L’urlo di Pan

Pandi Nicla Vozzella

Il mito del dio Pan sta all’origine del nome dell’attacco di panico. Vediamo perché… Le versioni del mito di Pan differiscono un po’ fra loro, in particolare rispetto al concepimento e alla nascita di questo strano dio, che a differenza degli altri dei non era immortale. Alcune versioni del mito narrano di Ermete che generò Pan accoppiandosi con la capra Amaltea, altre vogliono che Pan fosse figlio di Crono e di Rea; fatto sta che quando Pan venne al mondo era così brutto (munito di corna, di barba e di piedi caprini) che la madre fuggì atterrita. Il padre invece lo prese con sé e lo portò sull’Olimpo, dove fu chiamato Pan perché, a causa del suo strano aspetto, fu eletto protettore dei pastori (pan infatti deriva dal greco paein = pascolare). Ma Pan significa anche tutto, perché il dio era anche collegato allo spirito di tutte le creature naturali, dai monti agli alberi, dalle foreste agli animali del bosco. Sorvolando sugli infiniti amori e accoppiamenti con ninfe e donne d’ogni tipo per cui il dio divenne popolare, ciò che ci interessa del mito di Pan è un aspetto del suo carattere: era pigro – ciononostante aiutava chiunque avesse bisogno di lui – e nulla gli piaceva più della siesta pomeridiana a cui non rinunciava per nessun motivo. Per questo Pan si vendicava di chi osava svegliarlo lanciando dal fondo della sua grotta o dal folto del bosco un urlo tale da creare un vero e proprio “timor panico” in chi si fosse trovato a “portata d’orecchio”. Da qui il collegamento con l’attacco di panico che, oltre a sollecitare nella persona che ne soffre un vero e proprio terrore – così come capitava a chi avesse l’ardire di disturbare Pan durante la siesta – irrompe nella vita della persona come un urlo che squarcia il petto e crea attimi di disorientamento, attimi che però sembrano eterni. Un attacco di panico, infatti, è costituito da un momento di paura intenso. L’inizio è improvviso e la durata, di solito, è di pochi minuti. In alcuni casi, l’attacco può perdurare per alcune ore oppure possono susseguirsi più attacchi a breve distanza. La peculiare caratteristica dell’attacco di panico è che spesso dà origine a un circolo vizioso nel quale i sintomi fisici aumentano quelli mentali e viceversa; questo accade perché la secrezione di adrenalina alimenta e peggiora sia i sintomi fisici sia lo stress psicologico. La sensazione di soffocamento porta inoltre a respirare più in fretta, a iperventilare, l’organismo registra una diminuzione di anidride carbonica che si accompagna a un ulteriore aumento della respirazione. E così si crea un ciclo di amplificazione dei sintomi.
Nella maggior parte dei casi, l’attacco di panico non è un episodio isolato e chi ne sperimenta uno di solito ne ha altri in seguito. Se questa ripetitività si verifica si dice che la persona ha un “disturbo da attacchi di panico” (DAP).

Una grande varietà di sintomi
L’attacco di panico è caratterizzato da una grande varietà di sintomi che possono presentarsi insieme o in diversi attacchi consecutivi o distanziati nel tempo. Tuttavia, la maggior parte delle persone che soffre di attacchi di panico è concorde nel riferire la “paura di morire” e la “paura di impazzire” o comunque di perdere il controllo sulle proprie emozioni o sul proprio comportamento. Nella fase iniziale di un attacco di panico la paura è attenuata, ma nell’organismo viene comunque rilasciata adrenalina (epinefrina) che pone la persona nel bel mezzo di un’esperienza chiamata fight or flight (lotta o fuga). Pian piano comincia la tachicardia, cioè un aumento della frequenza cardiaca; poi la respirazione si fa più rapida portando a una iperventilazione; in queste condizioni, per disperdere il calore prodotto dall’organismo aumenta la sudorazione. La sensazione che la persona prova, però, non è detto che sia una vampata calda, possono invece manifestarsi brividi con sudori freddi. L’iperventilazione inoltre diminuisce la concentrazione di anidride carbonica nei polmoni, ciò ha come conseguenza una variazione del pH sanguigno. Subentrano a questo punto vertigini e stordimento, formicolio e intorpidimento degli arti.

In generale l’attacco di panico porta a manifestare sintomi prevalentemente a carico dell’apparato circolatorio o del sistema nervoso. La pressione arteriosa può raggiungere livelli molto alti. C’è quasi sempre difficoltà respiratoria accompagnata da un senso di oppressione al petto e di un nodo alla gola. La persona può sentirsi confusa, può avere difficoltà a organizzare pensieri o a formulare un discorso. Possono comparire difficoltà di deambulazione e violente manifestazioni emotive: pianti e urla. I soggetti colpiti da un attacco di panico spesso riferiscono di avere la sensazione di vivere in un sogno (distorsione percettiva – derealizzazione) o di non essere più connessi con il proprio corpo e di non avere la percezione del tempo e dello spazio (depersonalizzazione). Se nonostante tutto, durante un attacco di panico, si riescono a compiere delle azioni, più o meno coordinate, si ha la sensazione di essere degli automi. L’attacco di panico è quasi sempre accompagnato dalla paura che qualcosa di terribile e di inimmaginabile stia per accadere e di non avere né il modo di prevenirla né di evitarla.

Distinguere fra ansia, panico e fobie
L’attacco di panico si distingue dalla crisi d’ansia in base all’intensità dei sintomi – che è maggiore nel primo caso – e anche dal fatto che l’attacco è improvviso: è da sottolineare, però, che le persone che soffrono di crisi d’ansia spesso sono soggette a sviluppare anche degli attacchi di panico.

Per completezza di informazione occorre precisare che l’attacco di panico può essere causato anche da una fobia, per esempio quella degli insetti: in presenza dell’oggetto della fobia la persona può andare incontro a un attacco di panico che però si spegne non appena l’oggetto della fobia scompare; inoltre, in questi casi, di solito l’attacco è sporadico, legato appunto all’oggetto della fobia, e non si ripresenta nel tempo. Non è escluso, però, che la persona “sensibilizzata” possa sviluppare in seguito un DAP anche slegato dalla fobia.

Strategie: accogliere e non contrastare
Inutile dire che è impossibile “controllare la paura di perdere il controllo”: se questo è l’obiettivo verrà inevitabilmente mancato. A volte però si possono mettere in atto alcune strategie per gestire la situazione; per esempio, capita che vi siano dei piccoli segnali, “campanelli d’allarme”, che preannunciano l’attacco: si prova una sorta di agitazione, la respirazione si fa affannosa, subentra un lieve stato di confusione mentale e comincia a serpeggiare l’idea che qualcosa di terribile possa accadere. Se si riescono a collegare questi segnali all’arrivo dell’attacco di panico si può provare a reagire in modo adeguato.

La strategia migliore, che può sembrare paradossale, soprattutto difficile da mettere in pratica, è quella di mantenersi il più possibile calmi. Facile a dirlo: è impossibile! Vero, ma solo in parte. L’atteggiamento migliore infatti è quello di non irrigidirsi, di “farsi fluidi”, di lasciarsi attraversare dalla paura, di lasciarsene invadere e sentirla in ogni cellula del proprio corpo, starci dentro, guardarla e ascoltarla. Certo, è difficile mettere in pratica questo suggerimento, anche a causa delle secrezioni ormonali che accompagnano lo stato emotivo e, come abbiamo detto poco sopra, fanno sì che i sintomi si autoalimentino in un circolo vizioso. Ad ogni modo, recuperare la calma non è impossibile. E siccome l’organismo, così come impara a secernere adrenalina e a instaurare “biochimicamente” la risposta lotta o fuggi, può anche imparare a dare una risposta diversa alla situazione, per esempio, surrender and remains (arrenditi e resta).

Va detto comunque che non ci si deve sentire inadeguati se non si riesce a restar calmi: è quasi impossibile superare il disturbo da attacchi di panico con la sola forza di volontà; così come non si può guarire da questo problema con la sola terapia farmacologica. Occorre sempre un percorso di accompagnamento al paziente che lo porti a individuare e a reintegrare quelle pari di sé che causano il disagio esistenziale.

Curarsi è doveroso
L’attacco di panico va inteso come una vera e propria malattia – fermo restando che anche di fronte ad alcune malattie è possibile cambiare il proprio atteggiamento e modificarne o, per lo meno attenuarne, i sintomi – è altrettanto vero che quando i farmaci servono vanno presi!
Il consiglio quindi è quello di rivolgersi, sempre, a uno specialista e concordare una strategia psicologica di supporto ed eventualmente una terapia – con farmaci o con rimedi naturali omeopatici o anche con i fiori di Bach – per riuscire a gestire gli attacchi di panico e migliorare la qualità della vita. È da sottolineare, infatti, che dopo i primi episodi il timore di restare vittima di un nuovo attacco di panico è invalidante quanto l’attacco stesso.
La terapia farmacologica viene consigliata quando la qualità della vita della persona è seriamente compromessa, quando il disorientamento e la disorganizzazione causata dagli attacchi di panico rischia di danneggiare la persona sul lavoro o nelle relazioni interpersonali. È opportuno, però, non improntare mai un percorso di guarigione solo ed esclusivamente sulla chimica. Non bisogna dimenticare infatti che l’essere umano è molto di più che un organismo complesso in cui avvengono sofisticate interazioni biochimiche: c’è una psiche e, per chi ci crede, anche un’anima di cui tenere conto. Molto più spesso di quanto si creda è lì il nodo da sciogliere per guarire, non nel corpo che si limita a mostrarci il sintomo.