Loro, i bambini che aspettano

di Nicla Vozzella

Nascono e nessuno li vuole e allora finiscono qui, qui come in altri luoghi, qui è l’orfanotrofio di Aistionok, Siberia. Qui è il luogo nel quale li abbiamo incontrati. Tanti, piccoli, da zero a tre anni, alcuni con disabilità invalidanti, altri sani come pesciolini.

E noi lì, adulti “fortunati” a portare un po’ di denaro per fare alcune cose pratiche; perché il denaro serve, quello serve sempre, ma serve anche altro. Serve l’amore che loro, i piccoli, cercano in ogni adulto che varca la soglia dell´Istituto, serve l’abbraccio di un genitore che nessuno di loro riesce ad avere tutto per sé.

Loro sono lì, bambini e bambine che aspettano, aspettano una famiglia; ma ci sono anche bambini e bambine che non aspettano più.

Quando si varca quella soglia, non è un inferno come molti potrebbero pensare, ma un paradiso popolato da piccole anime. Sì, quello è il paradiso, l’inferno però c’è: è dentro noi adulti che non possiamo far nulla per loro, o meglio, che non possiamo fare abbastanza.

E allora gli sorridiamo e proviamo a giocare un po’, a raccontargli una fiaba in una lingua che loro non comprendono e invece… miracolo! Loro capiscono e si relazionano con noi come se fosse la cosa più semplice del mondo.

Max ascolta la fiaba del coccodrillo
Max ascolta la fiaba del coccodrillo

E il nostro inferno interiore si ingigantisce di fronte a quel paradiso. E vorremmo smontare il mondo e ricostruirlo a loro misura. Ma possiamo fare poco, siamo in pochi, forse è un alibi, può darsi.

Ad ogni modo proviamo a regalare loro una giornata un po’ speciale; ma ben presto ci rendiamo conto che il regalo lo hanno fatto loro a noi accogliendoci nelle loro stanze, tendendoci le loro piccole mani, guardandoci con i loro occhi limpidi.

... con Max
… con Max

E il giorno finisce, il “giro guidato” dell’orfanotrofio è terminato. Li salutiamo, chiediamo i loro nomi per non dimenticarli, scattiamo qualche foto nell´illusione di portarli con noi. Passiamo a salutare anche quelle piccole creature che non possono interagire con noi, quelle piccole anime imprigionate in corpi “non perfetti” che nessuno ha voluto. Bimbi troppo difficili da gestire per genitori che non potevano fare altrimenti. Nessuna condanna per quegli adulti, ma comprensione e condivisione del loro disorientamento, un disorientamento che li ha portati a separarsi da queste creature che hanno concepito e messo al mondo: talvolta in un atto d’amore, altre volte in un atto distratto.

Non giudichiamo, non abbiamo alcun diritto, non sappiamo cosa avremmo fatto al loro posto; neppure i bambini giudicano noi adulti, ci guardano sorridendo, hanno fiducia, cercano il contatto e non pensando che siamo tutti uguali, che possiamo rifiutarli anche noi come hanno fatto altri.

Loro si fidano, ci tendono le mani e intanto aspettano che qualcuno si occupi di loro. E quando ce ne andiamo, noi abbiamo le lacrime agli occhi, loro invece sorridono; poi ci voltano le spalle, tornano ai loro giochi e sembrano pensare: “nemmeno questi rimangono, pazienza, ci tocca aspettare ancora”.

“Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”. Dante Alighieri


Foto di
Roberto Rovaldi.