Il futuro viaggia nel “nanocosmo”

di Nicla Vozzella

Molti convegni nell’ambito della salute hanno un denominatore comune: le
nanotecnologie. Sembra infatti che il prolungamento della vita umana possa realizzarsi anche grazie alla “nanomedicina” che prevede l’azione interdisciplinare di medici, chimici, fisici e ingegneri.

Questa scienza dell’infinitamente piccolo è un’applicazione delle tecnologie che utilizzano o producono strutture della materia di dimensione inferiore ai centro nanometri: per avere un’idea delle grandezze di riferimento, pensiamo che il nanometro corrisponde a un milionesimo di millimetro, cioè 10-9 metri.

Addentrarsi nel “nanocosmo” rende possibile, per esempio, studiare il metabolismo cellulare direttamente nella cellula! Inoltre, l’approccio integrato delle varie discipline consente di elaborare le informazioni per mezzo di alcuni microchip, che possono trovarsi addirittura nei terreni di coltura in cui si sviluppano le cellule stesse. Così, diviene possibile mettere a punto un sistema di analisi in vitro che usa la cellula come una provetta di laboratorio. In questo modo si acquisiscono informazioni sulla cinetica dei farmaci, per esempio, oppure sul potenziale d’azione dei neuroni: le opportunità sono pressoché infinite.

Ma c’è di più. Le applicazioni delle nanotecnologie consentono di veicolare farmaci o chemioterapici là dove ce n’è bisogno senza danneggiare organi e tessuti circostanti e senza debilitare l’intero organismo.

L’approccio interdisciplinare di biologia e ingegneria viene messo in pratica anche nella bionica che può supplire a gravi deficit organici. A questo proposito, basta citare l’esperimento pubblicato su Nature nel luglio del 2006 in cui un paziente affetto da tetraplegia ha potuto, con l’ausilio di microelettrodi impiantati direttamente nelle aree motorie del cervello, muovere un braccio artificiale semplicemente “pensando” di compiere l’azione (vedi copertina in foto). Questo “miracolo” è stato possibile grazie agli sudi sull’infinitamente piccolo.

Anthropos Magazine si occupa di approcci meno sofisticati alle malattie: vengono valorizzate le terapie che sollecitano risorse endogene e ristabiliscono l’equilibrio psicofisico del paziente. Tuttavia, poiché questo è un “viaggio intorno all’uomo” non si possono tralasciare alcune “tappe” importanti che cambieranno in modo significativo la vita umana.

A questo punto resta una domanda: le “nanoterapie”, così come altri sistemi di cura, hanno delle controindicazioni? Secondo gli esperti alcuni rischi ci sono: per esempio, non sono ancora noti gli effetti che le nanoparticelle possono produrre se vengono accumulate nell’organismo. Dal punto di vista strutturale, infatti, le nanoparticelle disperse nell’ambiente tendono ad agglomerare formando composti inerti, ma non è noto quali conseguenze gli agglomerati possono causare se si depositano nell’organismo. Sono anche stati sollevati interrogativi che riguardano la medicina del lavoro: bisogna trovare un sistema per misurare la contaminazione con nanoparticelle delle persone che lavorano usando queste tecnologie. C’è ancora molto da capire sia del loro funzionamento sia delle loro applicazioni. Tuttavia la nanomedicina ha già iniziato il suo cammino e non possiamo non tenerne conto. Occorre conoscerla meglio…