Nella trappola di Bacco

Alcolismo
di Nicla Vozzella

Diciamolo subito: bere non è un vizio ma una malattia. E se gli italiani dichiaratamente malati sono più di un milione, sono più di quattro milioni le persone che abusano di bevande alcoliche. Il dato che maggiormente preoccupa è che il primo incontro con il nettare di Bacco avviene a fra gli 11 e i 12 anni ed è già a quell’età che si può rimanere intrappolati nella dipendenza. Fra l’altro, più si è giovani più è immaturo il sistema enzimatico che metabolizza l’alcol e quindi sono maggiori i danni che questo può provocare all’organismo.

Un problema mondiale
Si parla oramai di un’autentica piaga: basti pensare che nel mondo il 4% delle patologie è causata dall’abuso di alcol. Nel tentativo di arginare il problema l’Organizzazione Mondiale della Sanità vuole portare, entro il 2015, il consumo di alcol pro-capite a 6 litri per tutta la popolazione al di sopra dei 15 anni e a 0 litri per quella di età inferiore. Nell’ambito di un programma più ampio, che prevede il raggiungimento della salute per tutti nel 21 secolo “Healt for all in the 21st century”, l’OMS attua strategie di promozione della salute che includono la tassazione delle bevande alcoliche, il controllo della pubblicità diretta e indiretta, nonché favorire il trattamento di coloro che consumano in modo pericoloso l’alcol.

La prevenzione in Italia
Anche l’Italia ha raccolto l’intenzione dell’OMS promulgando la “Legge quadro n. 125 del 30.3.2001 in materia di alcol e problemi alcolcorrelati”. Una particolare attenzione la legge 125 la rivolge ai minori: vietando la pubblicità di bevande alcoliche e superalcoliche trasmessa all’interno di programmi televisivi o radiofonici rivolti ai minori e nei quindici minuti precedenti e successivi alla trasmissione degli stessi; inoltre istituisce una fascia protetta dalle 16 alle 19. Vieta la pubblicità anche sulla stampa quotidiana e periodica destinata ai più giovani e nelle sale cinematografiche in occasione della proiezione di film per ragazzi. Purtroppo, però, i minori possono acquistare bevande alcoliche nei supermercati senza alcun controllo e le associazioni dei consumatori denunciano spot pubblicitari vietati trasmessi anche in fascia protetta.
Per quanto riguarda gli adulti, invece, sono ancora poche le campagne di sensibilizzazione nei confronti dei danni causati dall’abuso di alcol, anche se spesso si ribadisce l’opportunità di astenersi dal bere alcolici in gravidanza e durante la guida. Periodicamente, poi, i media riportano dati e ricerche sui benefici di alcune sostanze, per esempio, i polifenoli contenuti nel vino rosso che proteggono i vasi sanguigni, ma non sempre si rammentano le dosi massime consigliate.

Un approccio multidisciplinare
La dipendenza da alcol altera non solo la salute della persona ma anche la sua vita di relazioni. I danni alla salute possono essere devastanti: cirrosi, pancreatiti, ischemie, ictus, infarti e aumento dell’incidenza di alcuni tumori, come quello allo stomaco e al seno. Anche i rapporti con gli altri possono deteriorarsi a tal punto da relegare l’alcolista in solitudine: infatti, l’alcolista mente, in primo luogo a se stesso, quando s’illude di poter controllare l’assunzione della sostanza e poi mente anche agli altri per evitare “prediche” ma soprattutto per tacitare il profondo senso di vergogna e inadeguatezza. L’intossicazione da alcol può arrivare ad alterare la personalità spingendo anche a comportamenti violenti che spaventano gli altri e lasciano soli facendo precipitare il soggetto malato in una spirale autodistruttiva.

La buona volontà non basta
Se partiamo dal presupposto che l’alcolismo è una malattia, come si può pensare che sia sufficiente la buona volontà per guarire? Anzi, una simile richiesta, alla quale il paziente non può adempiere, causa un maggior senso di inadeguatezza che trova consolazione nel bere ancora di più.
C’è un altro elemento importante che non deve essere trascurato: di alcolismo non si guarisce. Si può certamente smettere di bere, ma se una persona ha instaurato un rapporto malato con la sostanza non potrà mai tornare a essere un bevitore adeguato.

L’influenza dell’ambiente
Il primo passo che il bevitore può fare verso l’astinenza è riconoscere la propria dipendenza. È un’azione verso la quale non può essere spinto da nessuno se non da se stesso; poi, però, dopo questa presa di coscienza l’ambiente famigliare deve supportare il proprio congiunto in difficoltà.
Il sentimento più difficile da superare per tutti è la vergogna, ma se davvero i congiunti desiderano aiutare l’alcolista non possono trascurare che questi è una specie di “vittima designata” che si fa portatore di un problema generato dalle dinamiche famigliari. Il lavoro di rielaborazione delle emozioni porta presto alla consapevolezza che in famiglia esistono anche “bevitori a secco” che, inconsapevolmente, con il loro comportamento spingono l’altro a ubriacarsi.

Chi aiuta gli italiani
Le risorse per uscire dalla trappola dell’alcol ci sono e funzionano. In molte ASL sono attivi i Nuclei Operativi di Alcologia (NOA), che aiutano l’alcolista alla disassuefazione coinvolgendo anche i famigliari. I NOA organizzano cicli di incontri motivazionali affinché l’alcolista e la sua famiglia rafforzino e mantengano quella spinta che li ha mandati al primo incontro ed evitino il fenomeno del drop-out, cioè l’abbandono del centro durante il percorso di disassuefazione.
Poi c’è l’Associazione Italiana Club Alcolisti in Trattamento (AICAT o CAT) la parola “in trattamento” significa proprio avere la consapevolezza che la sobrietà la si raggiunge con l’astinenza, ma bisogna mantenerla lottando costantemente contro il desiderio di tornare a bere; è un desiderio che, per fortuna, con il tempo si affievolisce lasciando spazio alla voglia di tornare a una vita normale.
I più noti sono forse gli Alcolisti Anonimi (AA o Alanon) nei quali però alcolisti e famigliari non partecipano gli stessi incontri, ma vengono suddivisi in due gruppi separati.
Queste strutture al di là di alcune differenze metodologiche perseguono un obiettivo comune: liberare la persona dalla schiavitù del bere.
Resta comunque fondamentale l’approccio multidisciplinare all’alcoldipendenza. Nei centri NOA, già nel corso degli incontri motivazionali, sono presenti medici, psicologi, assistenti sociali ed educatori che prendono in carico nel senso più ampio del termine il paziente; valutano poi un percorso ad personam, ma non tralasciano l’importante risorsa della discussione nel gruppo di auto aiuto. In altre strutture come i CAT e gli AA gli incontri sono tenuti solo da ex alcolisti che possono però fornire tutti i riferimenti degli specialisti necessari a trovare un sostegno adeguato.

 Uscire dalla dipendenza
Spesso il paziente è indotto a pensare che mantenere alcuni periodi di astinenza consenta prima o poi di smettere. Purtroppo, invece, diventano sempre più frequenti le ricadute, sino a quando il paziente entra in completa schiavitù rispetto alla sostanza e senza un aiuto non può salvarsi.
A volte il soggetto deve essere aiutato, nonostante la sua volontà, a incominciare l’astinenza: può succedere, ad esempio, che il NOA di riferimento disponga l’affidamento al Ce.D.A.T. (Centro di Disassuefazione Alcologica Territoriale) nel quale è possibile accedere a trattamenti personalizzati per cominciare il recupero della salute e per evitare pericolose ricadute. Può anche succedere che alcuni soggetti riescano a mantenersi sobri grazie all’utilizzo di farmaci che danno gravi effetti se assunti insieme all’alcol (il più diffuso è il Disulfiram, conosciuto con i nomi commerciale di Antabuse o Etiltox): il timore degli effetti collaterali (che vanno dalla nausea al vomito, dalla cefalea pulsante alle vampate di caldo al volto, sino alla tachicardia e aritmia cardiaca fino al collasso), spinge la persona a evitare l’alcol: così si riescono a mantenere lunghi periodi di astinenza “controllata” sino a quando il soggetto non sarà in grado di evitare da sé gli alcolici.