Mobbing: la denuncia è il primo passo

mobbing
di Nicla Vozzella

Riguarda 12 milioni di lavoratori in Europa e 1,5 milioni solo in Italia; anche i sindacati si sono attivati per offrire consulenza e sostegno alle vittime; ne hanno tratto persino un film. È il mobbing, il terrorismo psicologico perpetrato sul posto di lavoro. Il fenomeno ha un’incidenza così elevata che potrebbe diventare un problema sanitario.

Che cos’è
Il termine mobbing deriva dall’inglese to mob (che significa “aggredire in modo tumultuoso”). Inizialmente era impiegato in etologia per indicare il comportamento di alcune specie animali che accerchiano in gruppo un loro simile per escluderlo dal gruppo stesso. Lo studioso Heinz Leymann per primo mutuò dall’etologia questo termine e lo applicò ad alcuni comportamenti umani osservati in ambito lavorativo. Ma è stato Harald Ege a dare organicità all’argomento e a fondare l’associazione PRIMA, contro il mobbing e lo stress psicosociale, che ha lo scopo di aiutare le vittime, i mobbizzati, a difendersi dagli aggressori, i mobber. Questa forma di violenza psicologica può essere esercitata in varie direzioni rispetto alla gerarchia lavorativa: se diretta dal capo al subordinato è il mobbing dall’alto (57,5 % dei casi denunciati in Italia); se attuata fra colleghi di pari livello è il mobbing tra pari (10,3 %). Non è escluso, però, che anche un capo possa essere mobbizzato: è il caso del mobbing dal basso (2,3 %). Esiste anche una forma di mobbing che combina quello dall’alto e quello tra pari (29,9 %).
“Tutto comincia da sentimenti comuni a ciascuno di noi, normali entro certi limiti, come la competitività, la gelosia, l’invidia, la rabbia. Ma se questi sentimenti, estremizzati e protratti nel tempo, sono diretti all’esclusione di un collega dall’ambito lavorativo allora si genera un comportamento deviato”, dice Harald Ege, dottore di ricerca in psicologia del lavoro e dell’organizzazione fondatore dell’associazione Prima. La violenza psicologica sul luogo di lavoro può avere effetti più o meno gravi sulla salute, anche se bisogna tener presente che il mobbing non è una malattia e, soprattutto, non deve essere confuso con lo stress che, in alcuni periodi può colpire ciascuno di noi. In ogni caso, è sempre un fenomeno articolato e, per facilitarne la comprensione, viene caratterizzato da alcuni momenti che si susseguono. Le fasi del mobbing vengono distinte in base alla qualità del conflitto e non è detto che in tutti i casi le fasi siano rigorosamente rispettate e si presentino nella sequenza in cui vengono descritte. Si parte da un conflitto quotidiano che poi evolve in terrore psicologico vero e proprio. Successivamente il malcapitato diventa oggetto di abusi ed errori da parte dell’azienda; la tensione evolve sino all’esclusione della vittima dal mondo del lavoro.

Chi ne è vittima
“Ovunque si può essere mobbizzati e a ciascuno può capitare di esserlo”, afferma l’esperto, “In alcuni ambiente, però, ci sono condizioni predisponenti, ad esempio, nei luoghi di lavoro molto competitivi dove viene riconosciuta come valore positivo l’aggressività, mascherata magari da intraprendenza. Il mobbing spesso fa capolino dove sono in atto ristrutturazioni o razionalizzazioni. Le vittime possono essere i nuovi assunti oppure chi è vicino alla pensione, sia che si tratti di personale con mansioni direttive o esecutive”. Insomma, è un fenomeno diffuso e democratico. Purtroppo, quando ci si trova in presenza di mobbing, vittima non è solo il lavoratore ma a poco a poco viene coinvolta anche la famiglia. Infatti, la persecuzione del lavoratore causa depressione e sfiducia che, inevitabilmente, si ripercuote sui famigliari che sono affettivamente vicini alla vittima. È questo che Ege definisce “doppio mobbing”.

Le conseguenze sulla salute
Nei lavoratori sottoposti a mobbing si sviluppano disturbi della sfera neuropsichica e psicosomatica. I più frequenti sono l’ansia, in tutte le sue manifestazioni, la depressione e fenomeni di somatizzazione rappresentati da cefalea, gastralgia, dispnea, deficit della potenza sessuale e della libido e, talora, malattie organiche in cui si riconosce una componente psicosomatica (infarto del miocardio, asma bronchiale, ulcera…); in casi, non rari, si arriva al suicidio. Data la complessità del fenomeno e la varietà di sintomi, per il medico curante, ad esempio, potrebbe non essere sempre facile discriminare fra chi è alla ricerca di un certificato di malattia per giustificare il proprio assenteismo lavorativo e chi, invece, è davvero vittima di mobbing. Per questo motivo il primo aiuto che il curante potrebbe offrire sarebbe quello di ascoltare attentamente il paziente e, nei casi sospetti, dirottarlo a un consulente in mobbing per ottenere un parere. I periti esperti (psicologi, medici, avvocati) fanno capo all’associazione APEM, presso la quale è depositato l’albo, solo loro sono hanno avuto una formazione tale che gli consenta di certificare lo stato di mobbizzato e di tutelare al meglio la vittima.

La valutazione del danno
I problemi causati dal disagio psicologico sul luogo di lavoro, e l’eventuale danno biologico che ne deriva, costituiscono una base importante per ottenere risarcimenti e indennizzi. Di recente il mobbing è stato inquadrato all’interno di una condizione di disagio lavorativo più ampio denominato “costrittività organizzativa” ed è stato ufficialmente riconosciuto dall’INAIL (vedi box: “Un danno riconosciuto”) come possibile causa di malattie professionali indennizzabili; invece l’associazione PRIMA, nel 2002, ha sviluppato un sistema di valutazione del danno da mobbing che comprende il danno esistenziale e quello professionale. Nonostante questi progressi, intentare una causa non è semplice e, soprattutto, i risultati non sono sempre certi.

Il panorama europeo
Ma il mobbing non è un fenomeno solo italiano, anzi: l’Italia è forse uno dei paesi nei quali il problema è rimasto a lungo sommerso. Tuttavia, è guardando al resto d’Europa che si potrebbero trovare soluzioni già sperimentate con successo.“In Svezia e in Francia, ad esempio, il mobbing è regolamentato”, precisa Ege, “Anche in Germania lo è ma a livello regionale, in Belgio se ne sta discutendo ora. Insomma, l’Europa ha preso atto che il mobbing esiste e l’unico modo per vincerlo è denunciarlo”.

I numeri del mobbing
1,5 milioni le persone che in Italia sono soggette a mobbing*
6% la quota dei lavoratori italiani interessati
12 milioni le persone che in Europa sono soggette a mobbing
4% la quota dei lavoratori interessati in Svezia e Germania
*In Italia solo il 20% dei casi denunciati viene effettivamente riconosciuto come mobbing
Fonte: Associazione PRIMA

Per info: www.mobbing-prima.it