Soffri di stipsi? Prova con le prugne

di Nicla Vozzella

Ciascuno ha il proprio ritmo e le proprie abitudini, ma in linea generale se l’evacuazione avviene a intervalli pari o superiori ai tre giorni si parla di stitichezza o di stipsi. Quando si soffre di questo disturbo è meglio non ricorrere ai lassativi, perché questi farmaci sono utili solo nei casi sporadici di stitichezza (dovuti magari a un cambiamento di clima); infatti, eliminano solo il sintomo e lasciano inalterate le cause. Il problema, invece, si risolve cambiando lo stile di vita e le abitudini alimentari: riducendo lo stress e la sedentarietà e introducendo nella dieta cibi ricchi di acqua e di fibre.
Se per cambiare le proprie abitudini occorre tempo, un rimedio pressoché immediato alla stipsi esiste: mangiare una prugna a digiuno prima di ogni pasto principale per due o tre giorni consecutivi.

Un problema che si autoalimenta   
Quando la digestione funziona bene il cibo dalla bocca, dopo la masticazione, passa allo stomaco dove viene parzialmente digerito (diventa il bolo); dallo stomaco arriva all’intestino tenue e subisce un’ulteriore digestione (diventa il chimo). Infine, il materiale digerito arriva nelle seconda parte dell’intestino, il crasso, dove viene riassorbita l’acqua e dove si formano le feci.
In situazioni normali il transito intestinale, che impiega dalle 26 alle 34 ore, è agevolato dalle fasce muscolari che avvolgono ad anello tutto il tubo digerente e che producono un movimento simile a un’onda detto contrazione peristaltica. Questi movimenti ritmici hanno lo scopo di rimescolare il materiale digerito e di farlo progredire fino all’alvo (dove si accumulano le feci). Anche la flora microbica, che vive abitualmente nell’intestino, ha un ruolo importante perché è capace di fermentare gli zuccheri presenti nei cibi e di produrre un gas che serve come propulsore per spingere le feci verso l’alvo.
Le persone che soffrono di stitichezza hanno una ridotta motilità intestinale che rallentata la progressione del materiale digerito. A causa di questo rallentamento le feci ristagnano nell’intestino causando la proliferazione di batteri nocivi che distruggono la flora microbica amica. Inoltre, la stagnazione del materiale di scarto, per tempi superiori a quelli normali, irrita le pareti intestinali che tendono a reagire a questo stato con spasmi. Infine, poiché nell’ultimo tratto dell’intestino viene riassorbita l’acqua in eccesso, il materiale fecale subisce una forte disidratazione; aumenta così la sua durezza e si riducono le sue dimensioni. E, quando il volume delle feci è troppo scarso non può generare lo stimolo all’evacuazione. La stipsi è dunque una disfunzione che si autoalimenta e proprio per questo è importante risolverla con tempestività.

L’utilità del frutto
La stitichezza si cura con la prugna che migliora la motilità intestinale e facilita l’emissione delle feci. Il frutto, infatti, contiene difenilsatina, una sostanza che stimola la peristalsi favorendo il transito del materiale digerito. Ma non solo. Nella prugna sono presenti anche le fibre che, non essendo digeribili, concorrono ad aumentare il volume fecale sollecitando così lo stimolo all’evacuazione. Una fibra in particolare, la pectina, è molto preziosa perché è in grado di inglobare e trattenere l’acqua contenuta nei cibi e di formare una specie di gel che rende morbida la massa fecale facilitandone l’eliminazione. Inoltre, nella prugna sono presenti in buona quantità il potassio e il calcio, due minerali che favoriscono la contrattilità muscolare e quindi sollecitano ulteriormente la peristalsi. Infine, l’elevato contenuto di zuccheri (glucosio, fruttosio e saccarosio) del frutto fornisce il nutrimento alla flora microbica intestinale che, grazie alle sue capacità di fermentazione, produce quel gas necessario alla propulsione delle feci favorendone l’espulsione.

Indispensabile l’acqua
Senza un adeguato apporto quotidiano d’acqua la stipsi non migliora. Per garantire la corretta funzionalità intestinale bisogna introdurre, oltre ai liquidi presenti negli alimenti, anche un litro e mezzo di acqua al giorno; tale è, infatti, la portata di filtraggio, nell’arco della giornata, dell’intestino crasso. Quando i liquidi introdotti non sono sufficienti vengono riassorbiti anche quelli presenti nel materiale fecale, che si disidrata in modo eccessivo e si solidifica creando problemi e dolore durante l’evacuazione.

Quando evitare il frutto
Esistono rari casi di stipsi in cui non c’è una scarsa motilità anzi, paradossalmente, l’intestino è così contratto da impedire la fuoriuscita delle feci. È il caso della cosiddetta colite spastica. In questi casi, valutabili con il medico, è meglio evitare l’assunzione di un frutto che tende ad aumentare la contrattura della muscolatura intestinale. Questa stitichezza, però, a differenza di quella causata da scarsa motilità, è accompagnata da forti dolori durante i quali si ha la sensazione che l’intestino di attorcigli. Un rimedio per questo disturbo è l’infuso di camomilla. È sufficiente utilizzarne una bustina preconfezionata, una o due volte al giorno, con regolarità.

Protegge i vasi e depura la pelle
Mangiare prugna, oltre a dare sollievo alla stipsi, garantisce anche altri benefici. Il frutto, soprattutto nella buccia, contiene una buona dose di flavonoidi e di antociani, potenti antiossidanti, che neutralizzano i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento dei tessuti. Queste sostanze sono anche utili per proteggere e rinforzare le pareti dei vasi sanguigni perché danno tono ed elasticità. Inoltre, grazie al contenuto di vitamina C e di retinolo la prugna serve per normalizzare le secrezioni sebacee della pelle; la si può, addirittura utilizzare come maschera di bellezza. Basta frullare 6 prugne secche denocciolate e miscelarle con alcune gocce di olio di mandorla. Questa crema, lasciata in posa sul viso e sul collo per una ventina di minuti (eliminandola poi con acqua di rose o con acqua distillata), restringe i pori dilatati e decongestiona eliminando i rossori.

Ritualizzare la “seduta”
Oltre a una buona funzionalità intestinale è importante ritualizzare il momento dell’evacuazione dedicando almeno un quarto d’ora al tentativo di espletare la funzione, non solo prendendo l’abitudine di andare in bagno sempre alla stessa ora, anche in assenza dello stimolo, ma anche assumendo una posizione corretta in modo che la muscolatura sia facilitata nel “rilascio” piuttosto che nella “ritenzione”. Evitare quindi la seduta ad angolo retto, meglio inclinarsi in avanti tenendo le ginocchia leggermente divaricate: la posizione ideale sarebbe quella accovacciata, che sfutta anche la forza di gravità. Conviene non sforzarsi se, trascorso il quarto d’ora, l’evacuazione non avviene. Ed è altrettanto importante non prendere l’abitudine di inibire lo stimolo che giunge in un momento inopportuno. Ritualizzare significa fissare un appuntamento quotidiano che deve essere in ogni caso rispettato. Il momento più adatto potrebbe essere al mattino appena svegli oppure alla sera prima di coricarsi. Ma anche dopo uno dei pasti principali, quando le contrazioni peristaltiche si fanno più intense e compare un maggior stimolo a liberarsi: è il cosiddetto riflesso gastro-colico che si attiva con l’ingestione del cibo.

Le tante varietà del frutto
La prugna, detta anche susina, nasce dal Prunus un alberello che appartiene alla famiglia delle rosacee. I frutti sono tondi oppure ovali con polpa e buccia gialla oppure rosso violacea; la loro buccia è ricoperta da una sostanza cerosa, la pruina, che serve a proteggere la polpa dai parassiti e dagli agenti esterni. La specie più diffusa in Italia è la Prunus domestica e presenta numerose varietà: dalla rusticana, di piccole dimensioni e di colore giallo-rosso, alla shiro o goccia d’oro, con buccia e polpa di colore giallo traslucido e, ancora, dalla santa Clara rosso-violacea adatta alla conservazione sottospirito, alla sugar dolcissima e indicata per l’essiccamento; mentre la regina Claudia, di colore verde-giallognolo, si presta bene a essere sciroppata. Il periodo in cui sono presenti maggiori varietà del frutto è quello compreso fra giugno e agosto.
Un’avvertenza: attenzione al nocciolo della prugna perché contiene acido cianidrico, anche se il veleno è in piccole dosi, è meglio non ingerirlo.

Stipsi e affetti
Secondo la visione psicosomatica, la stipsi è un disturbo frequente in persone che hanno difficoltà a lasciarsi andare nelle relazioni d’amore, ma anche in quelle di amicizia e nella socializzazione più in generale. A giustificare questa “avarizia affettiva” sarebbe un senso di sfiducia nel prossimo. Trattenere le proprie feci assume quindi un’importante valenza simbolica: è come trattenere una parte di sé ed evitare di farne dono agli altri. Per comprendere come mai gli scarti alimentari possono risultare così “preziosi”, tanto da doverli “conservare”, occorre ripercorrere le prime fasi dello sviluppo psicologico dell’uomo. Nell’infanzia, infatti, non è insolito che la mamma si complimenti affettuosamente con il bambino dicendo: “bravo, hai fatto la cacca!”. Ed è frequente, quindi, che il bambino associ all’evacuazione una gratificazione rivolta all’adulto che lo accudisce. Ma se per qualche motivo a questo “scambio” si associa una valenza negativa, ad esempio, una sgridata oppure una punizione o ancora una frase del tipo “che puzza la tua cacca”; può succedere che il piccolo impari a “punire” l’adulto non gratificandolo più con il “dono” delle feci. Questa contorta strategia può ripresentarsi in età adulta e causare la stipsi. Può succedere, ad esempio, quando la persona si sente mortificata, ha scarsa fiducia nel prossimo o anche se fatica ad adeguarsi a nuove situazioni. Allora il vecchio meccanismo riemerge e l’unico modo per non essere feriti sembra essere quello di non dare agli altri nulla di sé, neppure le feci. Ecco quindi la “ritenzione” del dono simbolico, cioè una mancata evacuazione che, se diventa cronica, può causare la stitichezza.