Minori e giustizia: occorrono più risorse!

tribunaledi Nicla Vozzella

I tribunali sono sotto organico, i servizi sociali lamentano l’inadeguatezza delle strutture e i minori, soprattutto stranieri ne fanno le spese. Chi lavora in questo ambito lamenta carenze e frustrazioni, soprattutto quando si è costretti a privilegiare il recupero di ragazzi che vivono in un contesto famigliare stabile piuttosto che i minori stranieri non accompagnati.

“Ma la disparità non è dovuta a mentalità razzista, è che mancano le strutture, il personale e i fondi per attuare un efficace piano riabilitativo”, esordisce l’avvocato Luisella Nicosia che vive e lavora a Milano ed è abilitata al patrocinio dei minori. “Purtroppo si è costretti a privilegiare un percorso di recupero solo per quei casi in cui già si intravede la possibilità di successo”, continua l’avvocato. Quando, ad esempio, a cadere nelle maglie della giustizia sono giovani magrebini arrivati nel nostro Paese senza essere accompagnati, spesso diventa necessario mettere in atto misure cautelari restrittive per poterli controllare; lo stesso può succedere con gli slavi perché non hanno quasi mai una fissa dimora: allora diventa impossibile rintracciarli e verificare l’andamento dei percorsi riabilitativi. Per questo succede che, nel caso di minori stranieri, sia più forte l’incidenza di misure restrittive cautelari rispetto agli italiani.

Il minore e la legge
Bisogna premettere che la definizione di minore è attribuibile a chi ha un’età compresa fra i 14 e i 18 anni, perché chi ha meno di 14 anni non è punibile dalla legge.
“Se una persona viene condannata per un reato commesso quando era minorenne – spiega l’avvocato – può usufruire del carcere minorile sino ai 21 anni. Se poi c’è un residuo di pena da scontare il soggetto viene trasferito al carcere per adulti”. Questa è una fase critica perché il detenuto si scontra con una realtà carceraria molto più dura. Nel carcere minorile, infatti, sono in essere tutti i programmi rieducativi, il minore viene seguito: fa scuola e altre attività, dunque c’è un orario di scuola e uno di attività organizzata in base agli interessi del minore stesso. I detenuti possono contare anche sull’appoggio di assistenti sociali, psicologi e, nel caso di stranieri, di mediatori culturali. L’iter al quale viene sottoposto un minore che delinque non è sempre lo stesso (vedi box – L’iter processuale penale minorile) ma si cerca in ogni caso di privilegiare le situazioni che possano condurre a una riabilitazione del soggetto.

Il centro di prima accoglienza
È in questo luogo che avviene la prima visita dei parenti. Ci sono gli educatori e si cerca di mantenere l’ambiente confortevole; comunque le porte sono chiuse a chiave, è davvero un carcere. Il minore rimane in questo luogo due giorni fino a quando avviene la convalida dell’arresto. Poi si decidono le misure cautelari da attivare. Nell’udienza di convalida non si entra nel merito di come il reato è stato compiuto, al giudice viene presentato il contesto sociale dal quale proviene l’imputato: se ci sono i genitori e se, invece, è un minore non accompagnato. È in questa fase che il ragazzo viene messo di fronte alle sue responsabilità.
All’udienza preliminare presenziano, oltre al giudice, l’assistente sociale e, per i minori stranieri, l’interprete. E poi ci sono, quando ci sono, i genitori o i parenti più prossimi. È fondamentale riuscire ad avere il maggior numero di informazioni possibili sul ragazzo, in modo da decidere un percorso che possa condurlo a riabilitarsi. Il giudice ascolta tutte le parti e dispone la custodia cautelare per i casi più gravi, oppure può decidere per l’affidamento alla famiglia con alcune prescrizioni: da quel momento sino al processo il minore sarà seguito dagli assistenti sociali e dallo psicologo.
È in vista questa udienza che gli attori dei servizi sociali devono fare una relazione e spiegare al giudice quali margini di miglioramento ci sono, che tipo di approccio ha avuto il minore e, soprattutto, se è diventato consapevole del reato. Nel periodo che parte dalla notifica di reato e arriva fino il minore è sottoposto a osservazione: è un momento fondamentale perché è qui che si intravedono i margini di recupero. Conoscere la possibile evoluzione del ragazzo permette anche all’avvocato di stabilire una linea difensiva.
“Nella maggioranza dei casi”, spiega l’avvocato, “la linea difensiva punterà sul fatto che il minore, acquisita la consapevolezza dell’errore, sia in grado di fare un percorso riabilitativo. La decisione spetta in ogni caso al giudice, che però non può prescindere dalle relazioni dei servizi sociali”.

Una falla nel sistema
Queste prime fasi sembrerebbero offrire buone possibilità di recupero, perché riducono al minimo le conseguenze sulla vita futura del ragazzo.
“Purtroppo non capita sempre così” – puntualizza l’avvocato – “perché i servizi sociali hanno tali e tanti casi da seguire che spesso presentano la loro relazione all’ultimo momento, a volte il giorno stesso dell’udienza altre volte solo il giorno prima. L’avvocato non può fare granché e deve impostare la linea di difesa direttamente in udienza; lo stesso vale per il pubblico ministero. Quando l’avvocato ha fortuna, riesce almeno a farsi dire telefonicamente qualche giorno prima che tipo di ragazzo è il minore: se è ricettivo, se partecipa insieme alla famiglia agli incontri o se, invece, li diserta. Però sono sempre informazioni ricevute di fretta. D’alta parte il problema degli assistenti sociali è arcinoto: hanno troppi casi da seguire, poco personale e pochi fondi”.
Anche la mediazione culturale è un’ottima cosa, sulla carta: il mediatore aiuta a comprendere le motivazioni del delinquere così si può recuperare il minore facendo leva sulla sua cultura di appartenenza e non solo su quella del Paese nel quale ha commesso il reato. Il mediatore deve favorire un doppio scambio fra le culture: spiegare allo straniero gli usi e costumi degli italiani, e all’avvocato (ma anche all’assistente sociale, il giudice etc.) usi e costumi dello straniero. Questa figura funziona quando il minore è collocato in comunità oppure nel carcere minorile, dove è molto attiva. Invece, quando i ragazzi si trovano altrove, magari senza fissa dimora, diventa quasi impossibile comunicare con loro.

I tempi per responsabilizzare il minore
Nelle prime fasi dell’azione giudiziaria, quando si cerca di recuperare il minore ed evitargli conseguenze definitive e più drammatiche, ci si scontra con un ostacolo: il fattore tempo. Spesso si arriva all’udienza preliminare dono anni, un periodo in cui le difficoltà si amplificano: se infatti non c’è istantanea consequenzialità fra il reato e la pena (stabilita anche nel caso in cui si tratti di un percorso riabilitativo), per il giovane diventa difficile stabilire i nessi di causa ed effetto e responsabilizzarsi di fronte ai suoi comportamenti.
“In ogni caso, nel decidere rispetto al minore il giudice cerca sempre di mantenere una continuità con la scuola o con il lavoro. Infatti, se risulta in modo certo che il ragazzo lavora o va a scuola, il tribunale fa il possibile per salvaguardare questi rapporti. Per esempio, gli insegnanti vengono sempre informati e si chiede loro di collaborare al recupero, soprattutto se i fatti per cui il giovane è imputato sono avvenuti a scuola” puntualizza l’avvocato.
A volte, già all’inizio del procedimento, il giudice può decidere per la detenzione cautelare, per l’affidamento alla famiglia o per l’affidamento a una comunità. In quest’ultima situazione non ci sono vincoli: il minore è libero di entrare o di uscire, una libertà che serve a responsabilizzarlo. Infatti, il ragazzo sa che, se lascia la comunità, il fatto verrà segnalato al giudice, che ne terrà conto al momento dell’udienza preliminare. “Succede spesso che si invochi il ‘collocamento in comunità’ ma poi i ragazzi scappano e fanno perdere le loro tracce. Oppure, pur rimanendo in comunità, lo psicologo o chi segue il minore si rende conto che questi non ha volontà partecipativa in vista di una eventuale messa alla prova” – racconta l’avvocato Nicosia – “A volte, sono gli stessi genitori che ostacolano il percorso di responsabilizzazione. Gli operatori cercano di spiegare ai genitori che la collocazione in comunità e la messa alla prova sono necessari per sradicare il figlio da una realtà delittuosa e per fargli rimanere la fedina penale pulita; tuttavia a loro ciò che importa è che il ragazzo stia a casa, anche se magari è proprio l’ambiente famigliare che può spingere a ripetere gli errori. Le maggiori difficoltà si riscontrano quando i genitori disertano gli incontri con gli operatori sociali e addirittura spingono i figli a fare lo stesso, fino al punto di agevolare la fuga del minore dall’affidamento”.

Dalla parte delle vittime
Le vittime di un minore non apprezzano i tentativi di recupero perché non sembrano punitivi e spesso si risolvono in un perdono; per di più in caso di condanna questa è in genere minima. Si aggiunga che le vittime non si possono costituire parte civile e possono chiedere i danni solo dopo la sentenza, avviando una nuova causa. Tuttavia la legge prevede una mediazione fra vittima e colpevole: bisogna esortare il minore a confessare il reato e poi aiutarlo a riparare l’errore nei confronti della vittima. “In ogni Comune dovrebbero esserci dei mediatori per favorire un accordo prima del processo, ma sono rari sia i mediatori sia i loro interventi” afferma l’avvocato.

Più strumenti per il futuro
Di fronte alle carenze fisiologiche dei tribunali giudici e avvocati hanno pochi strumenti per garantire la riabilitazione.
“C’è una grande complicità positiva fra giudici e difensori: siamo d’accordo nell’evitare al minore provvedimenti drammatici, pur nel rispetto della sensibilità e dei diritti delle vittime. È proprio questa complicità che sopperisce alle difficoltà della giustizia. Tuttavia dobbiamo sempre pretendere la massima efficienza degli strumenti a nostra disposizione e dove questi non bastino, dobbiamo ottenere risorse per integrarli. Infine non possiamo dimenticare chi, per carenze strutturali, perde la possibilità di emanciparsi da un errore commesso prima della maggiore età, con il rischio di compromettono il proprio futuro”, conclude l’avvocato.

L’iter del processo penale minorile
È basato su una costante attenzione alle esigenze. Ecco il percorso per fasi, anche se non tutte sono presenti.
L’arresto e il fermo: sono facoltativi e limitati a delitti gravi (nel caso sussista l’esigenza di tutelare la comunità o di evitare la fuga del minore). L’arresto deve essere convalidato entro 48 ore.
La custodia cautelare: può essere affidata ai genitori, alle comunità o al carcere minorile.
La fine delle indagini preliminari: può portare a un rinvio a giudizio o a un proscioglimento.
Il difensore d’ufficio: viene immediatamente convocato quando c’è la convalida d’arresto, altrimenti interviene alla fine delle indagini preliminari.
L’udienza preliminare: se non c’è stato arresto può trascorrere anche molto tempo prima che venga fissata. All’udienza il ragazzo può essere rinviato a giudizio (difficile perché è un provvedimento che si decide più spesso per gli adulti) oppure si può arrivare ad un perdono giudiziale, auspicabile perché lascia pulita la fedina penale. Però, il minore deve dimostrare d’essere consapevole dell’errore e, dove è possibile, può offrire un risarcimento alla vittima. Ci può anche essere un perdono perché non è considerato responsabile del fatto: anche se il minore è responsabile dopo i 14 anni, le indagini e le relazioni dei servizi sociali possono accertare una maturità inferiore all’età anagrafica. Ecco che il giudice perdona perché non è responsabile del fatto.
Una condanna può arrivare già in udienza preliminare: in questi casi è prevista una forma di messa alla prova, soprattutto se non ci sono precedenti o altri procedimenti in corso. Il giudice può disporre che il minore presti servizio in una comunità per disabili, in una struttura per anziani o in qualunque altra collocazione proposta sul territorio. La messa alla prova è indicata quando c’è volontà di crescita, quando il ragazzo si assume la responsabilità di ciò che ha commesso e vuole rimediare. Si stila un programma dettagliato di riabilitazione, concordato con i servizi, che può durare due o tre mesi. Terminato questo periodo il minore si ripresenta al giudice che può concedere il perdono oppure, emanare la condanna definitiva, se non ha rispettato la messa alla prova.

Box – Info

http://www.minoriefamiglia.it/