Mi vuoi bene lo stesso?

di Nicla Vozzella

Essere amabili o non esserlo sono esperienze “opposte” che riguardano il rapporto con noi stessi e con gli altri. La dialettica fra gli opposti può condurre a comportamenti ambivalenti. Nelle relazioni le persone che non hanno radicata la certezza della propria amabilità possono avere reazioni “opposte”: potranno essere accondiscendenti sino a perdere la propria identità per farsi accettare, per essere considerate amabili; oppure potranno provocare l’altro con comportamenti ostili e aggressivi con l’intento – ovviamente inconscio – di essere rifiutati e di veder così realizzata una sorta di “profezia autoavverante” in cui venga sancita la loro non amabilità. Relazionarsi con gli opposti – amabilità e non amabilità – è un modo per cercare l’armonia passando per il conflitto, non solo con gli altri ma anche con se stessi.

Un vuoto dalle origini antiche
È una ferita che ha origini antiche il non aver ricevuto amore incondizionato. È un dolore sordo e profondo che impedisce per lungo tempo (almeno sino a quando non se ne acquista la consapevolezza) di porre una richiesta esplicita d’amore. L’impossibilità di esternare consapevolmente questo bisogno conduce spesso a comportamenti ambivalenti e disfunzionali volti a “saggiare” qual è il limite oltre il quale si perde definitivamente il diritto a essere amati. Può accadere di mostrarsi eccessivamente accondiscendenti per la paura di perdere quel briciolo d’amore che si intravvede in una relazione; oppure, si può mettere in atto una costante provocazione nei confronti del prossimo, che induce all’abbandono e alla chiusura. In ogni caso è un gioco al massacro. Lo scopo è quello di trovare una risposta alla domanda: “mi vuoi bene lo stesso?”. Vale a dire: sia che si perda la propria identità per una eccessiva accondiscendenza, sia che si provochi costantemente l’altro l’obiettivo è il medesimo, ovvero saggiare qual è il comportamento che consente di ricevere l’attenzione – anche negativa – di cui si ha bisogno.
L’esito tristemente sorprendente è che l’ambivalenza non funziona e sia l’accondiscendenza, sia l’opposizione lasceranno una insoddisfazione che se non viene compresa e trasformata condurrà comunque alla solitudine e alla perdita definitiva di quell’amore tanto agognato.

La domanda inespressa
Chi ha subito una privazione d’amore – pensiamo ai bambini abbandonati, ma anche a quelli che si sono sentiti tali pur non essendolo – rimane con una domanda inespressa che può accompagnarlo tutta la vita. La domanda è: “come avrei dovuto essere per ricevere l’amore di cui avevo bisogno?”. Se non si rielaborano le carenze subite questa domanda è destinata a non trovare alcuna risposta. Se invece si riesce a rileggere con consapevolezza il proprio passato si può scoprire che quella domanda non ha una risposa; ma non perché non la si riesce a trovare, quanto piuttosto perché una risposta non c’è! Infatti, non c’è un modo di essere da cui possa derivare l’amabilità. Ogni individuo dovrebbe essere amato per il solo fatto di esistere. Poiché questa è un’utopia, chi più chi meno si ritrova a fare i conti con un diritto alla propria amabilità che non è soddisfatto totalmente. Molte persone hanno purtroppo sperimentato solo un amore condizionato e subordinato a comportamenti, persino a pensieri, imposti dall’esterno. Nell’infanzia a sollecitare un certo modo di essere e di pensare sono stati gli adulti di riferimento; ma una volta diventati grandi sono le altre relazioni – di coppia, amicali, lavorative – che sollecitano la stessa domanda per cui non c’è una risposta.

La ferita dei non amati
La “carenza” d’amore, la sensazione di “abbandono”, la percezione di sé come soggetti non amabili può nascere sia da una ferita profonda causata da un trauma, sia dalla reiterazione di svalorizzazioni messe in atto dagli adulti di riferimento. Nell’infanzia ci si può sentire indegni d’amore sia per una ipersensibilità soggettiva, che interpreta e amplifica alcuni atteggiamenti degli adulti, sia per una effettiva inadeguatezza degli stessi che instaurano con il bambino una relazione disfunzionale.
L’amabilità, la certezza di meritare amore per il semplice fatto di esistere è forse uno dei più radicati bisogni dell’uomo che raramente viene soddisfatto. Non per tutti questa mancanza costituisce una ferita profonda, ma quasi tutti si trovano a fare i conti – in ogni tipo di relazione – con attese e aspettative impossibili da realizzare perché non congruenti con il modo di essere di chi è oggetto delle aspettative stesse.
È esperienza comune, anche di chi non ha subito privazioni o traumi, il sentire che si riceverà l’amore del partner, l’amicizia di una persona, il riconoscimento di un collega solo se ci si porrà in un determinato modo nella relazione. A volte, per i più fortunati, si tratta solo di aggiustare un po’ il tiro rispetto al proprio autentico modo di essere; altre volte, si tratta invece di interpretare un ruolo che non corrisponde al vero sé.
E allora? Cosa succede? Emerge il conflitto fra gli opposti! È così radicato il desiderio di essere accettati e al tempo stesso quello di essere autentici, che si “forzano” i confini fra un modo e l’altro per trovare un’armonia anche attraverso il conflitto: si possono mettere in atto comportamenti estremizzati che mostrano lati della personalità molto distanti dalla propria natura autentica.

Trasformare le profezie
Quando un condizionamento pesa a tal punto da far perdere di vista la propria autenticità, spesso per reazione emerge un comportamento opposto, inaccettato, che ha lo scopo di saggiare il limite oltre il quale l’altro – l’altro soggetto che sta nella relazione sia affettiva sia professionale – smette di stare nella relazione stessa. Non è insolito quindi che una persona con un grande desiderio d’amore si mostri oppositiva e aggressiva; probabilmente, da un lato sta provando a verificare se qualcuno riesce ad accettare questo suo lato sgradevole, dall’altro tende a portare a compimento, inconsciamente, una “profezia autoavverante” che presagisce un destino di solitudine in assenza di amore.
Le profezie autoavveranti possono tenere impegnata nella loro realizzazione una persona anche tutta la vita, al termine della quale si otterrà la “dimostrazione” della propria non amabilità. Ma… c’è un “ma”…
Se l’individuo trova il modo di elaborare la propria ferita, se comprende che il limite alla propria amabilità era nel cuore di chi avrebbe potuto amarlo, se capisce che si è tenuto un comportamento opposto a quello che si voleva (la rabbia e l’odio invece della dolcezza e dell’amore, per esempio) può accadere che la profezia si trasformi e svanisca d’incanto; così come, nel passato, una specie di incantesimo l’ha creata e la mantenuta in essere.
È l’incontro con una accettazione incondizionata, con un amore elargito con autenticità, che può rompere l’incantesimo. E dopo aver sperimentato che si può essere accettati, compresi, amati senza doverlo “meritare”, dopo aver provato questa esperienza, si scopre anche che si può rivolgere questo amore verso se stessi e poi, con un “effetto domino” verso tutti gli altri esseri.

La risposta affermativa
E allora, alla domanda “mi vuoi bene lo stesso?” potrà seguire solo una risposta affermativa, che ripetuta più e più volte finirà per rendere vana la domanda. Ma questa risposta affermativa è poco diffusa, purtroppo. In qualunque tipo di relazione ci si può sentire obbligati a comportarsi in un determinato modo, a fingere un modo di essere che non corrisponde al proprio nucleo profondo. Nelle relazioni si viene “fatti a pezzi”, nel senso che le persone si sentono in diritto di accettare alcune parti dell’altro ma non la totalità, non le sfumature, magari non la rabbia, perché non sanno fare i conti con la propria; non con la tristezza, perché non conoscono il sapore delle proprie lacrime… le parti che vengono rifiutate riattivano quella non accettazione sperimentata da piccoli quando si era vulnerabili. E così, come in un gioco di specchi ci si confonde e si perde la propria identità; si indossano le maschere estreme ora di un opposto ora dell’altro, in una estenuante dialettica in cui si cerca un punto equidistante di pace e di centratura.
C’è una buona notizia: quel punto esiste! Lo si trova guardandosi da fuori, disidentificandosi da ogni opposto e reidentificandosi nel proprio centro. È un punto dal quale si può rispondere in modo affermativo e consapevole alla domanda “mi vuoi bene lo stesso?”.
Ma la risposta affermativa scaturirà solo quando si sarà stati capaci, elaborando il proprio passato, di dire anche a se stessi “sì, ti voglio bene, vai bene così come sei!”
Quanto alle relazioni con gli altri… per citare la frase che lo psicanalista Jeffrey Moussaieff Masson attribuisce al felino domestico, potremmo dire: “Eccomi, dice il gatto, amami come sono oppure non amarmi affatto!”.