La collana della consapevolezza

Scritta da: Nicla VozzellaBosco incantatoIn un piccolo villaggio che sorgeva non distante da un grande bosco, viveva una fanciulla di nome Sibilla: la ragazza era nota per la sua impazienza.
Un giorno il saggio del villaggio la convocò: “Sibilla, in molti mi hanno parlato, o meglio si sono lamentati, della tua impazienza. Io credo che in te ci sia una grande irrequietezza perché ancora non hai compreso il tuo scopo nella vita. Penso che adesso sia arrivato il momento per metterti a cercarlo, ma non sarai facilitata nel tuo compito finché non svilupperai la virtù della pazienza. Ti suggerisco di andare nel bosco e di chiedere a quel luogo sacro un aiuto per trovare la tua strada nella vita. Non tornare da me sino a quando non ci sarai riuscita!”.

Sibilla aveva rispetto per il vecchio saggio e decise di seguire il suo consiglio, anche se in verità le pareva più un ordine.
Il bosco era ritenuto un luogo sacro da tutti, la ragazza sapeva che quando si volevano trovare  risposte a domande complicate ci si poteva andare, perché si diceva: “il bosco ha un sapere che condivide con chi lo sa ascoltare!”.

Il giorno stesso Sibilla andò a cercare la sua risposta. Giunta al limitare del bosco, prima di inoltrarsi in quel luogo sacro, così come le avevano insegnato, sapeva che era importante salutarlo, manifestare le proprie intenzioni pacifiche e chiedere protezione durante il cammino. In questo modo poteva star certa che nulla di brutto le sarebbe capitato.
Così fece, poi pose la sua domanda:
“Caro bosco, tu che sei saggio aiutami per favore a capite qual è lo scopo della mia vita!”.
La ragazza lasciò che la domanda si diffondesse nell’aria e continuò a camminare lungo il sentiero. I suoi sensi erano tutti allerta perché sapeva che il bosco non avrebbe risposto con le parole degli umani e quindi bisognava cogliere ogni segno che poteva pervenire tramite un’immagine, un suono o magari un profumo. Messaggero della risposta poteva essere un albero, una pietra, un insetto, una pianta o un piccolo animale… non poteva prevederlo, perciò bisognava stare attenti.

Nonostante fosse impaziente, era come se nel bosco Sibilla riuscisse a trovare un ritmo più calmo e sereno, non sapeva spiegarselo ma si sentiva meglio.
Inoltrandosi venne attratta dal un albero tagliato, interamente ricoperto di muschio, di cui rimanevano solo un pezzo di tronco e le radici ancora ben salde nel terreno.
Si avvicinò e accarezzò quel morbido tappeto verde e umido.
La fanciulla si trovava in contemplazione di quella meraviglia, quando dall’incavo centrale del tronco si sentì una voce domandare: “Morbido vero?”
Sibilla tolse la mano dal muschio spaventata. In quella comparve uno gnomo tutto verde.
“Non avere paura! Sono lo gnomo del muschio, non voglio farti del male e sono contento che apprezzi il mio lavoro”,
“Il suo lavoro?”, a Sibilla avevano insegnato a dare del lei a chi non conosceva, anche se si trattava di gnomi o di altri esserini strani.
“Eh, sì, certo – rispose lo gnomo – non crederai che il muschio possa diventare così verde e morbido se nessuno se ne occupa?”
“Ah no?”, disse incredula la fanciulla.
“Certo che no! – proseguì lo gnomo – tutti i giorni io e i miei compagni gnomi togliamo le parti secche e rinvigoriamo quelle verdi. Un gran lavoro!”
“Caspita! – esclamò Sibilla – e fate tutto da soli?”
“Sì – disse lo gnomo – O meglio: noi ci occupiamo del muschio, ma collaboriamo con la fata del ruscello e con il mago della pioggia perché ci diano l’acqua sufficiente per tenere sempre il bosco umido al punto giusto.”
“Ah, capisco”, mormorò Sibilla rimanendo lì con gli occhi sgranati.
“Ma dimmi ragazza, tu chi sei e cosa ci fai qui?”, chiese incuriosito lo gnomo.
“Io mi chiamo Sibilla e sono venuta nel bosco perché vorrei riuscire a sapere qual è il vero scopo della mia vita”.
“Uhm, domandina non da poco ragazza mia!”, osservò lo gnomo strofinandosi il mento.
“Eh, lo so signor gnomo, ma è molto importante per me avere una risposta e so che in questo bosco è possibile trovarla. Non è che lei potrebbe aiutarmi?”.
“Mia cara, tu hai ragione, il bosco possiede un grande sapere e dà ogni tipo di risposta, anche alle domande più difficili; però per questa tua questione io credo che occorra la saggezza della fata del ruscello.”
“Lei crede?”, chiese Sibilla speranzosa.
“Sì, lo credo. Vedi Sibilla c’è una specie di gerarchia qui nel bosco: ciascuno ha le sue mansioni. Io, per esempio, se tu ti fossi persa, potrei guidarti sino all’uscita: diciamo che sono uno gnomo ‘sentinella’. Normalmente mi occupo del muschio e bado insieme ai miei compagni a mantenerlo sano, ma poi ciascuno di noi hai i suoi compiti speciali. Io do informazioni; poi c’è un un altro gnomo che aiuta a ritrovare gli oggetti smarriti; un altro che recupera le uova quando cadono dai nidi; un altro ancora che apre le corolle dei fiori al mattino e le chiude alla sera.
Nessuno di noi è in grado però di rispondere a una domanda come la tua, per quella ci vuole la saggezza della fata del ruscello.
Ti consiglio di proseguire il cammino, arrivare al ruscello, immergerti nell’acqua, chiedendo prima il permesso ovviamente, e porre alla fata la tua domanda”.
“E lei crede che verrò aiutata?”
“Non posso esserne sicuro, ma so che se qualcuno può farlo certamente è lei: qui è un’autorità! Il ruscello non è molto distante e il cielo è ancora chiaro, ti consiglio di provarci subito.”
“Grazie signor gnomo!”, fece Sibilla correndo via.
“Prego”, rispose lo gnomo rimanendo pensieroso seduto sul suo tronco.

Dopo aver camminato ancora un po’ nel bosco, Sibilla giunse al ruscello, si tolse i sandali, chiese il permesso di immergersi, e cominciò a camminare nell’acqua, risalendo verso la fonte. A un tratto alzò lo sguardo e vide la sagoma di una bellissima donna illuminata dai raggi del sole.
“Lei è la fata del ruscello?”, domandò timidamente Sibilla.
“Si, sono io, Sibilla”, rispose la fata.
“Come conosce il mio nome?”.
“Tramite un uccellino lo gnomo mi ha preannunciato il tuo arrivo”.
“Allora conosce anche la mia domanda?”.
“Sì, mi è stata anticipata anche quella e posso aiutarti, ma solo aiutarti a trovare una risposta. Vedi, il genere di domanda che tu poni ha una risposta che si può trovare solo nel proprio cuore, nessun altro te la può dare”.
“Come nel mio cuore – obiettò Sibilla un po’ spazientita – se fosse davvero lì lo saprei, non crede? E poi il vecchio saggio me lo avrebbe detto, o no? Altrimenti perché mi avrebbe mandata nel bosco?”
La fata sorrise: “Rispetto molto il saggio del tuo villaggio. Ed è vero che il bosco possiede tutte le risposte, ma ti offre la pace e l’ambiente adatto per sentirle provenire dal tuo cuore. Ci sono domande che voi giovani ponete al mondo e pretendete una risposta in fretta, senza aver la pazienza di lasciare che emergano dal vostro cuore. Ma perché ciò accada è necessario trovare la calma. Qui possiamo solo aiutarti a scoprire ciò che è già dentro di te, ma senza fretta”.

Sibilla, delusa, si sedette su un sasso in mezzo al ruscello e guardandosi i piedi sommersi dall’acqua, con un filo di voce disse: “Allora non ho speranza di trovare ciò che cerco”.
“Non scoraggiarti, penso che tu sia una ragazza in gamba, sono certa che avrai la pazienza necessaria per cercare la risposta anche nel luogo più difficile da esplorare: il tuo cuore”.

Sibilla alzò gli occhi verso la fata: “Già, la ‘pazienza’, io passo per essere una che di pazienza ne ha pochissima, come crede che farò?!”
La fata sorrise ancora benevolmente alla fanciulla: “Vedrai che saprai sviluppare quella che occorre per trovare le tue risposte. Il bosco ti aiuterà tramite le sue creature. Ne sono certa. Ora guarda nel letto del ruscello, proprio lì dove hai i piedi, c’è qualcosa per te…”
La fanciulla fece un balzo. Ciò che vide ai suoi piedi, fra le rocce e la sabbia, aveva tutta l’aria di essere una biscia d’acqua arrotolata. Si mise al sicuro e guardò meglio, ma vide che in realtà si trattava di una collana interamente ricoperta di fango, ed era un fango così consolidato, cristallizzato, che era impossibile da togliere.
Si voltò per chiedere spiegazioni alla fata ma… era sparita! Poiché il sole stava tramontando Sibilla si avviò verso il ritorno e portò con sé la collana: l’avrebbe ripulita a casa e avrebbe anche cercato di capire cosa c’entrasse con la domanda che l’aveva portata nel bosco.

Giunta a casa, provò a togliere le incrostazioni dalla collana: mise a scaldare dell’acqua e ve la immerse provando a strofinarla con uno spazzolino… nulla. Prese dell’aceto che sapeva essere utile per il calcare… niente. Diluì dell’acido nell’acqua e vi immerse la collana certa che, con le maniere forti, il fango si sarebbe sgretolato… nessun risultato!

Scoraggiata, asciugò la collana e incuriosita ne contò le perle: erano 108, le ci sarebbe voluta tanta pazienza per pulirle bene. Ma come fare? A un certo punto si accorse che mentre teneva in mano la collana, una perla si era ripulita un po’ dal fango, con l’unghia del pollice grattò via quello che rimaneva e vide che la collana era fatta di lapislazzuli. Provò a grattare anche la perla successiva, ma non accade nulla. Provò con altre perle, ma niente!
Sì, ci avrebbe messo proprio un sacco di tempo a pulirla e questo la faceva davvero innervosire!

Con un gesto di stizza buttò la collana in una ciotola e la lasciò lì. Si mise sconsolata a guardare fuori dalla finestra – da cui si scorgeva il bosco in lontananza – e vide le cime degli alberi illuminati da una splendida luna piena. Rinunciando al desiderio di prendere di nuovo la collana per pulirla… andò a dormire.
Nel sonno le apparve la fata del ruscello: “Abbi pazienza Sibilla, vedrai che riuscirai a pulire interamente la tua collana”.

L’indomani la fanciulla riprese le sue attività e lo stesso fece per il resto del mese, senza più pensare alla collana e neppure al bosco. Probabilmente era stata punita per la sua impazienza dallo gnomo o dalla stessa fata del ruscello; oppure era il bosco a punirla!

Quando giunse un’altra notte di plenilunio, Sibilla sognò di nuovo la fata del ruscello che le disse: “Hai rinunciato a pulire la tua collana? Hai rinunciato a trovare la tua risposta? Credevo fosse importante, la collana può davvero aiutarti a trovarla, abbi fiducia!”
Sibilla si svegliò di soprassalto, la collana era ancora là nella ciotola in cui l’aveva buttata. Si alzò, andò a prenderla e con l’unghia del pollice cominciò a disincrostare la seconda perla… magia: in un istante il secondo lapislazzulo era splendente. Entusiasta Sibilla provò con la terza perla, ma nulla; con l’ultima, niente; con una a caso, idem.
Spazientita, spense la luce e tornò a dormire ripromettendosi di non “cascarci più”, di non cedere più al desiderio di pulire la collana.

Appena si riaddormentò la fata del ruscello le tornò in sogno: “Sibilla, non hai capito qual è la regola? Una perla ad ogni plenilunio: riuscirai a ripulire solo una perla per volta nelle notti di luna piena. Non avere fretta e non rinunciare alla tua risposta. Abbi fiducia!”
La ragazza si svegliò di nuovo. Il messaggio della fata era scoraggiante… Fece rapidamente i conti: le ci sarebbero voluti nove anni per ripulire tutta la collana e quindi nove anni per riuscire ad avere una risposta?! Era troppo! Decise che appena fosse giunta l’alba sarebbe tornata nel bosco per chiarire la questione: non poteva aspettare tanto!

Detto, fatto, la mattina la ragazza tornò nel bosco. Stette ore sul bordo del ruscello in attesa della fata, ma nulla. Demoralizzata se ne andò.
Tornò a casa e si ripromise di non pensare più alla collana: prese la ciotola e la mise nell’armadio sperando di dimenticarsene.

plenilunio bosco

Circa un mese dopo, prima di coricarsi, Sibilla guardò fuori dalla finestra e vide splendere la luna piena. D’un tratto ebbe un’idea: sarebbe andata nel bosco e là avrebbe ripulito la terza perla di lapislazzulo… era proprio curiosa di scoprire cosa sarebbe accaduto se avesse compiuto quella “pulizia” vicino al ruscello dove aveva trovato la collana.
La luce della luna era così intensa che le fu facile arrivare al ruscello: si sedette sull’argine, e cominciò a strofinare la terza perla. Immediatamente si sprigionò un fumo blu e una specie di  gnomo gigante le si parò davanti.

“Uao, e lei chi è?”, domandò la ragazza sgranando gli occhi.
“Sono lo spirito del lapislazzulo – disse lo strano essere – ogni minerale ha un suo spirito, io appartengo alle pietre che compongono questa collana”.
“Scusi spirito – fece subito Sibilla – non è che potrebbe aiutarmi a capirci qualcosa di più di tutta questa storia?”
Lo spirito, con tono calmo e serio risposte: “Io non conosco ciò che tu vorresti sapere, posso solo parlarti della pietra a cui appartengo… questa è la pietra che permette di curare le persone, in particolare attraverso la parola perché protegge la gola e la voce”.
“In che senso?”, domandò confusa Sibilla.
“Nel senso che questa pietra dà a chi la indossa la facoltà di curare le altre persone dando i rimedi giusti e dicendo parole buone, parole ‘medicamentose’”.
“Davvero?! – domandò Sibilla incredula – Quindi io posso usare questa collana per aiutare le persone a stare meglio? Allora potrei aiutare anche me stessa a trovare la risposta alla mia domanda?”.
“Calma, calma, ragazza, non correre – precisò lo spirito – la pietra ha questo potere in sé, ma non agisce se la persona che la indossa non è sufficientemente consapevole di qual è il suo scopo nella vita”.
“Perfetto! – disse Sibilla con tono sarcastico – Così siamo punto e a capo: io ero venuta nel bosco per comprendere quale fosse il mio scopo nella vita, ma vedo che qua giocate agli indovinelli e a complicarmela la vita invece di aiutarmi. Grazie tante anche a lei signor spirito”.
Lo spirito rimase in silenzio a osservare la ragazza, poi disse con tono severo: “Sibilla tu sei davvero troppo impaziente! Io per questa tua domanda non posso aiutarti, ma so come funzionano le cose in questo bosco e credo che, a tempo debito, ti verrà data una risposta. Credo che tu debba solo aspettare”.
“Aspettare, aspettare! Uffa! Aspettare che? Sono tre mesi quasi che mi trastullo con questa collana e non solo non riesco a pulirla, ma neppure riesco a capire che me l’avete data a fare. Credo non mi serva a nulla!”, Sibilla guardò la collana: era tutta incrostata, spazientita si voltò per ributtarla in acqua. Aveva già alzato il braccio per fare il lancio quando una voce la fermò.

“Ferma! Sciocca ragazza, la tua impazienza sarà la tua rovina!”.
La fanciulla si voltò e vide un ragno che tesseva la tela.
Istintivamente la ragazza fece un passo indietro.
“Non preoccuparti, non voglio pungerti – disse il ragno – ma non ho potuto fare a meno di intervenire dopo averti ascoltata. Dimmi, tu credi che per me sia facile starmene tutto il giorno a tessere questa tela nella speranza di portarmi a casa la cena? Sai quanto è difficile fare una bella ragnatela? E sai quanto è facile per voi umani passarci in mezzo e distruggermela? Che dovrei fare io? Pungervi tutti quanti? No, mia cara, io accetto il mio essere ragno e ricomincio a tessere la tela, con pazienza.”
“Mi sta dicendo che dovrei imparare da lei?”, chiese Sibilla con tono di sfida.
“Ti sto dicendo che dovesti essere paziente, perché la ricerca del proprio scopo nella vita non è argomento da affrontare con la fretta.”
“E che dovrei fare secondo lei?!”
“Non so cosa dovresti fare tu oltre ad aver pazienza, ma posso dirti che so cosa devo fare io: tessere e ritessere, con fiducia perché io sono nato ragno e questa è la mia vita. E non credere che sia così male: me ne sto in uno splendido bosco, sospeso in mezzo agli alberi, vedo tutto da una prospettiva diversa rispetto a quella degli umani. Certo, ogni tanto voi passate con i vostri testoni, o con i vostri bastoni, e rompete le mie tele: a volte lo fate per distrazione altre volte lo fate apposta, perché gli insetti come me non vi piacciono. Ma io sono un ragno e vado avanti a tessere. Magari a causa di un umano qualche volta salto la cena, ma quando la mia ragnatela è completa sono soddisfatto! Sai, quando cade la pioggia e le gocce si fermano sui miei fili, io mi godo uno spettacolo senza pari: le gocce appese alla ragnatela creano disegni meravigliosi la cui bellezza mi ripaga della fatica. E quando il sole brilla e illumina i miei fili, io mi trovo immerso in migliaia di raggi dorati, e ringrazio di essere un ragno e di poter godere di tutto ciò. Io credo che questi siano i doni che mi vengono concessi in cambio della mia pazienza. Ora, se tu fossi meno impaziente, credo potrebbero esserci dei doni anche per te. Ma non potrai goderne se non sarai capace di aspettare”.
Dopo queste parole il ragno lanciò un filo su un albero lontano, vi si appese e scomparve nel folto del bosco.

Sibilla si guardò intorno. Era rimasta sola. Lo spirito del lapislazzulo era sparito, il ragno se n’era andato e lei rimaneva lì con la sua collana ancora quasi tutta incrostata di fango.
Tornò a casa e si mise a dormire per quel che restava della notte. La mattina disse a se stessa che si rassegnava: si sarebbe adeguata alla situazione e ogni mese, al plenilunio, sarebbe tornata nel bosco e avrebbe scrostato una perla di lapislazzulo; in fondo questa era l’unica cosa che poteva fare per soddisfare la richiesta del vecchio saggio. Non poteva tornare da lui senza una risposta.

I mesi passarono, gli anni passarono, ogni volta che Sibilla tornava nel bosco incontrava spiriti, gnomi, fate, che le raccontavano i segreti di Madre Natura, che le mostravano luoghi inesplorati. Anche gli animali parlavano con lei: il cervo, la volpe, il gufo, ciascuno le raccontava la sua storia, il proprio modo di vivere e le spiegava qual era il proprio scopo nella vita. Tutti in quel bosco si sentivano collegati fra loro, erano consapevoli del proprio scopo e sapevano che ciascuno di loro era indispensabile per la vita degli altri. La ragazza imparò moltissimo stando nel bosco. Le piante le raccontarono i loro segreti e come fossero in grado di guarire le persone.
Dopo molti anni, quella specie di rito che compiva ad ogni plenilunio recandosi nel bosco era diventato piacevole. Sibilla non si lamentava più. Certo, non vedeva l’ora che arrivasse la luna piena, ma l’aspettava con pazienza.

Nell’arco dei nove anni, che le furono necessari per pulire tutta la collana, Sibilla si trasformò in una donna, paziente, divenne una buona ascoltatrice delle storie del bosco.
Quando finalmente le mancava una sola perla di lapislazzulo da ripulire, decise che lo avrebbe fatto solo dopo essersi arrampicata sino alla vetta della montagna che si trovava proprio all’altro limitare del bosco rispetto al suo villaggio. Era il solo luogo dove non era ancora stata, ed era anche il più lontano.
Iniziò a camminare di notte, chiedendo permesso al bosco, dichiarando le sue buone intenzioni, invocando protezione durante la strada e per la scalata. Arrivò in cima alla vetta quando la luna era ancora nel pieno splendore, anche se in lontananza si cominciava a intravvedere l’alba.
Il paesaggio da lassù era incredibile, da mozzare il fiato!
Si sedette su una roccia da dove le fosse possibile contemplare tutto il panorama. Fece un lungo respiro e si mise a scrostare l’ultima perla; poi, con un fazzoletto pulito lucidò tutta la sua splendida collana.

Ora poteva ammirare quelle 108 perle tutte in fila, altrettanti pleniluni le ci erano voluti per ripulirla interamente. In quegli anni aveva ascoltato i racconti di tutte le creature del bosco, aveva conosciuto i segreti di tutti i regni: i minerali – a patire dal lapislazzuli – ad uno ad uno le avevano spiegato i loro poteri; le piante le avevano svelato le proprietà terapeutiche che custodivano; gli animali, gli insetti le avevano mostrato come vivevano in quel bosco e quale fosse il loro scopo. Tutti le avevano fatto comprendere come fossero legati gli uni agli altri, proprio come le perle di quella collana.
In quei nove anni Sibilla aveva sviluppato e allenato la pazienza, era diventata un’ottima ascoltatrice ed era diventata parte del bosco e sentiva che era connessa a tutti gli altri esseri.

Su quella vetta, ora, Sibilla contemplava il paesaggio e ringraziava Madre Natura per i doni ricevuti. Mentre era assorta nel suo pensiero di gratitudine, un’aquila le si posò accanto.
“Be’ – disse il rapace – ora indossa pure la tua collana!”.
“Oh? Come? Indossarla? Non ci avevo più pensato: in tutti questi anni l’ho pulita e lucidata, ma l’ho sempre guardata come qualcosa che non appartenesse davvero a me”.
“Lo so. Ed era giusto così. Ma adesso te la sei guadagnata. E insieme alla collana… la tua risposta!”
“Oh, la risposta, cara aquila, avevo quasi dimenticato la domanda. Già, il mio scopo nella vita… Sei venuta a dirmi qual è?”, chiese Sibilla che oramai aveva imparato a dare del tu alle creature del bosco.
“Io sono venuta solo a portarti la consapevolezza di qualcosa che credo tu abbia già scoperto da tempo, vero?”
“Sì aquila, credo di sì. Io credo di aver avuto bisogno di sviluppare la pazienza per imparare ad ascoltare le storie di tutti gli esseri e per trasformarle in un modo per aiutare le persone. Ho imparato dalle creature di Madre Natura. E sento nel mio cuore che questo è lo scopo della mia esistenza. Credo anche di non aver bisogno di indossare la collana, te la regalo. Portala in alto, nel cielo blu così che questi splendidi lapislazzuli si confondano in esso e tornino da dove credo siano venuti.”

L’aquila stette un poco in silenzio, ruotò il capo da un lato e dall’altro per osservare quel meraviglioso paesaggio, poi disse: “Sì, è vero, hai trovato il senso della tua vita; adesso io sono venuta anche per raccontarti, così come hanno già fatto tutti gli altri animali, qual è il mio modo di vivere. Il mio messaggi per te è questo: impara a essere un po’ aquila ogni tanto! lasciati andare e vola sulla cima dei monti per guardare le cose con maggior distacco, cerca di cogliere la visione d’insieme senza perdere di vista il particolare, sviluppa la capacità di passare dalla terra al cielo per poi tornare alla terra che è il tuo elemento perché è lì che devi fare esperienza. Concediti dei momenti di isolamento e di volo solitario perché ciò servirà a conservare nel tuo spirito l’essenza del cielo da cui proviene.
E io sì, farò come tu dici, porterò la tua collana oltre le nubi perché è dal cielo che ti è stata donata. Ora torna a casa Sibilla, sei pronta per realizzare il tuo scopo!”
Pronunciate questa parole l’aquila volò verso l’orizzonte e presto divenne un puntino lontano. Sibilla tornò a casa dopo tanti anni senza la sua collana, un po’ le dispiaceva, ma era contenta che fosse volata con l’aquila.

Tornata al villaggio andò alla casa del vecchio saggio. Bussò, ma nessuno risposte. Una vecchina che passava di lì le disse: “Il saggio è morto circa nove anni fa, ma come, non l’hai saputo?”
Sibilla rimase senza parole, come aveva potuto non saperlo? Forse era stata troppo presa a cercare la sua risposta? Possibile che in un villaggio tanto piccolo la notizia non le fosse arrivata?
Si mise a piangere triste per lui e anche perché ora non poteva più incontrarlo e non poteva dirgli che aveva seguito sino in fondo il suo consiglio.
In quei nove anni non era mai tornata a trovarlo perché sapeva di non aver ancora portato a termine ciò che lui le aveva chiesto; ma ora, sarebbe stata così felice che lui la vedesse per la donna che era diventata.
Come a non voler perdere le speranza, a non rassegnarsi, bussò ancora alla porta del vecchio saggio: la porta d’incanto si aprì, Sibilla entrò ma in casa non c’era nessuno. Diede una rapida occhiata e notò che sul cuscino da meditazione su cui sedeva il vecchio quando si incontrarono nove anni prima,  c’era qualcosa che luccicava… Incredibile! Era la sua collana di lapislazzuli. Ma come poteva essere arrivata fin lì? E l’aquila? Che fosse forse il vecchio saggio trasformato in rapace per portarle un ultimo messaggio ?!
Sibilla si calmò, non si pose altre domande. Raccolse la collana e la indossò, ora sapeva di doverla portare. Aveva imparato ciò che doveva sapere su tutti gli esseri del bosco, e sulle piante, e sugli spiriti che albergano in ogni cosa dalle rocce ai ruscelli. Tutte queste creature l’avevano accompagnata nel viaggio verso se stessa. Le avevano donato il loro sapere così che lei fosse pronta a realizzare il suo progetto. Per il sapere acquisito, per il rispetto che aveva imparato a portare a tutti gli esseri, per la capacità di ascolto e, soprattutto, per la pazienza che aveva sviluppato, ora poteva diventare lei la “saggia” del villaggio.
Ringraziò nel suo cuore tutti gli esseri per ciò che le avevano donato, ringraziò il vecchio saggio per averla spinta a trovare il suo scopo nella vita e per averle fatto comprendere che tutti gli esseri sono collegati come le perle di una collana.
Sorridente e calma Sibilla uscì da quella casa richiudendo la porta dietro di sé.