempre di più alle potenzialità di cura del farmaco, mettendo spesso in secondo piano le proprie competenze. D’altro canto, anche il paziente ha insistito sempre più per ricevere la prescrizione di una sostanza piuttosto che un consiglio. In questo modo è aumentato indiscriminatamente l’uso dei farmaci che ha portato non solo all’aumento della spesa farmaceutica, ma anche alla manifestazione di effetti collaterali legati all’abuso. Un esempio lo abbiamo visto con il Nimesulide, un antinfiammatorio usato in modo scorretto, che ha causato danni irreparabili. Ma al di là di queste “cattive pratiche” è inevitabile riconoscere al farmaco “ben amministrato” una grande utilità per la salute dei cittadini; per questo il progresso e la ricerca farmaceutica non possono arrestarsi. La sfida per il medico del futuro sembra essere costituita dall’ingegneria genetica e dai farmaci biologici che potranno essere creati su misura per il paziente, riducendo sia lo spreco sociale sia gli effetti indesiderati.

Il farmaco fra medico e paziente
La medicina del XX secolo è stata caratterizzata dalla messa in crisi della relazione medico-paziente e, come si è detto, anche i farmaci hanno avuto un ruolo nel determinarla. Si è verificato un fenomeno paradossale: da un lato il paziente deluso dal medico che non lo ascolta e che prescrive solo farmaci si allontana dalla biomedicina e approda a cure alternative caratterizzate da un approccio olistico; dall’altro il medico, oberato dagli adempimenti burocratici e sollecitato nella prescrizione dallo stesso paziente, abbandona il dialogo in favore della ricetta. Nell’ambito di questa relazione sfilacciata il farmaco può diventare sia la sostanza da demonizzare sia quella di cui abusare. Inoltre, l’allontanamento fra medico e paziente ha incentivato il fenomeno dell’autoprescrizione con i risultati drammatici che ne derivano. Non è insolito, infatti, che il paziente metta in atto strategie personali di cura. Egli assume il farmaco senza seguire la posologia della prescrizione, sospende arbitrariamente la cura quando i sintomi si attenuano e la ricomincia altrettanto arbitrariamente quando i sintomi ricompaiono. Il paziente si affranca a modelli di salute e di malattia che cambiano nel tempo: quindi può seguire scrupolosamente le prescrizioni mediche; può allontanarsene; trascurarle; aumentare o diminuire le dosi. Ma sempre più spesso egli mette in atto un’autonomia di scelta, che il medico può avere difficoltà a negoziare.

Lo sguardo dell’antropologo
Uno dei compiti dell’antropologia medica è quello di comprendere le dimensioni culturali, sociali e simboliche intorno alla salute. Se negli ultimi anni le modificazioni legate alla rappresentazione del corpo, sano o malato, in Occidente hanno indotto i pazienti verso le Medicine Tradizionali, spesso orientali, allo tesso tempo il farmaco ha assunto significati inediti. La sostanza chimica è diventata una componente della relazione medico-paziente che veicola nuovi significati simbolici declinati in base al linguaggio del medico; alle modalità di assunzione; al packaging; al lettering del foglietto illustrativo; e ad altro ancora. Di questi fattori bisogna tener conto quando si comunica di farmaci e, più in generale, di salute.
Si può provare a introdurre a una visione interdisciplinare dove il medico fa la diagnosi della patologia, il farmacologo crea la sostanza per curarla e l’antropologo analizza i fondamenti dei sistemi medici e le rappresentazioni delle malattie. Cogliere questo spunto può migliorare la comunicazione fra tutti gli attori che si muovono nel settore della salute.

Giornalisti e nuovi media
Fioriscono riviste e, soprattutto, siti internet che parlano di farmaci. Ma il giornalista deve stare ben attento, non solo a evitare di impigliarsi nelle maglie della pubblicità illecita, ma deve anche evitare di attribuire eccessivo clamore a notizie che può non aver modo di verificare di persona. Inoltre, quando si scrive di farmaci occorre tener ben presenti i molteplici significati che ruotano intorno ai concetti di salute e di malattia. Occorre quindi riferirsi a una deontologia professionale non solo per evitare di sollecitare un uso improprio del farmaco, ma anche per non creare inutili aspettative e false credenze che possono interferire in quella sottile rete di significati di cui il medicamento viene investito.
Da questo punto di vista le riviste straniere, soprattutto le anglosassoni, sono molto più caute delle italiane nel dare informazioni. I magazine nostrani e gli stessi quotidiani del nostro Paese spesso puntano al sensazionalismo incuranti del danno che possono procurare ai malati.
Bisogna, inoltre, segnalare che sempre più spesso anche i medici attingono le loro informazioni da Internet. Questo è un altro aspetto della comunicazione in ambito farmaceutico che richiede di essere regolamentato e che, invece, spesso è lasciato alla sola discrezionalità del giornalista. Negli anni recenti sono stati proposti alcuni strumenti di validazione e classificazione dei siti Internet, ma nessuno appare risolutivo. In questo scenario in continua evoluzione la rete può costituire una fonte di delegittimazione per il clinico e addirittura un pericolo per i pazienti, ma può anche diventare un’occasione in più per creare un link fra medici e pazienti, quindi, il web ben utilizzato può trasformarsi in un utile alleato.

La vera “cura” è la relazione
L’approccio multidisciplinare alla comunicazione nell’ambito della salute e, in particolare, del farmaco mette in evidenza il fatto che il medicamento ha una maggiore compliance se viene somministrato in base a un modello di cura centrato sulla relazione fra medico e paziente.
Per questo, attualmente, il modello “Patient Centered Care” è stato modificato nel più efficace “Relationship Centered Care”. Gli studi dimostrano che se l´attenzione viene focalizzata sulla relazione anche l’efficacia del farmaco migliora.
All’interno della relazione medico-paziente hanno grande importanza anche i vissuti dei due attori e le loro esperienze personali, che costituiscono un potente fattore di regolazione dell’interazione individuo-ambiente sia a livello soggettivo sia collettivo. In particolare, la costruzione personale che il paziente ha rispetto al funzionamento, all’efficacia e all’uso del farmaco è il risultato di un processo legato all’immaginario sociale che contribuisce a definire le rappresentazioni collettive della malattia (Commonsense Model of Illness Rappresentation).
Una conferma dell’importanza della relazione medico-paziente e della validità di un approccio multidisciplinare al farmaco ci perviene anche da un’indagine del Censis (vedi tabella – Cosa fa veramente guarire): per gli italiani la guarigione non è tanto da attribuire al farmaco, quanto al medico che si prende cura del paziente. Prendendo in considerazione i dati del Censis si scopre anche un altro dato curioso: pare che il decorso benigno di una malattia sia in gran parte attribuito alla naturale evoluzione della patologia, piuttosto che all’atto terapeutico. Forse dobbiamo pensare che Voltaire aveva ragione quando affermava: “Il medico abile è un uomo che sa divertire con successo i suoi pazienti, mentre la Natura li sta curando”.

COSA FA VERAMENTE GUARIRE
Il medico 42,7
Il farmaco 29,6
L’ospedale 4,8
L’evoluzione “naturale” della malattia 22,9

Fonte: Censis 2002