La medicina e la sua parodia

Scritto da: Nicla Vozzella

Non si placano le polemiche in merito alla proposta di inserire le medicine non convenzionali nel Sistema Sanitario Nazionale. I contrari si appellano alla mancanza di un numero adeguato di studi clinici che ne dimostrino l’efficacia, i favorevoli invocano libertà e autonomia di scelta e ritengono che l’efficacia si possa dedurre dalla pratica clinica.
Decenni che si discute su questo tema con scarsi risultati e con scarse possibilità di arrivare a un accordo. In alcune Asl – diffuse a macchia di leopardo – è comunque possibile ricevere cure non convenzionali, come l’agopuntura per esempio; ma nella maggior parte del territorio italiano non c’è integrazione.
Questo lo stato delle cose.
A ben guardare però poco importa se le medicine non convenzionali verranno integrate o no, perché se non si cambia l’approccio con cui vengono praticate (e spesso snaturate) tanto vale che rimanga in essere questo far west.

cerusico

Uniformarsi per integrarsi?
In parte il modo di applicare le medicine non convenzionali, utilizzando il paradigma della biomedicina, è stato un passaggio obbligato per godere di un minimo di integrazione e di credibilità presso il mondo accademico. Ma quel è stato il prezzo di questo “uniformarsi”? Certamente la perdita di quella personalizzazione della cura tipica degli approcci non convenzionali, che invece avrebbe fatto tanto bene se fosse passata, per osmosi, alla biomedicina.
Prendendo una certa distanza dal conflitto in corso, possiamo osservare che questo uniformarsi non è stato chiesto a gran voce solo dai sostenitori della biomeidicina; ma in una sorta di fraintendimento generale – probabilmente in parte anche pilotato da interessi economici – si è creato un clima di “caccia alle streghe” che ha esacerbato i conflitti e ha gettato discredito sia sulle cure non convenzionali sia sulla biomedicina.
Il risultato di questo rimescolarsi disarmonico e conflittuale ha estremizzato l’approccio specialistico della biomedicina e snaturato quello olistico delle medicine non convenzionali.

Da dove nasce la confusione?
Il disordine potrebbe essere funzionale perché consente di rimettere ordine eliminando ciò che non serve “distillando” il succo di ciò che è necessario. Non si vede però all’orizzonte la possibilità di integrare gli approcci di medicine così diverse in modo armonioso e questa impossibilità, che si manifesta nel curare, riflette ciò che capita all’essere umano (e ai terapeuti che fanno parte della specie). C’è l’incapacità di armonizzare dentro di sé gli opposti e quindi non si riesce a farlo nella realtà che si abita.
Basta guardarsi intorno per vedere estremismi in ogni ambito dell’agire umano. Alcuni esempi? Da un lato del mondo la fame, dall’altro l’obesità dilagante; da una parte gli estremismi religiosi dall’altro il rifiuto di ogni religione nella convinzione che rappresenti il male; ancora, ricchezze distribuite solo a certe latitudini e totalmente negate ad altre; e si potrebbe continuare suddividendo sempre di più il mondo in fazioni opposte.
Ma ciò che accade fuori è lo specchio di ciò che si ha dentro: c’è bisogno di imparare a integrare gli opposti a livello interiore per agevolarne la ricomposizione nel mondo. Questo vale anche, forse più che in ogni altra cosa, per la medicina in cui vita e morte si confrontano costantemente cercando di escludersi a vicenda. Eppure si sa bene che vita e morte devono essere compresenti nell’esistenza.

Chi ha dipinto questo quadro?
Inutile in questa sede ripercorrere i passaggi storici che hanno trasformato un sapere medico, che era unico sapere non solo medico ma anche filosofico e ontologico, in una serie di branche professionali che funzionano a compartimenti stagni: si può parlare di Positivismo, se lo si desidera; ma in realtà il movimento ha portato anche un gran beneficio alla medicina e non si può ritenerlo responsabile di ciò che la stoltezza umana ha prodotto nell’incapacità di cogliere un bene senza estremizzarlo.
Il metodo scientifico ha aperto le porte a un nuovo sguardo sulla natura, che ha permesso di comprendere molto del suo modo di “funzionare”; si è sgomberato il campo da superstizioni e false credenze che causavano più morti che guariti. Peccato che non si sia riusciti a far dialogare gli opposti piuttosto che separarli in modo netto.
E così, ci si è spostati da una visione per nulla scientifica a una totalmente scientifica dove la logica aristotelica – senz’altro utile per trovare un metodo di studio e di sperimentazione – ha reso impossibile concepire la contemporanea esistenza di A e di non-A.
Il risultato è lo scontrarsi di biomedicina e medicine non convenzionali come se fossero davvero due entità separate, ma in realtà la battaglia che si combatte è quella dell’uomo contro se stesso. L’essere umano ha difficoltà a percepire la realtà come una compresenza di opposti, che fluiscono l’uno nell’altro incessantemente, e questa difficoltà è specchio di una difficoltà interiore che non permette di vedere anche l’essere in sé come un insieme di opposti in cerca di equilibrio.

Imparare dal cadùceo
Eppure uno spunto per integrare e armonizzare gli opposti nella medicina, e anche nell’uomo, ci sarebbe: è il caduceo, quel bastone alato su cui sono avvolti due serpenti, che è il simbolo dell’arte medica. CADUCEO
Il cadùceo ha un lunga storia interpretata in modi un po’ diversi nelle varie epoche, ma è sempre stato un simbolo importante per l’uomo e per il suo divenire. Seppur con piccole variazioni, il cadùceo lo si può ritrovare in diverse culture e per tutte ha più o meno lo stesso significato: dona a chi lo possiede la capacità di armonizzare gli opposti e di ristabilire l’equilibrio che conduce alla salute; consente di compiere il cammino che dal mondo dei vivi porta a quello dei morti e viceversa.
Per esempio, presso gli Egizi il cadùceo veniva raffigurato in mano ad Anubi, il dio-sciacallo psicopompo; nell’India antica il bastone raffigurava l’albero della vita e i serpenti rappresentano lo spirito e la materia che trovavano il loro equilibrio; nella civiltà cinese al posto del serpente, su un bastone alato veniva raffigurato un drago piumato; mentre il simbolo torna ad avere l’effige di un serpente, sempre dotato di piume, nella cultura del popolo Atzeco; infine, in Grecia il cadùceo è presente nei templi dedicati a Esculapio. Secondo la tradizione greca, infatti, Esculapio vide due serpenti litigare e per dirimere il conflitto gettò fra di loro, per separarli, il suo bastone. I due rettili vi si avvinghiarono e, da questa posizione, non poterono fare a meno di guardarsi negli occhi innamorandosi l’uno dell’altro, e così gli opposti ritrovarono l’armonia.

Chi cura chi?
Partendo dalla necessità di riequilibrare gli opposti per trovare la salute si può definire “terapeuta” chi riesce a compiere questa sintesi in sé ed è capace di aiutare il proprio simile a fare lo stesso. Chi cura quindi è capace di riportare l’ordine, ovvero la salute, là dove regna il caos, cioè la malattia.
Purtroppo, però, il terapeuta contemporaneo, che sia medico o d’altro tipo, è spesso così scisso e separato nelle varie parti di sé che non riuscendole a ricomporre nel proprio intimo non può aiutare neppure il paziente.
E la medicina che vediamo praticata quasi ovunque (che sia convenzionale o no) non fa altro che rispecchiare questo modo di approcciarsi alla realtà: si separa ciò che dovrebbe stare insieme; si leggono i fenomeni come sconnessi quando sono interdipendenti; ci si affida ai dati digitali dimenticando la visione analogia; il terapeuta dimentica che anche il paziente ha un suo sapere e questo amplifica la distanza fra due persone che dovrebbero concorrere a un bene comune.
D’altro canto, se è vero che il curante non riesce a compiere questa sintesi e a riconoscere autenticamente il suo paziente, è altrettanto vero che neppure il paziente ci riesce: egli pretende la salute ma non ha la pazienza di seguire la cura; vuole essere curato, ma non si affida (e non si fida) al terapeuta. Si assiste così a un alternarsi di situazioni conflittuali che sembrano impossibili da redimere, tanto che diventa difficile comprendere “chi cura chi”. E soprattutto, in questo quadro la salute resta un bene inarrivabile che si manifesta in parodia condividendo così il triste destino della medicina.

Autopercezione e autoregolazione
Se si fosse capaci di recuperare un sapere tradizionale, che giace sotto le braci del fuoco spento dell’intelletto, forse si potrebbe sperare di ritrovare quel benessere globale a cui si anela. Bisognerebbe ricordare che il sistema corpo-mente-spirito è stato creato in modo perfetto tanto da non avere bisogno di un intervento esterno per mantenersi “funzionante”: si potrebbe dire che quello umano è un sistema “autoreferenziale”, ovvero riesce a cogliere le disfunzioni e a riequilibrarle dall’interno. Ma dal tempo della creazione molte cose sono cambiate: l’uomo si è sempre più allontanato da una visione globale di benessere e ha rinnegato tutto ciò che intimamente gli apparteneva; quindi occorre spesso un intervento esterno (farmaco o atto terapeutico) per ripristinare il sistema di autoregolazione e riattivarlo.
Il progresso tecnico-scientifico – di innegabile utilità – è avanzato a un ritmo vorticoso trascurando ciò che è inscritto nella natura umana. Si è persa la sintonia fra l’uomo e il mondo che lo ospita e questa scissione ha fatto perdere all’uomo il proprio ritmo interiore, che si accordava l’armonia del creato.
La separazione dal Sé – che potremmo definire come alcuni autori la “ferita primaria” – ha relegato l’uomo in un mondo a sua immagine e somiglianza che paradossalmente è ciò che di più lontano esista dalla vera natura dell’essere.
Da questa prima separazione tutto ha cominciato a dividersi e a snaturarsi: se si percepisce la realtà come qualcosa di non connesso all’essere, risulta facile manipolare e modificare tutto ciò a cui non si sente di appartenere. E quindi si modifica e si “aggiusta” qualcosa fuori, mentre in realtà ciò che non funziona è dentro. È per ciò sembrato un diritto all’uomo manipolare l’ambiente sottomettendo le creature che lo abitano per adeguarle a un ritmo innaturale che non appartiene a nessun essere perché è privo di armonia.

Che fare quindi?
Siccome le analisi della situazione potrebbero protrarsi in modo indefinito e mostrare ancora migliaia di dis-connessioni che rendono difficile l’esistenza in quest’epoca, conviene guardare alla ricomposizione di quegli opposti che ci sono più prossimi, senza disperderci nei massimi sistemi, tanto sappiamo che vige la regola “nel piccolo come nel grande” e possiamo star certi che riarmonizzando le nostre vite con il nostro vero Sé, possiamo produrre un cambiamento anche nel mondo che ci circonda che, grazie a un effetto domino, può modificare l’intera realtà che abitiamo.
È importante quindi ricongiungersi con il nostro vero Sé, nel silenzio interiore affidarsi per comprendere qual è il proprio scopo esistenziale e mettersi in cammino per realizzarlo evitando di farsi distrarre.
E in tutto questo la medicina e i sistemi sanitari cosa c’entrano? La vera medicina è proprio questa: è la capacità di recuperare uno stile di vita che pur integrando il progresso sappia riscoprire il valore della tradizione. Il sistema sanitario che ne può scaturire, fondandosi su queste basi, non può essere altro che un sistema ordinato ed efficiente che rispecchi le qualità dell’essere.
Ciascuno di noi, quindi, sul proprio “caduceo interiore” può far avvolgere gli opposti che lo abitano, permettere loro di guardarsi e innamorarsi, restituendo così unicità all’essere e di riflesso alla medicina e al sistema in cui viene praticata, neutralizzando così quella parodia in cui ora si manifesta e riscoprendo l’arte di curare.