La collana della consapevolezza

Scritta da: Nicla VozzellaBosco incantatoIn un piccolo villaggio al limitare di un grande bosco viveva una fanciulla di nome Sibilla che era nota per la sua impazienza.
Un giorno il saggio del villaggio la convocò: “Sibilla, in molti mi hanno parlato, o meglio si sono lamentati, della tua impazienza. Io credo che la tua sia solo irrequietezza perché ancora non hai compreso il tuo scopo esistenziale, penso che adesso sia arrivato il momento per te di metterti in ricerca, ma non sarai facilitata nel tuo compito finché non svilupperai la virtù della pazienza. Ti suggerisco di andare nel bosco e chiedere a quel luogo sacro un aiuto per trovare la tua via. Non tornare da me sino a quando non ci sarai riuscita”.
Sibilla aveva rispetto per il vecchio saggio e decise di seguire il suo consiglio, anche se in realtà pareva più un ordine.
Il bosco era ritenuto un luogo sacro dall’intero villaggio, Sibilla sapeva che quando si volevano trovare delle risposte alle domande della propria vita ci si poteva recare in quel luogo perché “il bosco è un saggio consigliere e risponde a tutti!”, così diceva il vecchio saggio.

Il giorno stesso Sibilla si recò nel bosco per cercare la sua risposta. Prima di entrare in quel luogo “sacro”, così come le avevano insegnato, era importante salutarlo, manifestare le proprie intenzioni pacifiche e chiedere protezione durante il cammino. In questo modo poteva star certa che nulla di brutto le sarebbe capitato.
Giunta al limitare del bosco Sibilla fece la sua domanda:
“Caro bosco, tu che sei saggio aiutami a capite qual è lo scopo della mia vita”.
Sibilla lasciò che la sua domanda si diffondesse nell’aria e continuò a camminare lungo il sentiero. I suoi sensi erano tutti allerta perché sapeva che il bosco non avrebbe risposto con le parole degli umani e quindi bisognava cogliere ogni segno che poteva pervenire tramite un’immagine, un suono o magari un profumo. Messaggero della sua risposta poteva essere un sasso, un albero, un insetto o un piccolo animale… non lo poteva sapere prima, perciò bisognava stare attenti.
Nonostante Sibilla fosse impaziente, era come se nel bosco trovasse un ritmo più “naturale”, non sapeva spiegarselo ma era così.
Inoltrandosi parecchio nel bosco venne attratta dal un albero tagliato, di cui rimanevano solo un pezzo di tronco e le radici ancora ben salde nel terreno, interamente ricoperto di muschio.
Si avvicinò e accarezzò quel morbido e umido tappeto verde.
La fanciulla si trovava in contemplazione di quella meraviglia, quando dall’incavo centrale del tronco si sentì una voce domandare: “Morbido vero?”
Sibilla tolse la mano dal muschio spaventata. In quella comparve uno gnomo tutto verde.
“Non avere paura! Sono lo gnomo del muschio, non voglio farti del male e sono contento che apprezzi il mio lavoro”,
“Il suo lavoro?”
“Eh, sì, certo – rispose lo gnomo – non crederai che il muschio possa diventare così verde e morbido se nessuno se ne occupa?”
“Ah no?”
“Certo che no! – proseguì lo gnomo – tutti i giorni io e i miei compagni gnomi togliamo le parti secche e rinvigoriamo quelle verdi. Un gran lavoro!”
“Caspita! – esclamò Sibilla – e fate tutto da soli?”
“Sì – disse lo gnomo – O meglio: noi ci occupiamo del muschio, ma collaboriamo con la fata del ruscello e con il mago della pioggia perché ci diano l’acqua sufficiente per tenere sempre umido al punto giusto il muschio.”
“Ah, capisco”, mormorò Sibilla rimanendo lì a guardarsi intorno con la bocca aperta e gli occhi sgranati.
“Ma dimmi ragazza, tu chi sei e cosa ci fai qui?”, chiese incuriosito lo gnomo.
“Io mi chiamo Sibilla e sono venuta nel bosco perché vorrei riuscire a sapere qual è il vero scopo della mia vita”.
“Uhm, domandina non semplice ragazza mia”, osservò lo gnomo strofinandosi il mento.
“Eh, lo so signor gnomo, ma è molto importante per me avere una risposta e so che in questo bosco è possibile trovarla. Lei non è che può aiutarmi?”.
“Mia cara, tu hai ragione, il bosco dà ogni tipo di risposta, anche alle domande più difficili; però per questa tua questione io credo che occorra la saggezza della fata del ruscello.”
“Lei crede?”, fece Sibilla speranzosa.
“Sì, lo credo. Vedi Sibilla c’è una specie di gerarchia qui nel bosco: ciascuno ha le sue mansioni. Io, per esempio, se tu ti fossi persa, potrei guidarti sino all’uscita; è per questo che mi trovo proprio qui, diciamo che sono uno gnomo ‘sentinella’. Normalmente mi occupo del muschio e bado insieme ai miei colleghi a mantenerlo sano, ma poi ciascuno di noi hai i suoi compiti speciali. Io do informazioni, poi c’è un mio collega che aiuta a ritrovare gli oggetti persi, un altro che recupera le uova dai nidi quando cadono, un altro ancora che si diverte a fare gli scherzi.
Nessuno di noi è in grado però di rispondere a una domanda come la tua, per quella ci vuole la saggezza della fata dell’acqua.
Io ti consiglio di proseguire il tuo cammino, arrivare al ruscello, immergerti nell’acqua, chiedendo prima il permesso ovviamente, e porre alla fata la tua domanda”.
“E lei crede che mi aiuterà?”
“Non posso esserne sicuro, ma so che se qualcuno può farlo certamente è lei: qui è un’autorità! Il ruscello non è molto distante e il cielo è ancora chiaro, ti consiglio di provarci oggi stesso.”
“Grazie signor gnomo!”, fece Sibilla correndo via.
“Prego”, rispose lo gnomo rimanendo sul suo tronco e accompagnando la ragazza con lo sguardo.

Dopo aver camminato ancora un po’ nel bosco, Sibilla giunse al ruscello, si tolse i sandali, chiese il permesso di immergersi, e cominciò a camminare nell’acqua, risalendo verso la fonte. A un tratto alzò lo sguardo e vide la sagoma di una bellissima donna illuminata dai raggi del sole.
“Lei è la fata del ruscello?”, domandò timidamente Sibilla.
“Si, sono io, Sibilla”, rispose la fata.
“Come conosce il mio nome?”.
“Lo gnomo mi ha preannunciato il tuo arrivo”.
“Allora conosce anche la mia domanda?”.
“Conosco la tua domanda Sibilla e posso aiutarti, solo aiutarti, a trovare una risposta. Vedi, il genere di domanda che tu poni ha una risposta che si può trovare solo nel proprio cuore”.
“Come nel mio cuore – obiettò Sibilla un po’ spazientita – se fosse davvero lì lo saprei, non crede? E poi il vecchio saggio me lo avrebbe detto, o no?”
La fata sorrise: “Rispetto molto il saggio del tuo villaggio e se ti ha mandata qui ci sarà un perché. Ci sono domande che voi giovani ponete al mondo, senza essere consapevoli di possedere già dentro di voi le risposte. Io posso aiutarti a conoscere ciò che è già dentro di te”.

Sibilla, delusa, si sedette su un sasso in mezzo al ruscello e guardandosi i piedi sommersi dall’acqua, con un filo di voce disse: “Allora non ho speranza di trovare ciò che cerco”.
“Non scoraggiarti Sibilla, penso che tu sia una ragazza in gamba, sono certa che avrai la pazienza necessaria per cercare la risposta anche nel luogo più difficile da esplorare: il tuo cuore”.

Sibilla alzò gli occhi verso la fata: “Già, la ‘pazienza’, io passo per essere una che di pazienza ne ha pochissima, come crede che farò?!”
La fata ancora sorrise benevolmente alla fanciulla: “Vedrai che saprai sviluppare quella che occorre per trovare le tue risposte. Ne sono sicura. Ora guarda il fondale del ruscello, proprio lì dove hai i piedi, c’è qualcosa per te…”
Sibilla fece un balzo. Ciò che vide ai suoi piedi, fra le rocce e la sabbia, aveva tutta l’aria di essere una biscia d’acqua arrotolata. Si mise al sicuro e guardò meglio, e vide che in realtà si trattava di una collana interamente ricoperta di fango consolidato, cristallizzato, era impossibile da pulire per scoprire di cosa fosse fatta.
Pensò fosse lo scherzo di qualche gnomo burlone e si voltò per chiedere spiegazioni alla fata ma… era sparita! Poiché il sole stava tramontando Sibilla si avviò verso il ritorno e portò con sé la collana: l’avrebbe ripulita a casa e avrebbe anche cercato di capire cosa c’entrasse con la domanda che l’aveva portata nel bosco.

Giunta a casa, Sibilla cercò di ripulire la collana dalle incrostazioni: mise a scaldare dell’acqua e ve la immerse provando a strofinarla con uno spazzolino… nulla. Prese dell’aceto che di solito sapeva essere utile per il calcare… niente. Diluì dell’acido nell’acqua e vi immerse la collana certa che il fango cristallizzato si sarebbe dissolto con le maniere forti… nessun risultato!
Scoraggiata, asciugò la collana e incuriosita ne contò le perle: erano 108, le ci sarebbe voluto un sacco di tempo per pulire le perle una a una. Tuttavia, si accorse che mentre la teneva in mano un po’ fango cristallizzato dalla prima perla se n’era andato, con l’unghia del pollice grattò via quello che rimaneva e vide che la collana era fatta di lapislazzuli. Con delicatezza, provò a grattare anche la perla successiva, ma non accade nulla. Provò con altre pietre, ma niente!
Sì, ci avrebbe messo proprio un sacco di tempo a pulirla e questo le faceva davvero perdere quella poca pazienza che aveva.
Con un gesto di stizza mollò la collana in una ciotola, guardò fuori dalla finestra – da cui si scorgeva il bosco in lontananza – e vide le cime degli alberi illuminati da una splendida luna piena. Rinunciò a riprendere in mano la collana per provare di nuovo a pulirla e andò a dormire.
Nel sonno le apparve la fata del ruscello: “Abbi pazienza Sibilla, vedrai che riuscirai a pulire interamente la tua collana”.
Al mattino Sibilla guardò la collana nella speranza che durante la notte qualcosa fosse cambiato, ma tutto era come la sera prima: solo una perla pulita e le altre incrostate di fango.
Quel giorno la fanciulla riprese le sue normali attività e lo stesso fece per il resto del mese, senza più pensare alla collana e neppure al bosco. Probabilmente era stata burlata da uno gnomo e si sentiva sciocca a esserci cascata. Ma quando giunse un’altra notte di Plenilunio, Sibilla sognò di nuovo la fata del ruscello che le disse: “Hai rinunciato a pulire la tua collana? Hai rinunciato a trovare la tua risposta? Io credevo fosse importante, la collana può davvero aiutarti a trovarla, abbi fiducia!”
Sibilla si svegliò di soprassalto, la collana era ancora là nella ciotola in cui l’aveva buttata. Con uno scatto andò a prenderla e con l’unghia del pollice cominciò a disincrostare la seconda perla… magia: in un istante il secondo lapislazzulo era splendente. Entusiasta Sibilla provò con la terza perla, ma nulla; con l’ultima, niente; con una a caso, idem.
Spazientita, spense la luce e tornò a dormire ripromettendosi di non “cascarci più”.
Nel sonno, però, la fata del ruscello le tornò in sogno: “Sibilla, non hai capito qual è la regola? Una perla a ogni plenilunio: riuscirai a ripulire una perla della collana solo a ogni plenilunio. Non avere fretta e non rinunciare alla tua risposta. Abbi fiducia!”
Sibilla si svegliò di nuovo. Il messaggio della fata era inquietante, fece rapidamente i conti: le ci sarebbero voluti nove anni per ripulire tutta la collana e quindi nove anni per riuscire ad avere una risposta?! Era troppo! Decise che appena fosse giunta l’alba sarebbe tornata nel bosco per chiarire la questione: forse aveva incontrato solo una fata burlona!
Detto, fatto, la mattina Sibilla tornò al ruscello. Stette ore sulla riva in attesa della fata, ma nulla. Demoralizzata se ne andò.
Tornò a casa e si ripromise di non pensare più alla collana: prese la ciotola e la mise nella credenza sperando di dimenticarsene.

plenilunio bosco

Circa un mese dopo, prima di coricarsi, Sibilla guardò fuori dalla finestra e vide splendere il plenilunio. D’un tratto ebbe un’idea: sarebbe andata nel bosco e là avrebbe ripulito la terza perla di lapislazzulo… era proprio curiosa di scoprire cosa sarebbe accaduto se avesse compiuto quella “operazione di pulizia” vicino al ruscello dove aveva trovato la collana.
La luce della luna era così intensa che le fu facile arrivare al ruscello: si sedette sull’argine, e cominciò a strofinare la terza perla. Immediatamente si sprigionò un fumo blu e una specie di grande gnomo le si parò davanti.

“Uao, e lei chi è?”, domandò Sibilla restando lì a occhi e bocca spalancati.
“Sono lo spirito del lapislazzulo – disse lo strano essere – ogni minerale ha un suo spirito, io appartengo alle pietre che compongono la tua collana”.
“Scusi spirito – fece subito Sibilla – non è che potrebbe aiutarmi a capirci qualcosa di più di tutta questa storia della collana?”
Lo spirito, con tono calmo e serio risposte: “Io non conosco tutto ciò che tu vorresti sapere, posso solo parlarti della pietra a cui appartengo… questa è la pietra che permette di curare le persone, in particolare attraverso la parola”.
“In che senso?”, domandò Sibilla confusa.
“Nel senso che questa pietra dà a chi la indossa la facoltà di curare le altre persone dando rimedi giusti e dicendo parole buone, parole ‘medicamentose’”.
“Davvero?! – domandò Sibilla incredula – Quindi io posso usare questa collana per aiutare le persone a stare meglio? Quindi potrei aiutare anche me stessa a trovare una risposta?”.
“Calma, calma, ragazza, non correre – precisò lo spirito – la pietra ha questo potere in sé, ma non agisce se la persona che la indossa non è sufficientemente consapevole di qual è il suo scopo nella vita”.
“Perfetto! – disse Sibilla con tono ironico e spazientito – Così siamo punto e a capo: io ero venuta nel bosco per comprendere quale fosse il mio scopo nella vita, ma vedo che qua giocate agli indovinelli e a complicarmela la vita invece di aiutarmi. Grazie tante anche a lei signor spirito”.
Lo spirito rimase in silenzio a osservare la ragazza, poi disse con tono severo: “Sibilla tu sei davvero troppo impaziente! Io per questa tua domanda non posso aiutarti, ma so come funziona in questo bosco e credo che a tempo debito ti verranno date tutte le risposte. Credo che tu debba solo aspettare”.
“Aspettare, aspettare! Uffa! Aspettare che? Sono tre mesi quasi che mi trastullo con questa collana e non solo non riesco a pulirla, ma neppure riesco a capire che me l’avete data a fare. Credo non mi serva a nulla!”, Sibilla guardò la collana che aveva nelle mani, tutta incrostata e si voltò per ributtarla in acqua. Aveva già alzato il braccio per fare il lancio quando una voce la interruppe.
“Sciocca ragazza, la tua impazienza sarà la tua rovina!”.
Sibilla si voltò e vide un ragno che tesseva la sua tela.
Istintivamente la ragazza fece un passo indietro.
“Non preoccuparti, non voglio pungerti – disse il ragno – ma non ho potuto fare a meno di intervenire dopo averti ascoltata. Dimmi, tu credi che per me sia facile starmene tutto il giorno a tessere questa tela nella speranza di portarmi a casa la cena? Sai quanto è difficile fare una bella ragnatela? E sai quanto è facile per voi umani passarci in mezzo e distruggermela? Che dovrei fare io? Pungervi tutti quanti? No, mia cara, io accetto il mio essere ragno e ricomincio a tessere la tela, con pazienza.”
“Mi sta dicendo che dovrei imparare da lei?”, chiese Sibilla con tono di sfida.
“Ti sto dicendo che dovesti essere paziente, perché la ricerca del proprio scopo esistenziale non è argomento da affrontare con la fretta.”
“E che dovrei fare secondo lei?!”
“Io non so cosa dovresti fare, io so cosa devo fare io: tessere e ritessere, avere pazienza e fiducia perché io sono nato ragno e questa è la mia vita. E non credere che sia così male: me ne sto in uno splendido bosco, sospeso in mezzo agli alberi, vedo tutto da una prospettiva diversa rispetto a quella degli umani. Certo, ogni tanto voi passate con i vostri testoni, o con i vostri bastoni, e rompete le mie tele: a volte lo fate per distrazione altre volte lo fate apposta, perché gli insetti come me non vi piacciono. Ma io sono ragno e vado avanti a tessere. Magari a causa di un umano qualche volta salto la cena, ma quando la mia ragnatela è completa sono soddisfatto! Sai, quando cade la pioggia e le gocce si fermano sui miei fili, io mi godo uno spettacolo senza pari: le gocce appese alla ragnatela creano disegni meravigliosi la cui bellezza mi ripaga della fatica. E quando il sole brilla e illumina i miei fili, io mi trovo immerso in migliaia di raggi dorati, e ringrazio di essere un ragno e di potere godere di tutto ciò. Io credo che questi siano i doni che mi vengono concessi in cambio della mia pazienza. Ora, se tu fossi meno impaziente, credo potrebbero esserci dei doni anche per te. Ma non potrai goderne se non sarai capace di aspettare”.
Dopo queste parole il ragno lanciò un suo filo su un albero lontano, vi si appese e scomparve nel folto del bosco.
Sibilla si guardò intorno. Era rimasta sola. Lo spirito del lapislazzulo era sparito, il ragno se n’era andato e lei rimaneva lì con la sua collana ancora quasi tutta incrostata di fango.
Tornò a casa e si mise a dormire per quel che restava della notte. La mattina disse a se stessa che si rassegnava: si sarebbe adeguata alla situazione e ogni mese, al plenilunio, sarebbe tornata nel bosco e avrebbe scrostato una perla di lapislazzulo, in fondo questa era l’unica cosa che poteva fare per soddisfare la richiesta del vecchio saggio. Non poteva tornare da lui senza una risposta.
I mesi passarono, gli anni passarono, ogni volta che Sibilla tornava nel bosco incontrava spiriti, gnomi, fate, che le raccontavano i segreti della natura, che le mostravano luoghi inesplorati. Anche gli animali parlavano con lei: il cervo, la volpe, il gufo, ciascuno le raccontava la sua storia. Alla fine quella ritualità le era diventata piacevole, non si lamentava più. Certo, non vedeva l’ora che arrivasse il plenilunio, lo aspettava con impazienza, ma lo aspettava.
Nell’arco dei nove anni, che le furono necessari per pulire tutta la collana, Sibilla si trasformò in una donna, paziente, divenne una buona ascoltatrice delle storie del bosco.

Quando finalmente le mancava una sola perla di lapislazzulo da ripulire, decise che lo avrebbe fatto dopo essersi arrampicata sino alla vetta della montagna che si trovava proprio all’altro limitare del bosco rispetto al suo villaggio. Era il solo luogo dove non era ancora stata, ed era anche il più lontano. Iniziò il sentiero di notte, chiedendo permesso, dichiarando le sue buone intenzioni, chiedendo protezione durante la strada e la scalata. Arrivò in cima alla vetta che era già sorto il sole, l’alba era stata splendida e arrivata lassù il paesaggio era incredibile, da mozzare il fiato.
Si sedette su una roccia da dove le fosse possibile contemplare tutto il panorama intorno a sé. Fece un lunghissimo respiro e si mise a scrostare l’ultima perla di lapislazzuli; poi, con un fazzoletto pulito lucidò la sua splendida collana.
Ora poteva ammirare quelle 108 perle tutte in fila, altrettanti pleniluni le ci erano voluti per ripulirla interamente. In quegli anni aveva ascoltato i racconti di tutte le creature del bosco, aveva conosciuto i segreti di tutti i regni: i minerali – a patire dal lapislazzuli – ad uno ad uno le avevano illustrato i loro poteri; le piante le avevano svelato le proprietà terapeutiche che custodivano; gli animali, gli insetti le avevano mostrato come vivevano in quel bosco e come avevano imparato e difendersi dai pericoli.
In quei nove anni Sibilla aveva sviluppato e allenato la pazienza, era diventata un’ottima ascoltatrice e conosceva tutti i segreti del bosco.
Su quella vetta, ora, contemplava il paesaggio e ringraziava l’universo per qui doni meravigliosi.
Era assorta nel suo pensiero di gratitudine, quando un’aquila le si posò accanto.
“Be’ – disse il rapace – ora indossala quella collana!”.
“Oh? Come? Indossarla? Non ci avevo più pensato: in tutti questi anni l’ho pulita e lucidata, ma l’ho sempre guardata come qualcosa che non appartenesse davvero a me”.
“Lo so. Ed era giusto così. Ma adesso te la sei guadagnata. E insieme alla collana… la tua risposta!”
“Oh, la risposta, cara aquila, avevo quasi dimenticato la domanda. Già, il mio scopo nella vita… Tu sei venuta a dirmi qual è?”
“Io sono venuta solo a portarti la consapevolezza di qualcosa che credo tu abbia già scoperto da tempo, vero?”
“Sì aquila, credo di sì. Io credo di aver avuto bisogno di trovare la pazienza per imparare ad ascoltare le storie della natura e per trasformarle in un modo per aiutare le persone. E sento nel mio cuore che questo è lo scopo della mia esistenza. E credo anche di non aver bisogno di indossare la collana, te la regalo. Portala su nel cielo così che questi splendidi lapislazzuli blu tornino da dove credo siano venuti.”
L’aquila stette un attimo in silenzio, ruotò il capo da un lato e dall’altro per osservare quel meraviglioso paesaggio, poi rivolgendosi a Sibilla disse: “Sì, tu hai trovato il senso della tua vita, io sono venuta solo per insegnarti il mio modo di vivere, così come è già accaduto con tutti gli altri animali. Quindi… Impara a essere un po’ aquila ogni tanto: vola sulla cima di un monte per guardare le cose con maggior distacco, cerca di cogliere la visione d’insieme senza perdere di vista il particolare, sviluppa la capacità di passare dalla terra al cielo per poi tornare alla terra che è il tuo elemento perché è lì che devi fare esperienza. Concediti dei momenti di isolamento e di volo solitario perché ciò servirà a conservare nel tuo spirito l’essenza del cielo da cui proviene.
E io sì, farò come tu dici, porterò la tua collana oltre le nubi perché è dal cielo che ti è stata donata. Ora torna a casa Sibilla, sei pronta per realizzare il tuo scopo!”
Pronunciate questa parole l’aquila volò verso l’orizzonte e presto divenne un puntino lontano. Sibilla tornò a casa dopo tanti anni senza la sua collana, un po’ le dispiaceva, ma era contenta che fosse volata con l’aquila.
Tornata al villaggio andò alla casa del vecchio saggio. Bussò, ma nessuno risposte. Una vecchina che passava di lì disse a Sibilla: “Il saggio è morto circa nove anni fa, ma come, non l’ha saputo?”
Sibilla rimase senza parole, nessuno glielo aveva detto, e sì che il villaggio era piccolo, come mai non lo aveva saputo? Si mise a piangere perché ora non poteva più incontrarlo e non poteva dirgli che aveva seguito sino in fondo il suo consiglio. In quei nove anni non era mai tornata a trovarlo perché sapeva di non aver ancora portato a termine ciò che lui le aveva chiesto; ma ora, sarebbe stata così felice che lui la vedesse per la donna che era diventata.
Come a non voler perdere le speranza, a non rassegnarsi, bussò ancora alla porta del saggio: la porta si aprì, Sibilla entrò ma in casa non c’era nessuno. Diede una rapida occhiata e notò che sul cuscino di meditazione del vecchio saggio c’era qualcosa che luccicava… era la sua collana di lapislazzuli. La raccolse e se la mise al collo, ora sapeva di doverla portare e sapeva anche qualcosa in più su tutti gli esseri che l’avevano accompagnata nel suo viaggio verso se stessa. Uscì dalla casa del vecchio saggio richiudendo la porta dietro di sé.