La “sana” distanza

Due-riccidi Nicla Vozzella

Nella relazione di coppia bisognerebbe imparare dai porcospini della favola di Schopenhauer (1): “mantenere una ‘moderata’ distanza”; invece, tendiamo ad annullarla e ad annullare le differenze per adeguarci alle esigenze di chi vive con noi, senza renderci conto che questo è il modo più rischioso per vivere una relazione. L’altro, infatti, se non ha più nulla da scoprire in noi, oppure se comincia a vederci diversi da come gli siamo piaciuti, perde interesse e si allontana.

Quando ci si innamora di qualcuno è normale cercare di costruire un’unità fusionale in cui i contorni fra noi e il partner si perdono. Questa fase serve per definire il confine della nuova relazione e per separarla dal resto del mondo. È importante però, sapere che ciò non può funzionare a lungo; affinché una relazione cresca ed evolva, bisogna che a un certo punto i membri della coppia recuperino la propria individualità; questo non significa allontanarsi davvero, ma ritrovare se stessi confrontandosi con l’altro senza perdersi in lui/lei.

L’altro non è il porto sicuro
Purtroppo il ritmo di vista frenetico, le giornate scandite dal lavoro e dagli impegni fuori casa spingono a cercare nell’altro l’approdo sicuro: il luogo dove adagiarsi e perdersi. Se questo, sulle prime, è molto gratificante e dà un senso di protezione e sicurezza, a lungo andare, finisce per dare il partner per scontato: ci si abitua a vederlo/la, diventa il nostro confidente e il nostro più intimo amico. Per stare con lui/lei, spesso, mettiamo in secondo piano le nostre amicizie e i nostri interessi. Mano a mano che la relazione procede, senza che ce ne accorgiamo, la nostra identità si modifica, perdiamo l’individualità e ci adeguiamo alle esigenze del partner; o meglio, a quelle che pensiamo siano le sue esigenze, perché spesso tendiamo a interpretarle senza conoscerle davvero. Invece, il partner ci aveva scelto proprio perché eravamo altro da lui/lei e così rischiamo di non piacergli più. Anche la curiosità sessuale verso di lui/lei alla fine scompare. La sintonia con il partner è importantissima sotto alcuni aspetti (la comunanza di valori, la sensibilità, l’ironia), ma se non viene integrata da una buona dose di autonomia, che si rivela anche nella gestione della quotidianità e nelle cose pratiche, si corre il rischio di doversi separare per ritrovarsi. Può essere molto disorientante scoprire che ci siamo così tanto adeguati all’altro, che non solo non ci riconosciamo più ma neppure l’altro sa più ritrovare in noi ciò che lo aveva fatto innamorare. Perciò, l’unico “porto sicuro” su cui possiamo davvero contare è quello di essere noi stessi e di essere costantemente presenti alla nostra vita alle nostre esigenze. In questo modo, anche se ci scontriamo con l’idea, che abbiamo introiettato fin da piccoli, secondo la quale occorre “abnegazione” in amore (idea che, spesso, ci deriva da genitori per nulla o poco realizzati) in realtà, facciamo il bene nostro e dell’altro.

L’assenza di conflitti non è una garanzia
Per arrivare a non riconoscersi più non è necessario essere una coppia litigiosa, anzi, è più spesso la mancanza di conflitti a rivelare un adesione “rischiosa” alle esigenze dell’altro e una perdita di individualità. Le relazioni che funzionano senza grandi conflitti finiscono per annullare, in una simbiosi artificiale e pericolosa, l’identità e l’autonomia dei membri della coppia. Questa unione all’apparenza “perfetta” alla fine può rivelarsi una gabbia. E finisce che invece di accrescere l’amore per il partner e il desiderio di stare con lui, spegne la passione e fa venire voglia di scappare.
Non è detto, comunque, che le coppie che vivono una dimensione più conflittuale vadano incontro a minori rischi; infatti, anche se il litigio porta a rinegoziare, di volta in volta, il prosieguo della relazione, proprio perché la lite è comunque una piccola rottura che mette in gioco grandi dosi di aggressività, a lungo andare può rompere un legame di coppia. I partner della coppia conflittuale anche se sono riusciti a mantenere una propria individualità, per contro non riescono a trovare il modo di stare in insieme con equilibrio. Nella modalità conflittuale, inoltre, c’è un rischio altrettanto grande, quello di arrivare a perdere il rispetto dell’altro, a dirsi cattiverie che poi lasciano una traccia, non tanto come parole in sé, quanto piuttosto come emozioni che vengono sollecitate da frasi aggressive; per neutralizzare le mozioni negative che negli anni hanno accompagnato le liti occorre che i partner lavorino insieme, ma questa eventualità è difficile quando esiste troppa conflittualità.

Quale distanza fra i partner?
È evidente, quindi, che non esiste una “giusta” distanza data a priori valida per tutti; ciascuno ha bisogno di trovare il proprio modo di ricreare o di mantenere una “sana” distanza ed è importante che questa venga negoziata e condivisa consapevolmente da entrambe i membri della coppia. Ciò, al fine di evitare che un partner possa sentirsi escluso o rifiutato dalla ricerca di autonomia dell’altro. Il rischio, in questa situazione, è che il partner che ha bisogno di ritrovare la propria individualità si allontani e quello che non ne ha manifestato l’esigenza (ma che evidentemente ha la stessa necessità con una minore consapevolezza) si concentri su come “ricondurre a sé” il compagno in fuga. In tal modo si rischia di perdersi definitivamente; infatti, se un partner “scappa” e l’altro lo “rincorre”, anche se con modalità differenti,  stanno manifestando lo stesso bisogno: chi si allontana vuole riscoprire la propria autonomia; chi insegue non si rende conto d’averla persa e ha riposto nell’altro una parte di sé che ha, anch’egli, bisogno di ritrovare.
È importante in questi casi parlare di ciò che succede con il partner così da manifestare all’altro le proprie esigenze in modo che la situazione sia chiara e senza fraintendimenti. A tale scopo può valere la pena di farsi aiutare da uno psicoterapeuta esperto nella consulenza di coppia, che saprà normalizzare le emozioni dei partner ridimensionando le sensazioni negative e valorizzando quelle positive.

Dichiarare la crisi
Quando ci si accorge di essersi persi all’interno di una relazione; quando si scopre di non possedere più la propria individualità; quando fra noi e il partner viene a mancare il riconoscimento dei motivi che ci avevano portati l’uno nelle braccia dell’altro è necessario dichiarare la “crisi” (lo si può fare sempre con l’aiuto del terapeuta per evitare di ferirsi con frasi inadeguate). È importante provocare una rottura (non della relazione ma del modo di relazionarsi) perché solo dopo una rottura si può pensare di cominciare a ricostruire un nuovo modo di stare insieme. Prima però di ricostruire occorrerà aver ritrovato se stessi. In pratica, siccome è chiaro che continuando a percorre la strada intrapresa fin lì, si finirebbe col perdersi e col farsi attrarre da un nuovo partner che appare diverso, intrigante e che, non di rado, ci affascina proprio per gli stessi motivi per cui ci affascinava il nostro vecchio partner quando lo abbiamo conosciuto; è opportuno prendersi del tempo per ritrovare noi stessi e poi, eventualmente, rimettersi in cerca del partner.
È piuttosto difficile per due persone che non hanno grandi motivi di conflitto aprire una crisi, ma d’altra parte, spesso, finisce per essere l’unico modo per provare a ricostruire qualcosa in cui si credeva ma che, strada facendo, si è perso di vista. Indubbiamente, dichiarare la crisi e provare a risolverla costa fatica e sarebbe più facile chiudere la vecchia storia per aprirne una nuova, caricandosi di energie e di aspettative che credevamo di non possedere più. Ma, c’è un ma… Siamo sicuri di voler perdere tutto ciò che abbiamo costruito andando alla ricerca di qualcosa di nuovo, che potrebbe comunque finire nella stessa maniera e per gli stessi motivi?
Il fatto è che se non ci siamo messi in gioco per riaccendere il fuoco che, forse, ancora langue sotto alle braci della vecchia storia non è escluso che in un futuro una nuova storia, che oggi ci sembra più allettante, finisca per concludersi con le medesime modalità. Purtroppo l’essere umano lavora in “economia” e non ha interesse a modificare un proprio comportamento o a interrompere una coazione a ripetere se non si trova di fronte a una necessità; in questo caso, di fronte al rischio di perdere chi, forse, ancora si ama ma non riconosce più.

Una strada in salita
Per recuperare una situazione che può sembrare senza via d’uscita, proprio perché non ci sono grandi conflitti da risolvere ma solo una sensazione di malessere diffusa, è innanzitutto necessario sfatare un mito: in amore e nel sesso la spontaneità non esiste! Questo non significa che l’amore e la sessualità debbano essere costruite in modo artificioso, significa semplicemente che non basta l’attrazione iniziale per mantenere vivo un rapporto. Occorre, piuttosto, ripescare nel proprio intimo il motivo per cui quella persona, con la quale dividiamo il letto e la vita, ci era piaciuta e, cercando di eliminare tutte le sovrastrutture che con il tempo abbiamo costruito, provare a trovare nuovi motivi per amarla. Questi nuovi modi sono necessari perché le persone cambiano e anche se la relazione può reggere nel tempo le persone che la “abitano” non rimangono mai le stesse (sarebbe un guaio se succedesse). Per questo è importante trovare nuovi modi per declinare la relazione ma anche la sessualità. Ciò non significa basarsi su un artificio, ma significa procedere per tentativi e per errori. L’intesa che ci ha portati l’uno nelle braccia dell’altro/altra ha inevitabilmente il destino segnato se non saremo capaci di rinnovarla e di rimodellarla sulle nuove persone che siamo diventati. E anche se decidessimo di chiudere la vecchia storia e di orientarci su una nuova, dove l’energia è maggiore, a lungo andare ci troveremmo nella necessità di rinegoziare anche quella nuova intesa perché inevitabilmente ci scopriremmo nuovamente cambiati.
Si può anche pensare che forse si starebbe meglio per un certo periodo da soli, e questa scelta ha un suo senso, perché la concentrazione su di sé è quella che permette di ritrovarsi e poi di ripresentarsi all’altro. Tuttavia, possiamo anche sperimentare una separazione non allontanandoci troppo dalla storia; ovviamente questa strategia costa maggior difficoltà e appare una strada in salita, ma è anche quella che può far prevedere le maggiori possibilità di riuscita. È importante, infatti, “tenere d’occhio” (non per controllarlo ma con curiosità) l’altro e vedere come cambia mentre cerca se stesso, potremmo rimanere piacevolmente sorpresi scoprendo che riusciamo a ritrovare in lui/lei i motivi per cui ce ne siamo innamorati.
Il cammino per giungere a ritrovare nel partner ciò che ci aveva attratto non è facile e, soprattutto, non è breve. Il primo passo, comunque, resta quello di dichiarare la crisi: segnalare il malessere è il primo modo di porvi attenzione.
Poi, come si è detto, occorre mettere davvero un po’ di distanza con il partner: non è sempre necessario concedersi una separazione di prova, anche perché spesso, quando ci si ritorna a vivere da “single”, tutto diventa facile come per incanto! La separazione di prova, infatti, rischia di far incamminare i partner su strade diverse e, talvolta, molto distanti fra loro; poi, può diventare difficile, anche se non impossibile, trovare di nuovo un punto di incontro.
Per eliminare questo rischio dove la “cura” finirebbe per essere peggio della “malattia” si può cominciare a “vivere da separati in casa”: è una prova difficile ma se ben “giocata” può diventare una grande opportunità. All’inizio può risultare strano non contemplare più l’altro nelle nostre scelte, nei nostri progetti; tuttavia, sappiamo (perché lo vediamo) che l’altro è lì, che non se n’è ancora andato, che potrebbe farlo ma anche non farlo e, in ogni caso, concentrarsi su come trattenerlo non contribuirebbe a recuperare il rapporto; quindi è importante fare davvero come se si fosse già separati e vivere sotto lo stesso tetto ascoltando le emozioni profonde che proviamo e che, però, riguardano solo noi. L’altro, in questo momento, è solo il nostro coinquilino verso il quale ci piacerebbe, forse, tornare ma solo dopo aver rinegoziato i termini della relazione, in un’ottica di maggior autonomia personale e di un maggior ascolto delle proprie esigenze.

Frenare l’impazienza ed evitare le interpretazioni
La cosa più difficile da fare in queste situazioni è frenare l’impazienza. Se la storia è stata bella, se c’è ancora affetto e stima, viene spontaneo pensare che non ci voglia poi molto a ritrovare il fuoco della passione, ma purtroppo non è così e, soprattutto, i tempi dei due partner possono essere molto diversi. Uno potrebbe riscoprire che si è “perso” solo per un attimo o solo nell’ultimo periodo; mentre l’altro potrebbe essersi perso un po’ prima e quindi è importante che entrambi i partner abbiano la possibilità di rielaborare il proprio vissuto. Inoltre, ciò che può rendere i tempi dei partner molto diversi è il fatto che ciascuno di loro potrebbe essersi evoluto con un ritmo differente; oppure che al momento in cui la relazione è iniziata i due membri della coppia erano già a livelli evolutivi diversi (che sono stati momentaneamente “livellati” dall’innamoramento) e che pongono ciascuno davanti alla necessità di ritrovare il proprio posto e di porsi all’altro con maggiore consapevolezza.
In queste situazioni è fondamentale non avere fretta, perché sarà necessario scardinare tutti quegli automatismi che ci hanno condotto a perdere di vista l’altro e, ancora peggio, a perder di vista noi stessi.
Un consiglio che può rivelarsi utile sia nella fase di gestione della crisi, sia nella storia nuovamente consolidata, sia in una nuova storia è quello di evitare di interpretare l’altro. Ovvero, evitare di attribuire in modo arbitrario un significato ai comportamenti del partner. In particolare, durante la gestione della crisi è importante capire che non è detto che alcuni “riavvicinamenti” possano costituire davvero un passo verso la soluzione del problema; così pure non è detto che gli “allontanamenti” possano far volger la storia verso una rottura definitiva. Se avremo imparato ad assimilare questa elasticità, quand’anche la storia finisse, ci tornerà utile anche per una nuova relazione in cui entreremo con una maggiore “centratura” rispetto a noi stessi e rispetto al valore da assegnare ai comportamenti del nuovo partner.
Nella gestione della crisi ciascuno dei partner ha bisogno di sperimentare qual è la giusta, o meglio la sana, distanza che gli permette di mantenere la propria individualità pur rimanendo nella relazione. È un momento che richiede grande forza e pazienza da parte di entrambi, perché alcuni comportamenti potrebbero scoraggiare l’altro e indurlo ad abbandonare ogni ulteriore tentativo di risoluzione della crisi. In realtà sono proprio questi i momenti in cui è importante “tenere duro”, perché se si sarà capaci di mantenere, seppur labile, il filo che ancora unisce la coppia, sarà possibile giovarsi di un momento di crescita.

Allontanarsi per riscoprirsi
Potrà sembrare un gesto ostile, ma per gestire al meglio una crisi di coppia, imparando a mantenere la propria individualità, pur dividendo la vita con il partner è importante stabilire una certa distanza anche fisica (particolarmente difficile per una coppia che ha la tendenza alla fusionalità). Si potrà cominciare, magari, con il separare i letti, evitare di consumare tutti i pasti allo stesso desco, evitare le uscite in coppia che ci conducono a visitare i parenti la domenica o durante le feste “comandate”. Sarà inoltre importante ritrovare gli spazi per fare qualcosa che davvero ci piace da soli o con gli amici che, magari, avevamo messo un po’ in disparte durante la relazione. Purtroppo, infatti, non è facile trovare sempre un’intesa con gli amici del nostro partner o con i suoi parenti. E, nel corso degli anni di relazione, avremo sicuramente elaborato alcune strategie per far fronte a questa situazione: in alcune occasioni avremo fatto buon viso a cattivo gioco sopportando riunioni noiose; oppure avremo sacrificato il piacere di vedere chi non piace al nostro partner. Ma in questo modo, qualunque strada si sia scelta, avremo sacrificato un nostro desiderio sull’altare della pacifica convivenza e ciò non avrà giovato, comunque, alla relazione. Se, infatti, ci saremo “forzati” nell’incontrare qualcuno che non sopportiamo, il partner, che sente ciò che noi sentiamo, avrà percepito il nostro disagio e questo gli avrà impedito di sentirsi a proprio agio in compagnia. Se invece, avremo sacrificato un’uscita con gli amici per evitare di lasciare solo l’altro o di imporgli una compagnia non gradita, gli avremo fatto comunque un torto perché lo avremo privato della bella sensazione che si prova stando vicino a una persona che gode di una propria autonomia e che coltiva le proprie passioni scegliendo di fare qualcosa da solo/sola e, poi riscegliendo ogni volta di tornare dal partner. Inoltre, le esperienze che il partner fa in autonomia portano sempre un elemento di novità anche nella relazione. Per esempio, potremo raccontare al partner il film che abbiamo visto con un amico e invogliarlo ad andarlo a vedere per conto suo per poi discuterne insieme. Oppure, praticando uno sport da soli potremo vivere una sensazione fisica o un’avventura che potremo raccontare al partner. Potrà anche succedere che non si abbia voglia di fare il resoconto dettagliato della nostra esperienza, ma anche in questo caso la relazione ne beneficerà perché ci ammanteremo di un alone di mistero che giova all’autonomia personale e alla relazione con l’altro.
Dopo questa presa di distanza, potrà succedere che piano piano si provi nuovamente la voglia di condividere un’esperienza solo con il nostro partner, magari sarà un semplice aperitivo oppure una notte d’amore in uno chalet di montagna. Cerchiamo, però, di andare all’appuntamento con la stessa curiosità d’animo che avevamo ai primi incontri, magari evitiamo di uscire di casa insieme, diamoci un appuntamento in centro oppure all’imbocco dell’autostrada. Potremo così provare a rivivere l’emozione della scoperta e ci accorgeremo che il nostro partner nel frattempo è un po’ cambiato; la sua ritrovata autonomia sarà intrigante e riscoprire chi ci vive accanto sarà un’impresa affascinante. L’importante sarà non dare nulla per scontato e affrontare ogni esperienza senza aspettarci un esito o un comportamento prestabilito e, molto probabilmente, sarà la vita stessa a stupirci.

Quando ci sono dei figli
Se ci sono bambini il tentativo di recuperare la distanza fra i membri della coppia può complicarsi un po’ perché sarà indispensabile mettere in conto anche le esigenze dei figli; tuttavia, anche le relazioni famigliari beneficeranno di questa ricerca di individuazione di sé. Non dimentichiamo che ai bambini fa bene veder che mamma e papà hanno degli interessi e che li coltivano separatamente; così come fa bene veder che mamma e papà sono capaci di trovare del tempo per stare insieme come coppia senza interpretare sempre e solo il ruolo di genitori.
Se uscire separatamente per coltivare un nostro interesse, andare a cena con nostro marito o portare al cinema nostra moglie, affidando i piccoli a una baby sitter, può sembrarci un gesto egoistico, in realtà non è così; anzi, recuperando sia l’autonomia personale sia, in seguito, la dimensione di coppia e mostrando ai nostri figli che non viviamo esclusivamente per essere genitori, faremo loro un dono che li aiuterà da grandi a costruire delle relazioni in cui sarà possibile mantenere una maggior autonomia. Gli eviteremo così di dover imparare poi a uscire dalla dimensione fusionale che noi abbiamo costruito con loro e che loro finiranno riproporre a loro volte nelle loro relazioni future.
In ogni caso, è importante che i figli imparino, e possono farlo solo vedendo il nostro esempio, a mantenere una propria autonomia nelle relazioni e, allo stesso tempo, a trovare sempre spazi da dedicare alla cura della relazione stessa.
Non è facile comportarsi così, soprattutto, perché a nostra volta probabilmente non avremo avuto l’esempio dei nostri genitori (altrimenti lo avremmo imparato a nostra volta); per cui ora tutto sembra più difficile perché bisogna acquisire modalità di comportamento che non conosciamo. In questo senso, neppure la relazione genitoriale può ammantarsi di spontaneità; così come tutte le altre, infatti, va costruita per tentativi ed errori.
Va detto, comunque, che durante questo periodo utile per creare la distanza, che potrà anche essere lungo, i nostri figli ci vedranno assumere nuovi comportamenti, ci vedranno uscire senza il loro papà o la loro mamma, e potranno allarmarsi e chiederci spiegazioni; non sarà necessario raccontare loro i nostri problemi di adulti, basterà rassicurarli sul fatto che mamma e papà amano fare delle cose anche da soli, così come loro amano farle con i loro amici senza mamma e papà e che questo, comunque, non toglie nulla al bene che mamma e papà si vogliono e che vogliono ai loro figli. Sarà importante che questo discorso venga fatto da entrambe i genitori e che si sia convincenti mostrando di crederci. I bambini, infatti, leggono sui nostri volti anche ciò che non diciamo e se li stiamo ingannando faremo loro un doppio danno: non gli insegneremo a essere autonomi nelle relazioni e nemmeno a essere sinceri; inoltre, metteremo in dubbio la loro amabilità perché è questo l’effetto che sortiscono le bugie dette ai bambini. Non dimentichiamo, infatti, che con le parole giuste ai bambini (e anche agli adulti) si può dire sempre la verità: essere credibili per noi e per loro è una delle prime responsabilità che si assumono con il compito genitoriale.

Centrarsi su di sé
L’unico modo che abbiamo, o meglio quello che potrebbe funzionare di più, per ritrovare il legame di coppia è centrarsi su di sé. Sarà importante ritrovare il piacere di essere noi stessi senza farci condizionare dai desideri del partner. Paradossalmente, questo allontanamento dall’altro, porterà non solo noi stessi verso il recupero della nostra autonomia, ma anche l’altro, probabilmente finirà con il riconoscerci per come gli siamo piaciuti all’inizio della storia e, se ciò accadrà, vi saranno buone probabilità che la relazione si rinvigorisca. Questo nuovo vigore, però sarà ritrovato su un nuovo piano, un piano davvero paritario dove si sceglie quotidianamente di stare con il partner senza adagiarsi su abitudini e ritualità datate e poco spontanee perché condizionate dalle esigenze dell’altro, che comunque terranno conto e rispetteranno le vere necessità. Riguardo poi a ciò che desidera l’altro, occorre dire che molto spesso questo fantomatico desiderio non è stato espresso, ma deriva da un’interpretazione che noi abbiamo dato a un silenzio del partner. Questi malintesi costituiscono un grosso rischio per la relazione perché è importante sapere davvero ciò che l’altro vuole e desidera per verificare se c’è ancora la disponibilità a condividere la vita insieme. Ma il desiderio altrui può essere conosciuto solo per esternazione del diretto interessato senza affidarsi a interpretazioni di gesti e di silenzi.
Il silenzio, le aspettative non espresse, le frustrazioni rinnegate lavorano sotterraneamente e corrodono le fondamenta della relazione; creano malumori, a loro volta inespressi, e danno origine a risentimenti verso i quali si finisce per sentirsi in colpa. Per evitare tutto ciò è fondamentale imparare a concentrarsi su di sé e ad ascoltarsi perché solo così potremo comunicare all’altro chi davvero siamo e cosa vogliamo. A quel punto sarà l’altro a decidere se è ancora possibile trovare uno modo per condividere la vita.
È fondamentale che i membri della coppia imparino a esternare davvero dal profondo del cuore i loro desideri e le loro aspettative, e non si facciano condizionare dal timore di ferire l’altro, pur affrontando gli argomenti con rispetto e sensibilità (anche in questo caso può essere utile fare le esternazioni sul terreno neutro dello studio di un terapeuta di coppia). Evitando di dire “Questo non mi piace, non farlo”, oppure “Questo non mi piace non lo faccio” si finisce per fondare lo stare insieme sulla frustrazione. È meglio piuttosto fondare lo stare insieme sulla leggerezza e sulla possibilità di fare delle scelte, ma anche di non farle, ascoltando ogni volta la sensazione che questi comportamenti ci rimandano. La leggerezza, a patto che non sia superficialità radicata, piace a chi ci sta intorno e oltre a dare un senso di libertà a noi stessi offre anche la possibilità all’altro di sentirsi libero di dire ciò che davvero desidera.

Il successo non è garantito
Quanto detto fin qui, ovviamente, non può garantire il successo e la ricomposizione di una frattura nella relazione, è solo il modo che tutto sommato offre maggiori opportunità di ritrovare il piacere dello stare insieme.
In tutte le situazioni di crisi, infatti, ciò che conta davvero è saper cogliere l’opportunità di una evoluzione. Se la crisi non ci spinge a modificare un nostro comportamento e a migliorarci allora è un inutile dispendio di risorse. La soluzione di una crisi, in ogni caso, dipende sempre da entrambe le persone coinvolte nella relazione, e non è detto che ci si possa trovare entrambi, nello stesso momento, sulla stessa lunghezza d’onda. Allora, a volte, chi soffre può volere chiudere la storia subito ed evitare di procrastinare un momento che teme possa arrivare comunque, cioè la rottura definitiva. Anche in questo senso è importante non darsi limiti e non essere impaziente, perché così come non è detto che soffrire subito eviti davvero una sofferenza più avanti, non è altrettanto detto che il futuro non possa stupirci e risparmiarci il dolore che tanto temiamo. È importante rimare aperti alle possibilità della vita e accettarne gli eventi come occasioni di crescita, che se sono inevitabilmente dolorose possiedono altrettanto inevitabilmente valenze positive.
Comunque vada a finire la storia con il partner, avremo imparato a gestire le difficoltà e gli imprevisti; ma soprattutto avremo imparato a non perdere di vista noi stessi in una relazione e questo è un insegnamento che nessuno potrà mai toglierci e che ci sarà utile per il futuro.
Ciò che ciascuno di noi potrebbe domandarsi quando si trova in una situazione come quella sopra descritta è: “Perché ritroviamo noi stessi quando perdiamo o quando rischiamo di perdere chi amiamo?” La risposta a questa domanda merita una profonda riflessione perché da essa dipende il nostro futuro relazionale… con chiunque esso sia.

1) LA FAVOLA DEI PORCOSPINI
Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
(A. Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, II, 2, cap. 30, 396)