La dama della stazione

Scritto da: Nicla Vozzella

Alba di maggio, l’aria è frizzantina ma la giornata si annuncia calda. La stazione è già affollata di pendolari, di turisti, di chi viaggia per affari e di tanti altri che non sanno dove andare.
Dal tabellone mancano i numeri dei binari accanto alle destinazioni: per problemi tecnici e guasti del materiale viaggiante si sono accumulati ritardi e i treni partiranno un po’ da qua e un po’ da là, chissà da dove.
In mezzo alla folla di gente assonnata, trafelata, arrabbiata, c’è lei…
Lei, circa settant’anni, meno forse ma anni pesanti sul viso. Snella, portamento fiero, stampelle. Abiti puliti, un po’ consunti ma curati, curati quel che basta per aiutarla a mimetizzarsi con i viaggiatori. Invece no. Lei non viaggia. Sta lì in piedi, in mezzo a un corridoio, in uno slargo, con una mano tesa verso la gente che passa. A chi le dà una moneta invia benedizioni in una lingua che sembra russo.
Ha il portamento di una dama, una di quelle donne d’altri tempi che emanavano grazia anche senza i loro abiti preziosi. Questa dama non ha parrucca e crinolina, ha i capelli corti e ricci imbiancati dagli anni, lineamenti sottili, delicati; indossa pantaloni scuri e giacca chiara.
Il gesto della mano che chiede è elegante: il gomito leggermente piegato sul fianco appoggiato alla stampella, il polso morbido, la mano con il palmo rivolto verso l’alto, le dita appena piegate.
Poco distante su una panchina ci sono le sue “cose”: un paio di borse da supermercato piene di abiti, panni, oggetti. Borse in tinta con la sua giacca – una nota di classe – saranno difficili da trasportare con quelle stampelle.
Vicino al bar – poco distante – un suo “collega”: barba scura e incolta, carnagione segnata dal sole, sudicio. Lei gli sta lontano ma lo guarda: lui ha trovato una bella postazione, le persone che fanno colazione gli lasciano parecchie monete. Obiettivamente lui raccoglie molto di più, ma a lei sembra non importare… lo osserva ma con distacco, come se pensasse ad altro.
A un certo punto una ragazza esce dal bar con un sacchetto di carta bianco e regala a lui, solo a lui, una brioches. La dama lo guarda mentre lui, in tre bocconi, divora quel dono inaspettato. Perché a lei no? Perché lei non sembra “chiedere”… sembra che sia lì e non lì al tempo stesso.
Se ne sta immobile in mezzo al corridoio con la mano tesa, non è insistente, appare distaccata persino dalla sua mano.
La vista della brioches però deve aver risvegliato qualcosa in lei. Esitante si affranca alle grucce e si avvicina al bar. Nessuno la nota, sembra una che aspetta… un treno forse, una persona cara… Invece no, vorrebbe un’elemosina. Il suo modo di chiedere forse non “funziona” qui in stazione. Forse questo non è il posto per chi, nonostante gli eventi avversi della vita, ha ancora a cuore la propria dignità.
Mentre la dama sta valutando se le convenga rimanere vicina al bar o se le converrebbe tornare nel corridoio dov’era meno d’intralcio ai passanti, il “collega” si avvicina alle sue borse e vi rovista dentro.
Accade tutto in un attimo. Lei caccia un urlo mostruoso e fa uno strano balzo, muovendosi a fatica con le stampelle, e gli piomba addosso… riesce a mandarlo via.
Lui si allontana spaventato dall’urlo di lei: è un verso sguaiato, rauco, cosi poco in armonia con la sua figura esile e fiera. Un grido che in un istante fa piombare su quella figura altera tutta la sua sofferenza.
Per un istante la gente in stazione si accorge anche di lei, il suo urlo stona con la sua essenza.
Le benedizioni che sussurra a chi le dà una moneta non somigliano affatto a quel grido, ma forse somigliano a una parte di lei.  Qual è la sua vera natura? Eterea, sottile, fiera oppure mostruosa come quell’urlo?
Quell’urlo forse rappresenta l’altro suo abito, un abito che è costretta a indossare qui, in stazione, in mezzo ad altri barboni che “chiedono”. Quell’urlo è il male necessario affinché la dama non venga scalfita dalla bruttura della vita di strada.
Quell’urlo taglia e separa ciò che è lei, la sua essenza, da ciò in cui è stata costretta a trasformarsi per sopravvivere.
Qualcuno che l’ha osservata le regala un po’ di monete, gliene dà molte, ma lei non si compera la brioches che sembrava desiderare, tiene le monete lì, nel palmo della mano, e benedice. Benedice sottovoce e ricompone la sua figura, si riconnette alla sua essenza che era stata separata dall’urlo.
Chi ha osservato la scena non può far altro che dire: grazie “dama della stazione”. Grazie a te donna d’altri tempi, grazie per questa scena bella e triste insieme che hai regalato a viaggiatori in una frizzante mattina di maggio.