A scuola, l’affettività è una risorsa

di Nicla VozzellaInsegnanti e allievi

Quante volte abbiamo sentito dire che non tutti gli studenti possono farcela, che non tutti sono egualmente dotati, che per portare avanti la classe è fisiologico che qualcuno rimanga indietro. Ma cosa succederebbe se si considerasse la componente affettiva dell’insegnamento? Si potrebbero far raggiungere a tutti gli studenti gli stessi obiettivi? Ne abbiamo parlato con Maria Martello, docente di Psicologia e Rapporti Interpersonali presso l’Università Cà Foscari di Venezia, e con due insegnanti di scuola elementare che hanno seguito i suoi corsi di formazione: Serena Fiorani e Lorita Puccetti.
Occorre premettere che il settore dell’insegnamento è solo uno dei molti settori in cui l’attenzione alla relazione è necessaria. La professoressa Martello, per esempio, conduce stage di formazione per avvocati, magistrati, manager d’azienda, psicologi e pedagogisti, perché l’aspetto affettivo della relazione coinvolge in modo trasversale ogni settore. Ed è sempre lei a utilizzare una bella metafora per riferirsi alle potenzialità di una classe di allievi: “Gli studenti sono come la tastiera di un pianoforte: ogni tasto corrisponde a una nota inconfondibile, che è la caratteristica di ciascun individuo. Se l’insegnante vuole suonare il pianoforte deve rispettare le caratteristiche di ogni tasto, solo così raggiungerà l’armonia. Ma per farlo, è prima di tutto l’insegnante che deve cercare di essere coerente con se stesso”.

Una reazione al “buonismo”
Molte sono le voci che si levano a sostegno dell’importanza della componente affettiva nelle relazioni. Spesso, però, questo argomento è affrontato in chiave buonista, operando una razionalizzazione dell’amore: ci crediamo amorevoli, ma solo su un piano teorico. Declamare un’idea senza viverla, aspettandosi che sia l’altro ad “agirla” non porta a una vera comprensione di chi ci sta di fronte.
“La razionalità porta alla formulazione di teorie che rassicurano perché danno l’illusione dell’immutabilità – spiega Maria Martello – Sperimentando l’affettività si comprende che l’altro è inafferrabile: è un modo per conoscere anche il proprio limite. L’affettività insegna che non c’è un torto distinto dalla ragione e quindi insegna la compassione”.
Per essere validi insegnanti non si può essere “semplicemente buoni”, occorre anche il rispetto delle regole perché queste aiutano gli studenti a crescere. Tuttavia non si può non tener conto delle dinamiche psicologiche che intervengono: l’insegnante ha il suo ruolo e i suoi compiti da svolgere, ma non può dimenticare la sensibilità dello studente e soprattutto, non può procedere con il suo metodo senza confrontarsi con ciò che gli studenti gli rimandano. Bambini e adolescenti, come tutti gli esseri umani d’altronde, cercano la valorizzazione e ciascuno la cerca a suo modo: è questo che l’insegnante deve avere ben presente quando progetta la formazione.

 

Non reprimere il conflitto
È inevitabile che in una situazione in cui una delle due parti esercita un potere (l’insegnante, così come il genitore, lo possiede e lo esercita sul giovane), si creino dei conflitti. Anche il conflitto, però, può diventare una risorsa purché non sia represso, ma sia compreso.
“Per governare anche le emozioni che riteniamo più conflittuali – dice Maria Martello – è importante innanzitutto riconoscerle e accettarle come una parte di noi”.
L’insegnante spesso si trova ad accogliere la rabbia dei propri studenti, ma anche questa emozione può trovare comprensione: reprimerla serve solo ad aumentarla e lo sanno bene quegli insegnanti, ma anche quei genitori, che ingaggiano estenuanti lotte di potere volte a reprimere invece che accogliere le emozioni negative e che poi finiscono solo per trovarsi senza energie: dal punto di vista educativo, non hanno applicato alcuna strategia valida.

Quando gli studenti sentono di potersi aprire con l’insegnante (spesso ritengono questa figura una valida alternativa all’incomprensione famigliare) raccontano vere e proprie tragedie. Compito dell’insegnante, quando non ha gli strumenti reali per intervenire, è riuscire a stare accanto anche a una tragedia sapendo che non può fare nulla. È come avviene nelle tragedie greche: l’ascolto della disgrazia altrui è corale ma non è possibile risolvere i problemi al posto dell’altro. Così l’insegnante a volte deve fare i conti con questa sua impotenza e limitarsi a stare accanto allo studente e mostrargli di comprendere il suo dolore dandogli con l’amore la forza di affrontarlo.

“Ogni volta che incontro i conflitti devo ripropormi di tacitare la voglia di riparare, di togliere dolore all’altro – dice Maria Martello – Se agissi d’istinto farei un danno all’altro perché gli impedirei di trovare le proprie soluzioni. Però, bisogna riconoscere che più si ama una persona più è difficile stargli accanto mentre soffre; eppure occorre trovare il coraggio di farlo”.

La “rete” umana
È  come se tutti gli esseri umani fossero in contatto fra di loro: c’è una specie di rete umana che collega le azioni dell’uno a quelle dell’altro. “Se attivo l’istanza amorosa, posso sollecitarla anche nell’altro che si sente compreso e magari non la mette in pratica con me, ma lo fa con altri – spiega Maria Martello – Bisogna provare per credere: ciò che viene messo in circolo prima o poi ritorna; e torna da persone diverse perché esiste una connessione fra le relazioni umane che produce effetti positivi esponenziali. Gli esseri umani vivono in una rete di rapporti che va al di là delle persone che effettivamente riusciamo a raggiungere con le nostre azioni”. Se dunque nella scuola si aiutassero gli studenti ad attivare queste risorse, e lo stesso si facesse con i colleghi insegnanti, si potrebbe modificare considerevolmente la sensibilità collettiva.

Se il “dare” è malato
Dare amore non va inteso tout court come un dare così, tanto per farlo. Capita, infatti, che alcune persone manifestino un dare malato: succede quando sono molto concentrate sul loro dare, ma non assumono mai l’apertura al ricevere.
“Chi ama non cerca di soffocare l’altro, cerca piuttosto di far emergere tutte le energie vitali che l’altro possiede – puntualizza Maria Martello –È un paradosso: più amo, meno agisco e meno parlo, perché così do all’altro lo spazio per esprimersi”.
La relazione è fatta di uno spazio da condividere: occorre non occuparne troppo per garantire all’altro la libertà di muoversi. Se lo studente si trova sommerso dall’amore e dalla tenerezza può trovare le stesse difficoltà a esprimere se stesso, così come succederebbe se fosse trascurato. Se l’amore è malato agisce al posto dell’altro, nega lo spazio dell’altro, soffoca e inibisce.
“La valorizzazione dell’altro è lo scopo dell’insegnamento – interviene Serena Fiorani – si cerca di dare gli strumenti anche affettivi ai bambini per fargli capire che ce la possono fare, per renderli autonomi e poi stargli vicino e osservarli nei loro progressi. Ma guai a fare le cose al posto loro”.

Il racconto di un’esperienza
“Ho sempre cercato d’agire valorizzando le potenzialità dell’altro – racconta Maria Martello – Ero l’insegnante di sostegno di un ragazzo cieco, ma non lo era dalla nascita per cui non aveva ancora sviluppato tutta quella serie di strategie che attua chi deve supplire alla mancanza di un senso con gli altri quattro. Questo ragazzo, di 14 anni, aveva intorno a sé molte persone che si sentivano gratificate nell’aiutarlo. Facevano a gara per rispondere con premura a ogni sua esigenza. Io, invece, mi sono domandata come poterlo aiutare a essere autonomo. Ho pensato a come avrebbe potuto, ad esempio, instaurare da solo una relazione con una coetanea finché avesse avuto intorno a sé persone che erano disposte ad agire al posto suo. Ho capito che non avrebbe potuto acquisire un’autonomia psicologica senza acquisirne prima una fisica. Allora, con un lavoro complesso di coordinazione degli altri insegnanti ma anche dei genitori che lo continuavano a casa, decisi di aiutare il ragazzo a muoversi da solo, almeno all’interno dell’istituto scolastico. Dovevo sforzarmi di non mostrare la mia preoccupazione, che pure esisteva. Sarebbe stato più facile, per me e per lui, chiedere a un altro studente di accompagnarlo, ma non sarebbe stato più utile. Il cuore mi batteva forte e cercavo di governare l’ansia che provavo. Ho accettato questo sforzo e anche lui il suo: così ha imparato, passo dopo passo. È diventato autonomo nel movimento e poi nella vita. Ora è laureato, sposato e ha un ottimo lavoro”.
In ogni caso, non solo di fronte alla disabilità, l’obbligo di un insegnante è quello di mettere in condizioni lo studente di attivare le proprie risorse: l’insegnante le intravede e chiede allo studente lo sforzo di attivarle.

Nessuna strategia predefinita
Non esistono regole che possano essere trasmesse all’insegnante perché vengano attuate in determinate situazioni. Così come ogni persona è diversa dall’altra, anche ogni situazione lo è. Tuttavia, una regola valida esiste sempre: agire con coerenza facendo ciò che si è in grado di fare, lasciarsi guidare dall’amore per l’altro ma anche dal proprio limite.
“Nei corsi di formazione agli insegnanti non propongo regole o tipiche strategie d’intervento – spiega Maria Martello – Devo lavorare molto su me stessa e questo mi porta a vedere quanto è difficile essere coerente; quindi mi immagino come può esserlo per chi affronta questi argomenti per la prima volta verso i ragazzi, in particolare gli adolescenti, che vivono un periodo carico di contraddizioni. Dunque è questo che propongo agli insegnanti: lavorare su loro stessi e cercare d’essere coerenti, accettando anche i limiti personali”.
Per gli studenti anche un solo insegnante capace di approcciare la classe comportandosi in modo coerente, fissando regole e facendole rispettare, ma anche valorizzando ciascuno, costituisce un incontro prezioso. Un insegnante capace di comportarsi così trasmetterà alla sua classe molto più della materia che gli appartiene. Insegnerà agli studenti, con l’esempio, a distinguere fra chi lo valorizza e chi gli tarpa le ali, fra chi lo comprende e che lo soffoca.

Le resistenze che mettono in fuga
Apparentemente questo modo “illuminato” di formare gli insegnanti trova molta accoglienza; però, nel momento in cui si destabilizza la linea educativa di un docente, cominciano le resistenze alle quali segue spesso la fuga. “È importante che la formazione sia permanente e non relegata in un breve corso di aggiornamento – avverte Maria Martello – Se l’adulto ha un momento di defaillance mentre lavora su sé stesso, io lo posso recuperare facendogli elaborare il suo smarrimento; se invece scappa non c’è più modo, a meno che non decida da solo di tornare”.
Sia la formazione in generale sia quella degli insegnanti, in particolare, dovrebbe consentire il recupero del soggetto che è fuggito: infatti, chi si è “sottratto” a un lavoro di questo tipo, quando torna è “rancoroso” perché ha assaporato la validità del metodo ma è travolto dalla paura di fallire.
I corsi di aggiornamento tradizionali non mettono in scena questo tipo di dinamiche; puntano sulla competenza perché è più controllabile; e questo rassicura. Ma nelle relazioni educative interviene anche l’affettività. Approfondire questo aspetto, però, destabilizza perché richiede un’importante messa in gioco e il risultato sfugge al controllo.

L’approccio del formatore
Bisogna precisare che gli stage organizzati dalla professoressa Martello sono sempre interprofessionali perché la mediazione coinvolge tutti i settori (famiglia, scuola, lavoro, società, etc). “Anche di fronte a gruppi omogenei in ambito lavorativo, io dichiaro che non sono lì per loro in quanto professionisti, ma per loro come persone – precisa l’esperta – Già da questa mia impostazione parte un messaggio importante: mi relaziono con te come persona e così farai anche tu con il tuo interlocutore, al di là della professione che svolgi. Nell’ambito scolastico non è possibile insegnare strategie o quant’altro: ciò che faccio è mettere in condizioni l’insegnante di generare le risposte giuste in sintonia con lo studente che ha davanti”.

La fiaba per coinvolgere
I corsi di formazione affrontano spesso alcune tematiche con l’ausilio di racconti, storie, aneddoti che consentono a ciascuno nel leggerli di ritrovarvi una parte di sé. I racconti sono metafore che ciascuno legge secondo un significato che gli è proprio ed è anche questo che contribuisce a individuare il proprio metodo personale, perché la fiaba comunica con il profondo e consente di cogliere anche l’essenza profonda dell’altro.

L’opinione di chi ha seguito i corsi
“Per me il corso della professoressa Martello è stato come vedere accendersi un faro perché tutto ciò che ho trovato nelle sue parole io l’avevo ‘clandestinamente’ sentito dentro di me – esordisce Serena Fiorani, una delle insegnanti che abbiamo coinvolto – È stato come vedersi aprire una finestra e respirare per la prima volta, poter dire ciò che avevo sempre sentito, a voce alta. Finalmente si è posta l’attenzione su un aspetto completamente trascurato. Io lavoro nella scuola e apprezzo i suoi seminari proprio perché sono ad ampio raggio, perché mi aiutano anche in altre relazioni, ad esempio, con le colleghe. Purtroppo in ambito scolastico il ruolo privilegiato spetta all’istruzione. L’importante è che una persona sappia benissimo le scienze, l’italiano e la storia, possibilmente con tutte le date. Allora si liquidano i ragazzi dicendo ‘quelli che non ce l’hanno fatta è perché non potevano arrivare’. Quella di Maria Martello è una voce fuori dal coro perché dà modo di vedere sotto un altro aspetto non solo la scuola, ma tutti i rapporti. I sui corsi sono innovativi perché richiedono coraggio e grinta, perché non è semplice affrontare un tema nuovo e non molto popolare, perché se è popolare la razionalizzazione del tema è comunque difficile affrontarlo in profondità e in prima persona”.

Alla Fiorani fa eco l’insegnante Puccetti: “Molti corsi di formazione sono centrati sulle competenze ma tralasciano l’affettività. Nell’insegnamento prima di tutto dovrebbe venire il bambino come persona, poi ciò che gli si può insegnare. Ogni bambino ha la sua personalità e i suoi disagi, che devono essere capiti: solo dopo aver compreso questo ci si può preoccupare dell’apprendimento. Inoltre, attraverso la disciplina deve anche passare un approccio che valorizzi le capacità del bambino.
L’aggiornamento con la professoressa Martello ci ha spiazzato perché non sono occorsi i block notes, ma si è lavorato suoi giochi di ruolo; sono stati indagati anche tutti i momenti di silenzio. È stato fatto tanto lavoro a casa perché bisognava elaborare ciò che succedeva al corso. Alcuni giochi di ruolo hanno fatto emergere il nostro dolore. È stata un’esperienza molto arricchente. I tradizionali corsi di aggiornamento lasciano tutto come era prima, mentre questo corso ci ha cambiate perché ci ha insegnato ad andare incontro all’altro; senza contare che, nell’incontro dell’altro c’è anche una parte di noi stessi ed è così che si cresce: rimettendosi in gioco”, conclude l’insegnante.

Una risorsa per tutti i settori
“La rivoluzione che si può attuare con questo tipo di corsi è epocale ed è trasversale alle varie discipline – afferma Maria Martello – Ad esempio, in campo giuridico, questo approccio sta cambiando la filosofia del diritto perché è lo stesso diritto ad affermare che si debba andare al di là della giustizia riparativa, per attuare una mediazione preventiva: che anticipi la degenerazione del conflitto. Lo stesso avviene nella medicina perché il rapporto fra medico e paziente deve tener conto delle valenze psichiche della malattia. Ma anche nella stessa azienda sanitaria le relazioni interpersonali sono importanti: medico e infermiera, medico e primario, e direttore sanitario. Non ultimo è il discorso del mobbing dove la causa di tutto è un conflitto mal gestito. La sfida che sto lanciando è plurale ed è alta, ma ci credo molto. Questo è il mio modo di intendere la relazione”.
In effetti non c’è ambito umano in cui le emozioni non facciano da perno alle relazioni che, se mal gestite, tolgono energia. Questa stessa energia, se non viene dissipata, può essere impiegata nel lavoro: infatti, spesso si dimostra che dove non c’è conflitto il rendimento migliora… anche del doppio.
Tutti siamo carenti di competenze nella gestione delle relazioni. Fare il test è semplice, basta chiedere quanti abbiano seguito un corso per affrontare il tema dell’intelligenza emozionale e di educazione alla relazione.

Per saperne di più
Maria Martello “Oltre il conflitto”, Giuffrè, 2003, Milano
Maria Martello “Intelligenza emotiva e mediazione”, Giuffrè, 2004, Milano