Stress da lavoro, riconosciuto dall’Oms

di Nicla Vozzella

Il temine inglese burnout significa letteralmente “bruciarsi” ed è utilizzato per designare una sindrome, cioè un insieme di sintomi, che vengono causati o amplificati dallo stress che si vive a causa del lavoro. Il burnout era già noto da tempo, ma solo a fine maggio l’Oms l’ha riconosciuto ufficialmente. I più colpiti sono i professionisti della salute: medici e infermieri, sia perché stanno a contatto con la sofferenza altrui sovraccaricandosi emotivamente, sia perché i turni, che alterano i ritmi sonno/veglia, e gli orari prolungati di lavoro consentono pochi spazi per un adeguato recupero. Manifestano sintomi da burnout anche gli insegnanti che vivono spesso tensioni all’interno della scuola, soprattutto in contesti sociali difficili; i volontari che si occupano di persone con disagi; chi lavora nella relazione d’aiuto (psichiatri, psicologi, counselor, assistenti sociali). Possono ammalarsi di stress da lavoro anche persone che svolgono altre professioni e sono sottoposte ad ansia da prestazione prolungata come, per esempio, chi si occupa dei mercati finanziari; può “bruciarsi” per lo stress anche chi, più semplicemente, lavora con contratti a termine e deve continuamente dimostrare di meritarne il rinnovo. Va detto che la sindrome da burout può riguardare non solo chi si occupa degli altri per lavoro, ma anche, per esempio, i famigliari che accudiscono i propri cari per lunghi periodi di malattia.

Come riconoscere il problema
Sono molti i campanelli d’allarme che possono far presagire il rischio di burnout: possono aggravarsi disturbi preesistenti come difficoltà digestive, problemi gastrointestinali o a carico della sfera sessuale (calo della libido, per esempio); se il lavoro sottopone a turni possono insorgere alterazioni del ritmo sonno/veglia con conseguenti squilibri ormonali e metabolici; si possono poi manifestare disagi emotivi come aggressività o depressione. Se non si trova un modo per recuperare le energie, per scaricare la tensione, per “staccare la spina” il sovraccarico di stress che ne deriva può portare – nei casi estremi – anche alla depressione grave e al suicidio. Spesso l’assenteismo è l’esito più evidente, perché quando la persona prova disagio a recarsi sul posto di lavoro finisce davvero con l’ammalarsi per evitare di andarci.
In tutti i casi ne risente l’ambito relazionale, perché la persona in burnout vive sempre in allerta e diventa difficile condividere spazi emotivi con i propri cari.

Le fasi del burnout
La sindrome da burnout si instaura per gradi:

  • La prima fase è caratterizzata da un entusiasmo idealistico per il proprio lavoro, che spesso riguarda chi svolge professioni sanitarie, gli insegnanti, chi si occupa degli altri anche come volontario; inizialmente si investe molto emotivamente ed energeticamente nel proprio compito, ci si sente utili seguendo una sorta di spinta vocazionale.
  • Nella seconda fase compare una stagnazione, la persona comincia a non provare più soddisfazione per il proprio lavoro, o per il proprio compito se si tratta di un volontario, gli sforzi richiedono molta fatica e sembrano avere poca efficacia; ciò può accadere sia perché si lavora in strutture in cui il proprio impegno non viene riconosciuto, sia perché le persone di cui ci si occupa si aggravano o muoiono (si pensi per esempio ai medici e agli infermieri degli hospice oncologici).
  • La terza fase è la più critica: subentra la frustrazione, la persona oltre a essere demotivata cova del risentimento che si manifesta non di rado con aggressività sia verso gli altri (colleghi, pazienti, familiari) sia verso se stessi. In questo caso può comparire depressione, sino a giungere ad atti estremi come il suicidio.
  • La quarta fase, l’ultima, è caratterizzata dal disimpegno. La persona ritira gli investimenti, sia emotivi sia professionali veri e propri, dalle mansioni che è chiamata a svolgere e spesso compare l’assenteismo: ogni piccolo disturbo psicofisico (reale o meno) diventa un motivo per astenersi dal lavoro.

Prevenire il burnout
Come in tutti gli ambiti della salute, anche in questo caso la prevenzione è la migliore strategia È indispensabile avere una buona consapevolezza dei propri limiti e concedersi riposo e momenti di pausa in cui sia possibile recuperare energie che rinnovino anche le motivazioni professionali. Se invece si accudisce un proprio caro è importante ogni tanto delegare qualcun altro a farlo, per concedersi anche solo una passeggiata nel verde, per “cambiare aria” se per esempio si è in chiusi in ospedale; o tornare a dormire nel proprio letto e non trascorrere tutte le notti al capezzale. In generale, avere una buona dose di autostima aiuta a prevenire il burnout perché, nonostante le difficoltà che possono insorgere al lavoro, si riesce a non far vacillare la sicurezza di farlo nel migliore dei modi possibili. Inoltre, è utile possedere un’adeguata resilienza per gestire le frustrazioni. Occorre infine allenarsi a “disidentifcarsi” dal proprio ruolo sia professionale (medico, infermiere, altro) sia personale (figlio, genitore, partner): questo atteggiamento aiuta a vedere “da fuori” la situazione senza rimanerne completamente fagocitati. È d’aiuto coltivare la propria interiorità e la realizzazione personale, avere buone amicizie, hobby e valvole di sfogo per non investire troppo o avere eccessive aspettative sul lavoro o sul compito che si sta svolgendo. Infine, è fondamentale saper chiedere aiuto quando compaiono i primi segni di disagio, sia che vengano percepiti dal lavoratore stesso, sia che vengano segnalati dai colleghi o dai familiari: ricordando che chiedere aiuto non è mai un segno di debolezza, ma di forza.