Vittima e carnefice, due vite in gioco

di Nicla Vozzella

delitti in famiglia

Genitori, figli, coniugi e parenti prossimi come zii o nipoti: sono gli attori dei delitti che, sempre più di frequente, diventano protagonisti nella cronaca nera. Sono fatti che destabilizzano perché raccontano della violenza in quell’ambito che si immagina protetto per eccellenza, e dal quale i “cattivi” sono estromessi. Purtroppo, non è sempre così. La famiglia può essere un luogo di grande sofferenza e di incomunicabilità, dove ci si scontra e non ci si ascolta. Disagi e sofferenze possono non trovare nella famiglia l’opportunità di esprimersi. I sentimenti, a volte, sono negati o respinti fra le mura di casa. Che fare allora? Non esiste una strategia valida sempre. Tuttavia, si può provare a riscoprire il valore della comunicazione e dell’ascolto dell’altro. Si può provare a parlare e ad ascoltare con il cuore e, se non basta, trovare la forza di chiedere aiuto.

Figlicidio e infanticidio
L’infanticidio è l’uccisione del figlio da parte del genitore. Accade più spesso che sia la madre a compiere questo gesto, soprattutto quando il bambino è ancora piccolo.
Tutto può avere origine dal sentimento di inadeguatezza al proprio ruolo di madre. Nella mente può farsi strada il pensiero che il bambino sia già in pericolo proprio a causa di questa inadeguatezza, e l’unico modo per “salvare” il bimbo sia ucciderlo.
Il raptus violento può anche avere origine dall’insofferenza verso il pianto del bambino che sembra incontenibile e che deve essere zittito con ogni mezzo, perché il suo pianto fa sentire dolorosamente impotenti e inadeguati.
Questi gesti estremi possono nascere dalla profonda solitudine nella quale le donne si trovano ad affrontare il loro compito di madri. Sempre più spesso, infatti, vengono lasciate sole e non viene loro spiegato che un sentimento ambivalente nei confronti del figlio è normale. È normale essere stanche e scoprirsi a pensare “Questo bambino piange troppo, lo butterei giù dalla finestra!”; è un pensiero forte, ma quando ci si concede di “pensarlo” si evita di “compierlo”. Purtroppo le mamme non si concedono questi pensieri, non ne parlano e si chiudono nella loro solitudine lasciandosi travolgere dalla desolazione. E allora cominciano a credere di essere cattive madri, incapaci e inadeguate. Contribuiscono a farle sentire tali anche i media, che danno della maternità una visione edulcorata. Diventare genitore sembra essere solo una meravigliosa favola il cui racconto si snoda in un mondo fantastico e senza problemi. Ma in questa visione dionisiaca non trovano spazio la fatica, la stanchezza, la paura e lo scoramento che le donne provano quando diventano madri.
Come si potrebbero aiutare queste donne? Sarebbe già importante incoraggiarle a parlare. Molti reparti di maternità affrontano questi temi delicati durante i corsi pre e post partum; alcuni ospedali hanno messo a punto un questionario (da far compilare sia alla donne incinta sia alle puerpere) che aiuti a stabilire quali fra loro siano soggette a una depressione post partum. Da una parte, infatti, è del tutto normale provare la “baby blues”, una tristezza successiva al parto dovuta non solo al timore di non saper affrontare il nuovo ruolo, ma anche alla variazione del quadro ormonale. Dall’altra è invece a rischio una situazione di depressione più profonda e protratta nel tempo. Un aiuto, dunque, potrebbe venire da quanti stanno intorno alle neomamme. Sarebbe sufficiente anche dare loro un messaggio del tipo “Comprendo i tuoi sentimenti: è normale provarli, non sei sbagliata”.
E in queste situazioni, quale potrebbe esser il ruolo del padre? In termini psicologici dovrebbe essere quello di “contenere” la diade mamma-bambino, dare appoggio alla madre e farla sentire sostenuta nel suo compito. I padri potrebbero provare a cogliere i segnali di disagio materno, esplicitarli e magari aiutare la donna a trovare un aiuto competente.
Quando il bambino è ancora piccolo, i padri non sono così coinvolti nel compito genitoriale e quindi sono meno a rischio di gesti estremi. È piuttosto nella fase dell’adolescenza che il loro ruolo diventa predominante, quando il loro compito diventa quello aiutare il figlio a rendersi autonomo. Nel delicato momento dell’adolescenza il padre può ingaggiare con il figlio, una lotta di potere che se estremizzata, può assumere toni molto violenti e sfociare sia da parte del padre, ma anche del figlio in gesti estremi. Anche i padri, in questo caso, andrebbero aiutati ad affrontare l’adolescenza dei figli non vacillando nel proprio ruolo di educatori responsabili e, allo stesso tempo, non dimenticando la tenerezza di cui un figlio ha sempre bisogno. A volte i padri sono stati abbandonati dalle mogli e così possono arrivare a uccidere il proprio figlio piuttosto di lasciarlo in affidamento alla madre.

Matricidio e patricidio
Non è raro che l’incapacità di gestire il conflitto da parte dei genitori si ripercuota su di loro sino a tramutarli in vittime dei figli.
Uccidere la madre o il padre è un gesto che ha radici antiche e mitologiche. Simbolicamente, poi è l’atto che deve essere compiuto per diventare adulti. Il passaggio dal momento simbolico a quello reale può verificarsi quando l’emancipazione del giovane è stata bloccata, quando i figli si sentono così incapsulati nel loro ruolo che temono di non potersi emancipare se il genitore continua a vivere oppure quando i figli non sono stati abituati alle regole, e allora i divieti posti nell’adolescenza diventano intollerabili e l’unico mezzo per eliminarli sembra essere “cancellare” chi li ha posti in essere. Il problema può generarsi quando i genitori abdicano dal loro ruolo per evitare i conflitti; così si impedisce la maturazione del giovane. L’importanza della regola e del divieto sta al contrario nel far sentire al figlio la protezione di cui ha bisogno: è il genitore che si responsabilizza di fronte al figlio. Gli adolescenti vogliono le regole anche per poterle infrangere, negargliele è impedirgli il “salto” che piano piano li condurrà ad essere responsabili per se stessi. Ma questo avverrà con i tempi adeguati allo sviluppo psicoaffettivo del ragazzo.
È fondamentale però, a un certo punto, riconoscere anche fiducia al proprio figlio senza farlo sentire un incapace: infatti, anche la mancanza del riconoscimento della capacità del ragazzo può far aumentare la rabbia.

Uxoricidio
Il fatto che la lingua italiana preveda l’estensione del termine riferito alla donna (uxore = moglie) anche al marito rivela una consuetudine: la donna, spesso sottomessa, poteva essere uccisa dal coniuge il quale aveva anche, nel caso del delitto passionale, la possibilità di farla franca. Ora, fortunatamente, la legge è cambiata ma per alcuni uomini continua ad essere insopportabile e ingestibile l’abbandono, anche quando non c’è nessun rivale di mezzo. Le pagine dei giornali raccontano di uomini che hanno ripetutamente minacciato le mogli la cui unica colpa era stata quella d’aver scelto (spesso per tutti e due) la separazione; dalle minacce non tutti passano ai fatti, ma molti purtroppo lo fanno. E così, sempre le pagine dei giornali raccontano di ex mariti che freddano le ex mogli sotto casa, oppure che sterminano l’intera famiglia, suoceri e figli compresi, nella delirante fantasia “o sarete miei o di nessun altro”.
Anche in questi tragici casi ciò che di solito manca nella famiglia, quando vengono indagate le dinamiche a posteriori, è il dialogo e l’ascolto. È l’incapacità di mettersi dalla parte dell’altro. Nelle separazioni, le responsabilità sono spesso condivise, ma altrettanto spesso è uno solo dei coniugi, di solito la moglie, che si fa portatrice del disagio e che prende la decisione, mentre l’altro la subisce. Allora, in alcuni casi, può farsi strada il desiderio di vendetta: “qualcuno deve pagare per l’onta subita” dove l’onta è l’essere stati lasciati. Sarebbe opportuno aiutare le coppie ad elaborare il distacco in modo che ciascuno possa ricominciare, senza rabbia e sentimenti non risolti, una nuova vita.

La crisi delle relazioni
Infanticidio e uxoricidio sono solo due esempi di come possono degenerare le relazioni d’amore. Dopo il ventennio fascista, da quando è stata tolta la censura alla cronaca nera, i giornali versano fiumi d’inchiostro sui delitti in famiglia e denunciano, unendosi al coro dei più, la crisi della famiglia. Ma l’istituzione famiglia è davvero in crisi? Forse a essere sottoposti a una crisi davvero pesante sono le relazioni in senso più ampio. Vengono confusi i ruoli e manca la comunicazione vera e profonda fra le persone.
Le emozioni spaventano perché sembrano ingestibili, per cui ci si preclude anche la possibilità di lasciarle fluire.

Il valore della comunicazionecomunicazione_efficace
Si parla di faccende pratiche (la gestione della quotidianità, per esempio), ma manca nelle relazioni la vera comunicazione: manca l’apertura dell’animo all’altro, anche se questo può mettere in gioco la propria sicurezza.
Si seguono tanti corsi: di computer, di specializzazione professionale e anche di comunicazione, ma quanti dedicano del tempo all’ascolto dell’altro? Tutti hanno qualcosa da dire, ma pochi ascoltano. Nelle famiglie e nelle coppie in crisi si sprecano le occasioni per comunicare: si fanno proclami, si danno delle direttive, ma non si attende il riscontro di ciò che si è detto. Non si verifica il livello di comprensione dell’altro. Il linguaggio moderno si struttura in slogan e tutti si affannano in proclami senza verificare che questi raggiungano il destinatario e soprattutto facciano il bene dell’altro.
Si parla molto, ma non si comunica. I genitori non ascoltano i figli, i mariti non ascoltano le mogli e viceversa, gli insegnanti non ascoltano gli allievi… neppure più i preti ascoltano i parrocchiani.
Occorre ritarare la comunicazione sull’ascolto: il compito è duro e la strada è lunga ma se ciascuno, nel proprio ambiente, mette in atto questa strategia forse sarà possibile recuperare serenità e autenticità nelle relazioni. E di conseguenza prevenire le tragedie umane.