La quarantena? Un’opportunità per evolvere

di Nicla Vozzella

Il tempo si dilata e lo spazio si restringe, così in una continua dialettica fra gli opposti scorrono i giorni in isolamento forzato. Osservando la situazione attraverso le polarità presenti si possono trasformare alcuni riverberi emotivi e ritrovare la serenità. Ma andiamo per gradi.
Cosa lamentano le persone costrette fra le mura domestiche a causa della pandemia? Un disagio generalizzato che spazia dal senso di oppressione, all’angoscia, una sensazione di frenesia in sottofondo, stanchezza, sovraccarico mentale, nervosismo, ma anche tristezza, paura, rabbia. Emozioni e sensazioni si confondono e si annodano creando una matassa difficile da dipanare.

Mettiamo ordine

Se vogliamo trasformare ciò che proviamo possiamo cominciare dal mettere ordine, in questo caso entrano in gioco due polarità: dentro/fuori. Abbiamo del tempo a disposizione e possiamo riordinare l’ambiente, concentrarsi su un lavoro manuale permette di attivare regioni cerebrali diverse da quelle del pensiero. Al tempo stesso, però, muovere le mani con l’obiettivo di riordinare, anche semplicemente riporre dei pennarelli in un portamatite, permette di attivare dei modelli di pensiero più legati alla logica che all’emotività. Ciò non significa attuare una “razionalizzazione” delle emozioni, che invece è un meccanismo di difesa; significa piuttosto far fare ginnastica al cervello, saltando da un modello emotivo a uno realizzativo. Una volta riordinato sia lo spazio esteriore sia quello interiore possiamo prenderci del tempo per decidere cosa far entrare e cosa no. Che siano pensieri, persone o emozioni… devono chiedere il permesso prima di varcare i nostri confini!

Riempiamo gli spazi
Nello spazio sono coinvolte altre due polarità: pieno/vuoto. Il vuoto può causare angoscia, proviamo a esplorarlo, cerchiamo di comprendere cosa ci disorienta, potremmo scoprire che da uno spazio vuoto può emergere un progetto, un’idea, un’emozione che non avremmo potuto immaginare se fosse stato pieno.
Quando avremo familiarizzato con lo spazio vuoto… proviamo a riempirlo; ma prima di mettere lì o fare le cose alla rinfusa, fermiamoci un attimo per assicurarci di riempire quello spazio con ciò che vogliamo. Può essere riempito con una musica che amiamo, ascoltarla ci permetterà di allentare la tensione; possiamo considerare il vuoto come una tela per disegnare un paesaggio, o un mandala… proviamo a farlo davvero, prendiamo un foglio da disegno grande, pennarelli, matite, pastelli colorati e riempiamo quello spazio esterno in cui possiamo vedere riflesso il nostro spazio interno.  Se abbiamo dei bambini possiamo divertirci a completare il disegno tutti insieme.

Isolamento
Questo punto richiede una trattazione più articolata. La quarantena può obbligare le persone a stare insieme oppure a stare da sole, a seconda di qual era la situazione quando l’isolamento è cominciato. Qui ci troviamo in presenza di un’altra polarità: da soli/insieme. Questo tema può caricarsi di una certa ambivalenza, sarà capitato a molti di voler stare insieme a qualcuno e poi stancarsi e viceversa. È insito nell’animo umano avere degli atteggiamenti ambivalenti, ma se la quarantena ci coglie quando non possiamo decidere se stare da soli o insieme stipuliamo una sorta di “contratto” con noi stessi o con gli altri abitanti della casa. Stabiliamo di quanto spazio ciascuno ha bisogno e troviamo un modo per garantire a ciascuno la propria privacy. I bambini vogliono stare da soli con la play? Ok, poi però si farà qualcosa tutti insieme, un gioco, o cucinare, anche i compiti possono diventare un modo per trascorrere il tempo: facciamoli vivere ai bambini come una specie di gioco a premi.
Il papà vuole vedere un film o ascoltare un dibattito sullo sport che ha subito una battuta d’arresto? Lasciamolo tranquillo davanti alla tv, che gli altri rispettino il suo momento. Lo stesso vale per la mamma: vuole farsi una maschera o la ceretta visto che gli estetisti sono chiusi? Il bagno sarà off-limits per un’ora e se qualcuno pensa di averne bisogno… si organizzi prima!
Se si è in coppia, senza bambini, dobbiamo comprendere che non c’è nulla di male a volere uno spazio tutto per sé. Abbiamo il diritto di chiederlo e non dobbiamo risentirci se è il partner a farlo. Non ci ameremo di meno solo perché ciascuno esercita il sacrosanto diritto di stare per i fatti suoi.
Se siamo da soli, può diventare più complicato, anzi impossibile in questa particolare situazione, avere una compagnia fisica, ma… c’è il telefono per i più tradizionalisti o skype e zoom per i più tecnologici. Fissiamo degli appuntamenti quotidiani con gli amici, con il partner se vive lontano, sparpagliamo gli appuntamenti nell’arco della giornata, così da avere sempre qualcuno con cui parlare quando ci sentiamo soli. Può andar bene anche la tv, non è il male; ma prediamola a piccole dosi ed evitiamo programmi ansiogeni, meglio film, anche di tensione, ma che abbiano una trama da seguire così che il nostro cervello possa porre l’attenzione su qualcosa che ne stimoli l’immaginazione (attenzione: i talk show rischiano di bruciare i neuroni!).

Ritmi e rituali
Durante la quarantena il tempo non si ferma anche se a volte può sembrare che scorra più lentamente; proprio per questo, come esseri viventi, abbiamo bisogno di dare un ritmo al tempo. È un bisogno fisiologico perché anche gli ormoni nel nostro organismo vengono secreti in base alla fase della giornata: per esempio, alla sera comincia la secrezione della melatonina per prepararci al sonno.
Durante l’isolamento può risultare difficile mantenere un ordine nelle giornate, possiamo quindi affidarci ad alcuni rituali per sottolineare il cambiamento di ritmo.
È evidente che le polarità in gioco in questo caso sono: giorno/notte, luce/buio e – considerando il motivo per cui ci troviamo in isolamento, ovvero i rischi per la nostra salute – entra in campo anche un’altra grande polarità… vita/morte. Ed è questa forse a farci sentire fragili, spaventati, anche arrabbiati perché non sappiamo come risolvere un problema la cui soluzione purtroppo non dipende da noi. Se ci riflettiamo, se pensiamo a quanto la morte crei angoscia, anche quella degli altri perché su di essa proiettiamo la nostra, possiamo anche comprendere – ma poi non conviene prestargli troppa attenzione – perché siamo attratti dai bollettini “di guerra”… perché ci rassicurano! Sembra assurdo ma è così. Numerare i morti è un modo per attuare un meccanismo di difesa, la “razionalizzazione”. Ma non fa bene razionalizzare, se abbiamo paura di morire, scriviamo delle lettere (o le più tecnologiche email) a chi amiamo, diciamoglielo, se non siamo tanto ferrati nello scrivere copiamo brani di poesie e inviamoli alle persone a cui vogliamo bene. Così manderemo nel mondo una parte di noi e… se anche accadesse il peggio resteremo per sempre vivi nel cuore di chi contraccambia il nostro amore. Vista l’ineluttabilità di questo pensiero che ci accompagna tutti, possiamo allenarci a vedere l’alternarsi delle fasi giorno/notte e luce/buio, come piccole e continue morti e rinascite. Pensiamo alla natura, come in essa morte e vita siano compresenti e in armonia… da qualche parte, c’è sempre un seme che muore per far nascere un nuovo germoglio.
Il pensiero della morte, del giorno che finisce può creare angoscia, senso di perdita, tristezza, paura, trovare qualche piccolo rituale che ci accompagni nell’attraversamento di queste fasi può essere di grande aiuto. Si può accendere una candela profumata, leggere una pagina ben scritta, preparare l’occorrente per la colazione del mattino, dire una preghiera, recitare un mantra. Va bene qualunque cosa che ci faccia sentire bene. I riti hanno un legame profondo con l’uomo che ha bisogno di “contenere e contenersi” quando si sente vulnerabile. Per questo in quasi tutte le religioni, sono previste particolari preghiere da recitare al calar del giorno: pensiamo alla vespro della religione cattolica e al maghrib in quella musulmana. La sera è il momento dell’incontro con l’ignoto che può essere trasformato in un incontro con il proprio Signore, con il proprio Sé.

L’incontro col Sé

L’isolamento imposto può essere complicato da vivere sia che ci si trovi in un gruppo familiare sia che si abiti da soli; ma questa restrizione di spazio esterno può essere trasformata in una espansione dello spazio interno. C’è un modo per unificare le diverse polarità – dentro/fuori, pieno/vuoto, insieme/da soli, nascita/morte – facendole confluire tutto in una espansione della coscienza. Si ricompone così un’ulteriore dialettica, quella ha come polarità separazione/unità. È questa riunificazione del molteplice nell’Uno che ci permette di sentirci “parte di…” anche quando l’elenco dei “senza…” è molto lungo. È un processo che avviene pian piano, volgendo lo sguardo dentro di sé invece che  fuori, al tempo stesso non si dimentica il resto del mondo ma viene introiettato a tal punto da contemplarlo pur restando in casa e perdendo ogni contatto fisico. La connessione – potremmo definirla spirituale – con il mondo esteriore può realizzarsi con maggiore intensità quando ci si concentra sul mondo interiore. È l’allenamento a fare dialogare le polarità che può condurre ciascuno di noi a una espansione della coscienza che trascende l’esperienza materiale, ma tramite questa ci porta in uno spazio immateriale dove nessuno può sentirsi solo, dove ciascuno può sperimentare la contemporaneità della separazione e dell’unione, dove le leggi aristoteliche che credono impossibile la coesistenza di A e di non-A perdono di validità. È in quel luogo non-luogo che ciascuno può stabilire un incontro col Sé e non sentirsi più solo; ed è in questo senso che la “quarantena” può costituire un’opportunità per evolvere, per accedere a un altro stato di coscienza, quello da cui proveniamo ma che abbiamo dimenticato incarnandoci.