Fiabe per crescere

fiaba

di Nicla Vozzella

C’era una volta è il classico inizio delle fiabe. È come dire: non si parla di adesso, neppure di ieri, ma di una volta. Un tempo ben preciso e sufficientemente lontano perché il bambino possa essere rassicurato: ciò che è successo, che l’abbiano fatto i draghi, le streghe o i mostri, non è qui e non può nuocere, ma è successo un tempo e tutto si è risolto. E così, tramite le fiabe, il bambino impara che anche lui riuscirà a risolvere i suoi problemi, impara che ha le risorse per “farcela” e trovare il suo lieto fine, così come c’è sempre nelle fiabe. Questo è in sostanza il messaggio che le storie, di qualunque genere esse siano, trasmettono a chi le ascolta. I principali destinatari di questi racconti sono i bambini, ma anche agli adulti piacciono le fiabe.

Il bisogno di magia
Guai a dire che le favole non servono, che la magia non esiste: il bambino non ci crederà mai perché il suo mondo è magico. È magico a tal punto che il piccolo stesso crede di poterlo controllare. Quando lo sviluppo mentale del bambino non gli consente ancora di fare astrazioni, le fiabe possono fornire una guida per muoversi. Il piccolo non si domanda come mai il gatto con gli stivali parla e neppure si stupisce che lo faccia il gatto di Alice: quel mondo che gli adulti si sforzano di codificare è già tutto codificato in base al pensiero magico, che lui condivide con i membri delle tribù che vivono allo stato primitivo.
Grazie al pensiero magico proprio del bambino, che lo accompagna sino agli otto anni circa, il mondo è popolato di esseri fantastici e le storie che ascolta dagli adulti non hanno nulla di incredibile, anzi: sono così reali che non si stupirebbe mai, per esempio, di incontrare in cane parlante. Non occorrerà spiegargli come mai certe cose succedono: non vuole dettagli perché sa che tutto può succedere nel modo fiabesco, così come può succedere nel mondo nel quale lui vive.

L’utilità del lieto fine
Raccontare storie non è solo un diletto che aiuta il bambino a mantenere ben salda la convinzione che la magia esista. Le fiabe sono uno strumento pedagogico importantissimo per lui, gli consentono di affrontare paure e insicurezze, con un enorme vantaggio rispetto all’esperienza diretta: tutto ciò che succede è già passato, già risolto, appartiene al “c’era una volta”. Il protagonista della fiaba affronta i problemi e li risolve, così l’evoluzione del racconto è un esempio dal quale il piccolo trae fiducia: i problemi ci sono, ma si possono risolvere.
Poiché il bambino crede a tutto ciò che l’adulto di cui si fida gli racconta, non è così facile inventare una buona storia. Occorre la parabola: il racconto sale, culmina nella crisi e poi ridiscende verso la soluzione. Fiabe a lieto fine, dunque, che facciano ben sperare per il futuro. E quindi, attenzione: niente morali esplicitate: il bambino è in grado di cogliere il significato della storia. E se per qualche motivo non vi riesce, sarà lui stesso a chiedere di riascoltare la fiaba. La ripetizione è utile per rimaneggiare qualcosa che per lui è fonte di preoccupazione. Un esempio: il bambino vuole sentire la storia di Pollicino all’infinito? Starà ragionando per conto suo sulla paura dell’abbandono. Magari la mamma ha ripreso ad andare a lavorare, oppure esce più spesso di prima. Il piccolo vorrà essere rassicurato rispetto alla sua ansia abbandonica: la mamma tornerà, così come Pollicino ritrova la strada di casa. Meglio evitare di raccontare al bambino fiabe che finiscono male o con un finale punitivo, perché potrebbero destabilizzarlo e preoccuparlo.

L’importanza del ritoleggere fiabe
Sedersi accanto al lettino del piccolo, inforcare gli occhiali e aprire il libro delle fiabe costituisce un concatenarsi si eventi che rassicurano il bambino. La mamma (o il papà o comunque l’adulto del quale il piccolo si fida) si accinge a dedicargli del tempo, un tempo che scandirà con il tono della sua voce. Per tutta la durata del racconto il bambino sarà come dentro una bolla insieme al suo genitore. Condividerà uno spazio molto privato ed esclusivo. Occorre quindi non essere frettolosi nel raccontare una storia, perché il piccolo ha bisogno di tutto ciò che sta intorno alla fase del racconto. Allora gli si potrà dire “ora ti lavi i denti, poi ti metti nel letto vicino al tuo pupazzo preferito, la mamma si siede vicino a te accende la lucina piccola e ti racconta una fiaba”. E tutte le sere dovrà esserci lo stesso rito: come la stessa storia tranquillizza e rassicura il bambino, allo stesso modo il rito, che sta intorno al racconto della fiaba prima di addormentarsi, lo rassicura circa la propria amabilità.
La voce della mamma o del papà lo accompagnerà nel sonno e questo succederà tutte le sere, quindi non c’è d’aver paura nel dormire da solo nella propria stanza. Domani tutto potrà ricominciare.

La struttura classica
Nelle fiabe classiche è possibile individuare alcune tappe che caratterizzano lo svolgersi degli eventi.
All’inizio viene presentata la situazione insieme ai personaggi. Poi si delinea il problema da superare per il protagonista. Infine c’è la conclusione.
Nelle fiabe i personaggi possono essere raggruppati in categorie: c’è il protagonista della storia, il nemico che crea le difficoltà al protagonista e, a volte, può comparire un alleato che aiuta il protagonista a risolvere il problema. È questo il caso della fatina che interviene tenendo a bada il cattivo oppure fornendo al protagonista uno strumento magico per risolvere da sé la situazione. Il cattivo è quasi sempre presente e ha una sua utilità: serve a creare la difficoltà, dà il via alla storia. E poi il protagonista buono lo sconfigge e così l’ordine delle cose si ristabilisce.

Storie inedite
Alcuni adulti dalla fantasia particolarmente fertile sono in grado di inventare storie. È un bel dono che fanno ai propri figli. Niente paura se le storie create da mamma e papà non affrontano un tema che sta a cuore al bambino; certamente, racconteranno qualcosa che sta a cuore all’adulto. Non c’è niente di sbagliato nel far sentire ai figli ciò che si prova, anche perché il bambino lo sa già. Con le sue “antenne” ha già colto ciò che preoccupa il genitore, ma non sa come interpretarlo se l’adulto non glielo spiega: allora la fiaba può fornire questa interpretazione, può rimettere assieme i pezzi di un puzzle che il piccolo da solo non sa comporre.
Se l’adulto ha una fervida immaginazione, lo sarà senz’altro anche quella del piccolo che gli vive accanto: allora perché non domandargli se anche lui ha una sua storia da inventare e da raccontare? Dopo aver ascoltato e appreso inconsciamente lo schema entro il quale, di solito, si svolge la narrazione, il bambino tenderà a ripeterlo e vorrà sperimentare: in questo modo anche il bimbo aprirà il suo mondo magico all’adulto. La comunicazione fra loro sarà profonda e totale e si atterrà ad un registro che entrambi sapranno interpretare grazie alle rispettive sensibilità.

Un’abitudine da non perdere
Raccontare una fiaba è un’occasione per comunicare intensamente e profondamente con i figli. È una bella abitudine da non perdere. Vale la pena di ritagliarsi un momento della giornata da trascorrere nell’intimità di una stanza, nella penombra, leggendo una fiaba. Sarebbe bello che entrambi i genitori cogliessero spesso questa opportunità. Mamma e papà avranno senz’altro modi di leggere differenti e proporranno storie diverse, ma anche questa differenza sarà utile al bambino: imparerà vari modi di relazionarsi con gli altri e acquisirà così un bagaglio di esperienza che potrà essergli utile in futuro.