Alla ricerca del “rito” perduto

di Nicla Vozzellariti tribaliNella tribù globale i riti sono cambiati e sono difficili da riconoscere. I ragazzi si affannano per creare le condizioni che gli permettano di crescere visto che noi adulti non lo facciamo.
Un tempo, nella società preindustriale, gli anziani della tribù “mettevano a punto” dei riti di iniziazione che consentissero ai giovani di morire simbolicamente e di rinascere come adulti.
Ma nella nostra società, dove gli anziani hanno perso il loro ruolo di detentori della saggezza universale, i giovani fanno fatica a individuare situazioni precise, riconoscibili e definibili intorno alle quali costruire i loro momenti di passaggio verso l’età adulta.
Gli antropologi lo sanno bene: esistono dei periodi, cosiddetti di latenza, durante i quali gli individui attraversano una fase di cambiamento. In questo periodo, spesso, essi vengono lasciati ai margini delle tribù mentre il loro percorso di compie: succede all’ingresso nella pubertà, alle donne che hanno durante il periodo mestruale e dopo il parto, alle persone che rimangono senza il coniuge, agli adolescenti che si affacciano all’età adulta, persino alle anime dei morti. Secondo le diverse tribù, impropriamente definite primitive, che ancora popolano il nostro pianeta la vita intera può essere scandita da molteplici fasi e per ciascuna sarebbe possibile individuare un rito di passaggio che delimita un periodo di latenza. Nella nostra tribù globale, invece, i riti sembrano andati perduti; per questo passare da una fase all’altra della vita finisce per essere così difficile. Pensiamo, per esempio, alle depressioni post partum che talvolta caratterizzano i puerperio, oppure alla devastazione che l’individuo subisce con la fine dell’età lavorativa. Ogni situazione che scandisce il passaggio, che segna il punto di non ritorno da una fase precedente della vita a una successiva, finisce per essere vissuta come un dramma e le difficoltà di adattamento sono sempre molte.
Questo discorso è tanto più valido per gli adolescenti che vivono in un periodo di cambiamento così rapido e radicale che li sconvolge nel corpo e nello spirito. E tutto questo scombussolamento viene accentuato dalla mancanza di un momento in cui il viene ritualizzato il passaggio fra un prima e un dopo. Il processo di iniziazione è spesso correlato a una simultanea morte e rinascita poiché oltre che un inizio comprende anche la fine dell’esistenza su un livello e l’ascensione al livello successivo.
Il rito di passaggio serve proprio per drammatizzare il momento del cambiamento: la persona come esisteva prima “muore” simbolicamente e si affaccia alla vita una persona nuova.
I ragazzi di oggi, però, in mancanza di un rito che gli consenta di ritualizzare questa mote simbolica in un contesto protetto (che per il giovane primitivo spesso è la tribù protetta dalla comunità degli anziani) finisce per sperimentare come può in un contesto non protetto e rischia così di andare incontro a una morte reale perché non riesce a ritualizzare quella simbolica.
È forse per questo che i ragazzi rischiano la vita mettendosi alla guida ubriachi, oppure si spingono al limite dello stordimento per superare le crisi adolescenziali che altrimenti non saprebbero come affrontare. A ben guardare questo stordimento somiglia a quello dei giovani di qualunque altre tribù che durante i riti di passaggio assumono ogni genere di sostanza per anestetizzarsi e superare così il momento critico (talvolta una prova che li mette in pericolo di vita) che segna il passaggio nell’età adulta.
Analizzata da questo punto di vista la vita dei ragazzi della tribù globale non è molto diversa da quella della tribù primitiva manca però una cosa importantissima, ovvero il consiglio degli anziani che vegli sulle loro prove e che possa trarli d’impaccio quando la situazione si complica.
Ma se le cose stanno davvero così, non sarebbe il caso di ammettere che i nostri giovani, che etichettiamo nei modi più svalorizzanti senza neppure provare a capirli, sono alla disperata ricerca del loro rito perduto e non possono neppure contare sul consiglio degli anziani?
Non sarebbe il caso di aiutarli a strutturare il loro rito affinché sia efficace, pericoloso quel che basta senza mandarli allo sbando?
Se ci limitiamo alla visione antropologica, il rito di iniziazione ha una complessa natura sociale e religiosa, attraverso il quale la tribù, nella persona degli anziani a ciò preposti, realizza l’ingresso degli adolescenti nella vita completa del gruppo conferendogliene tutti i diritti e imponendogliene tutti i doveri. Ma nella nostra società anche questo aspetto diventa difficile da realizzare: gli adulti provano senza convinzione a imporre doveri ai giovani e al contempo gli negano i diritti essenziali. Solitamente un rito d’iniziazione include un processo guidato dove coloro che stanno al più alto livello della gerarchia guidano l’iniziato attraverso un processo di incremento di conoscenza ma nella tribù globale pare che questa conoscenza non appartenga ad alcuno.
L’iniziazione è presente come concetto in quasi tutti i gruppi culturali, sebbene con alcune differenze di applicazione, spesso durante questi riti viene impressa la mascolinità e alla ragazza la femminilità. È consigliato a ognuno parteciparvi affinché sia considerato pienamente membro della tribù. L’iniziazione è ritenuta una procedura di fondamentale importanza perché aiuta a costruire il rispetto negli adolescenti e li prepara a essere ottimi mariti e ottime mogli.